Plastica in rete

Oltre 640mila tonnellate di rifiuti abbandonati in mare che possono diventare una risorsa. Per la moda, lo sport e non solo. Grazie all’economia circolare

Adagiate come un manto opprimente, silenziose e nascoste sui fondali, oppure trascinate dalle correnti, le reti da pesca abbandonate, perse o dismesse rappresentano una seria minaccia, spesso mortale, per oltre 700 specie diverse, a cominciare dalla tartarughe marine e dai delfini, solo per fare due esempi. Una piaga a cui si aggiungono anche i rischi per la navigazione, in termini di possibili incidenti in mare e danni alle imbarcazioni. Secondo un rapporto pubblicato dalla Fao e dall’Unep, le due agenzie delle Nazioni Unite che si occupano rispettivamente di alimentazione e ambiente, si tratta di ben 640.000 tonnellate di rifiuti abbandonati in mare.

Le reti da pesca fanno compagnia agli altri 150 milioni di tonnellate di plastica che galleggiano tra le onde, come stimato dall’organizzazione ambientale Ocean conservancy in una ricerca svolta in collaborazione con il McKinsey center for business and environment, formando vere e proprie distese di plastica a passeggio negli oceani. Scenari confermati anche da un recente studio effettuato da Legambiente ed Enea. «La plastica costituisce il 97% dei rifiuti galleggianti in mare – afferma Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – e i nostri dati evidenziano come buona parte dei rifiuti che troviamo negli ambienti costieri e marini potrebbero essere riciclati. È indispensabile prevenire il problema attuando campagne di sensibilizzazione, lavorando sull’innovazione di processo e di prodotto e sull’avvio di una filiera virtuosa del riciclo».

Un problema molto serio, insomma, che può essere risolto anche trasformando i rifiuti in una risorsa, come insegna l’economia circolare. L’industria tessile sembra essere il candidato migliore e la plastica diventa così di tendenza, facendo mostra di sé con soluzioni alla moda. Parole d’ordine: creatività, minimizzazione degli sprechi e ottimizzazione dei processi. E così via a scarpe, costumi da bagno, jeans e magliette prodotti da scarti di polimeri plastici. È quello che ha fatto in Italia il gruppo Aquafil. Grazie alla collaborazione con Healthy seas, iniziativa che solo nel 2016 ha raccolto 152 tonnellate di reti dai fondali marini, Aquafil rigenera reti di pesca abbandonate o raccolte dai pescatori, reti cilindriche utilizzate dall’industria della piscicoltura, oltre a vecchi tappeti giunti a fine vita, scarti generati dalle fasi chimiche della produzione del nylon 6 e scarti tessili. È stato creato così il filo Econyl, materia prima che ha trovato impiego nel settore dell’abbigliamento grazie a importanti marchi come Speedo Usa, Arena, Gucci, Levi Strauss Co. e Volcom.

Tutto è nato da una scommessa, un’idea un po’ folle e un’intuizione, ma oggi la svolta verde è il prodotto di punta dell’azienda, che ha la sua sede principale ad Arco, in provincia di Trento. «La sostenibilità non è un obiettivo da raggiungere. È un modo di pensare e di essere, un principio che ci deve guidare», afferma Giulio Bonazzi, presidente e amministratore del gruppo Aquafil. L’Econyl regeneration system è un processo innovativo a sei stadi, che comprende il recupero dei rifiuti di poliammide 6 (PA6), ottenuto dalla polimerizzazione del caprolattame con caratteristiche chimiche che ne permettono infinite volte la lavorazione, senza perdita di qualità. Ad oggi, il 30% della produzione del gruppo – 130.000 tonnellate di polimeri e fibre all’anno – è proveniente per il 100% da materiale di scarto e l’obiettivo è di poter produrre, un giorno, solo filo rigenerato. «Il nostro prodotto può essere sostenibile – continua Bonazzi – ma da solo non basta. È necessario cambiare la mentalità e i processi dell’industria, anche quella dei marchi finali e dei consumatori. E questo è un obiettivo che si può raggiungere solo unendo le forze e collaborando». Aquafil crea la materia prima, ma c’è chi dà il suo contributo attraverso l’estro di artisti e creatori, promuovendo azioni di informazione e sensibilizzazione dei consumatori. Anche Kelly Slater, surfista di fama mondiale e pluricampione indiscusso, da sempre impegnato nella protezione degli oceani, ha scelto l’ecofibra made in Italy per il debutto della sua linea personale, Outerknown.

La passione per il surf, un legame indissolubile con l’oceano e la scioccante scoperta di un mare pieno di detriti sono all’origine di un altro progetto di economia circolare: Bureo, “onda” nella lingua dei Mapuche, è il nome scelto da tre amici, Ben Kneppers, David Stover e Kevin Ahearn, che producono skateboard a partire dalle reti di plastica. La sostenibilità dell’azienda non si ferma qui ma include anche ruote per gli skate, occhiali da sole e magliette con materiali riciclati. Per garantire la produzione sono state raccolti più di 15.600 metri quadrati di reti lungo la costa cilena con l’obiettivo di ripulire gli oceani. Analogamente a Bureo, la storia di Luise Grossmann e Felix Wunner inizia con un viaggio a Bali e l’amore per il surf. Il progetto di Five ocean riguarda Ecofin, pinne per tavole da surf completamente fatte di plastica rigenerata, raccolta per lo più sull’isola indonesiana, dove la situazione degli scarti abbandonati sta assumendo dimensioni allarmanti. Secondo alcune organizzazioni locali, solo nel sud di Bali la quantità di rifiuti solidi prodotti è superiore a 240 tonnellate al giorno. «Volevamo essere sicuri di utilizzare materiali che, se abbandonati, fossero realmente una minaccia per l’ecosistema», spiegano i due surfisti. Pet, polipropilene e polistirolo, che compongono i più comuni rifiuti plastici rinvenuti nelle acque oceaniche, sono alla base del loro processo di produzione, che ha inizio a Java e viene rifinito in Australia.

Industria tessile, surf, lo sport in generale, non sono gli unici settori in cui la rigenerazione dei materiali plastici e delle reti da pesca può trovare applicazione. L’organizzazione Parley for oceans si basa su tre concetti: evitare la plastica dove possibile, raccogliere i rifiuti, ridisegnare l’economia. «Nessuno può salvare l’oceano da solo. E se l’oceano muore, noi moriamo con esso – ricorda Cyrill Gutsch, amministratore dell’associazione – Crediamo che la forza per il rinnovamento è nelle mani del consumatore, se gli diamo una scelta, e il potere di plasmare questa nuova mentalità sta alle industrie creative». Dal loro incontro con il gruppo industriale tedesco Adidas sono nate un paio di sneaker, vendute in edizione limitata a fine 2016: le Ultra boost uncaged parley, composte per il 95% di plastica raccolta lungo le coste delle Maldive dall’associazione Parley global cleanup network e da organizzazioni affiliate.

Il progetto punta a un milione di paia prodotte entro il 2017, dato traducibile in 11 milioni di bottiglie di plastica raccolte lungo la fascia costiera. «Dal concetto siamo passati all’azione. Possiamo inventare tecnologie e tradurle in soluzioni per la moda. La produzione sintetica può essere sostituita da scarti raccolti nel mare e sulle spiagge. Dobbiamo ammettere che abbiamo fallito e ripartire da lì», conclude Cyrill Gutsch. I presupposti ci sono, non resta che farli diventare una realtà, tangibile e costante.

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