Plancton avvelenato

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Il Mediterraneo è uno dei luoghi più contaminati dalle plastiche al mondo, tanto che di recente è stato definito come il “sesto vortice”, dopo le cinque chiazze oceaniche. Non c’è scampo nemmeno per la sua più grande area marina protetta, il Santuario Pelagos per i mammiferi marini, tra la Liguria e la Corsica. È questo uno dei primi dati emersi dagli studi del gruppo di ricerca “Plastic busters” dell’università di Siena, coordinato dalla docente di Ecologia ed ecotossicologia Maria Cristina Fossi.

Professoressa Fossi, si sa ancora molto poco degli impatti della plastica sulla biodiversità marina. A Siena per primi avete studiato la presenza di microplastiche nelle balene, com’è nata l’idea?
L’idea mi è venuta nel 2010 quando ho sentito che le cozze, che filtrano trecento litri di acqua al giorno, sono soggette all’impatto delle microplastiche. Ho pensato quindi che un animale grande come una balena, che filtra 70.000 litri ogni volta che apre la bocca, doveva essere tra gli organismi più esposti al rischio di ingerirne. Così, con un piccolo finanziamento del ministero dell’Ambiente, abbiamo realizzato una ricerca nel Santuario Pelagos, la prima a livello mondiale sull’impatto delle microplastiche sulle balene, pubblicata nel 2012.

Che cosa è emerso dai vostri studi?
Abbiamo scoperto che nella quasi totalità dei campioni di plancton raccolti in superficie ci sono microplastiche, con alte concentrazioni di ftalati, composti chimici pericolosi. Anche nel grasso delle balene spiaggiate abbiamo rilevato la presenza di queste sostanze, che quindi indicano l’ingestione di microplastiche. È stato il primo campanello d’allarme di una nuova minaccia per i cetacei. I rischi sono multipli, non solo fisici, dato che viene ingerita plastica, ma anche chimici, perché le microplastiche si comportano come spugne, hanno una capacità di migliaia di volte superiore ad altre sostanze di assorbire inquinanti e patogeni.

Le vostre ricerche più recenti portano a risultati ancora più preoccupanti per il Mediterraneo…
Prelevando campioni biologici dalla cute delle balene free ranging, che cioè nuotano libere, abbiamo provato a paragonare la presenza di derivati dalle plastiche nelle popolazioni che vivono in due mari chiusi: il nostro e il Mare di Cortez, in Messico. Abbiamo dimostrato che le balene del Mediterraneo sono ad alto rischio tossicologico, molto più di quelle centramericane. Le aree a più elevata concentrazione di microplastiche, infatti, corrispondono con le aree preferenziali di approvvigionamento del cibo per i cetacei. Come il plancton, le microplastiche si muovono con le correnti e tendono a convergere negli stessi luoghi. Altri studi, poi, hanno rilevato la presenza di grandi quantità di macroplastiche, anche di diversi kg, nei capodogli che si nutrono tra i canyon sottomarini. E dalle tartarughe Caretta caretta spiaggiate sulle coste toscane sono stati estratti fino a 150 pezzi di plastica.

Lei ha partecipato al workshop della Fao lo scorso dicembre con un numero ristretto di scienziati per valutare gli impatti sulla catena alimentare della plastica nei mari. Cosa avete concluso?
Abbiamo degli indizi che gli inquinanti potrebbero raggiungere le nostre tavole, attraverso le specie che mangiamo e che assorbono microplastiche, ma al momento non ci sono evidenze. È fondamentale continuare la ricerca su un tema così importante per la salute umana.            

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