Il petrolio che non vedi

nevercrewDopo lo scatto shock catturato dalla fotografa Kerstin Langenberger, che ritrae un orso bianco smagrito sorpreso al largo del mare di Barents in Norvegia, l’immagine di un altro orso polare sta facendo il giro del web, aprendo un’altra amara riflessione sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. Parliamo dell’imponente graffito apparso sulla parete del teatro Colosseo, il quarto più grande di Torino. Si tratta di “The Black Machine”, un maestoso esemplare di orso polare con le zampe sporche di petrolio. Il progetto artistico è firmato Nevercrew, al secolo Christian Rebecchi e Pablo Togni, duo di artisti svizzero passato alle cronache per aver decorato le sedi Facebook di Milano e Dublino.

Celebri nella scena internazionale della street art per le grandi opere dipinte sui muri di Zurigo, Il Cairo, Amburgo, Monaco e New York, Nevercrew coniuga l’esperienza e lo spirito dei murales con la ricerca grafica e l’iperrealismo, dando luogo a “strutture viventi” surreali e concettuali, ricche di significato. Il graffito, realizzato lo scorso settembre durante le proteste  contro le trivellazioni della compagnia petrolifera Shell, autorizzate dall’amministrazione Obama sotto il mar Glaciale Artico, è un’esplicita denuncia del surriscaldamento terrestre, lanciata dai muri del capoluogo piemontese, un tempo emblema del fordismo e capitale dell’industria automobilistica italiana e diventata oggi centro nevralgico dell’arte urbana e contemporanea nazionale. A promuovere l’iniziativa, la galleria di arte urbana Square 23, che ha ospitato la coppia artistica per la sua prima mostra personale in Italia: “Frequency Spectrum”.

«Abbiamo concentrato l’attenzione sul riscaldamento globale, posto in relazione al comportamento umano – spiegano Christian Rebecchi e Pablo Togni, che collaborano insieme dal 1996 – Ispirandoci al teatro, abbiamo lavorato sull’idea di rappresentazione, intesa come messa in scena e raffigurazione della realtà, inserendo la presenza dello spettatore. In questo caso, una vera sedia fissata all’edificio dà le spalle all’orso. Così facendo, abbiamo definito le proporzioni “reali” del fenomeno, nonché la posizione dell’uomo all’interno di un equilibrio fragile, il suo ecosistema. Come uno spettatore passivo guarda altrove, non consapevole del danno e dei rischi».

NeverCrew-FINAL-71L’idea della rappresentazione e del senso di distacco verso i fatti del mondo ritorna anche nella scelta della percezione del dipinto dalla strada. La curva del marciapiede antistante allo stabile, come la quinta di un teatro, cela allo sguardo dei passanti la parte dell’orso imbrattata di petrolio, sottolineando ancora la distanza dell’osservatore alle problematiche ambientali. «Un invito a riflettere sulla posizione che ognuno di noi ha all’interno del sistema – dicono gli artisti – che ci auguriamo riesca ad aprire una discussione sulle responsabilità, individuali e politiche, stimolando una presa di coscienza intimamente più vicina alla sensibilità dell’uomo in relazione a quanto lo circonda». Il rapporto fra uomo e natura è un tema ricorrente nella produzione artistica della Nevercrew, basata sul confronto di una doppia visione sviluppata nella percezione d’insieme e nell’analisi di un sistema, per mostrarne legami e componenti attraverso sezioni. «Inquinamento e sfruttamento delle risorse sono purtroppo fra le espressioni maggiori di questa relazione», ribadiscono.

Un immaginario, il loro, popolato da enormi cetacei, gorilla, spesso contenuti in barattoli di vetro o nelle stive di navi cargo; da pile di container e meccanismi ibridi composti da ingranaggi, catene di montaggio o scheletri di macchine. E ancora da asteroidi in orbita nello spazio, come il famoso “Privatization machine n°1”, fatto su un muro di Amburgo. Un grande meteorite con la scritta “Sold”, per criticare la privatizzazione delle risorse naturali. «Insistiamo assiduamente sull’immagine della balena – spiega Christian Rebecchi– perché crediamo che possa trasmettere un messaggio diretto e globale. Come un’icona legata alla nostra cultura a livello istintivo».

orsetto Torino Be partGrazie alla start up Bepart, il graffito “The Black Machine” è letteralmente uscito dal muro del teatro Colosseo, diventando il primo progetto in Italia di realtà aumentata applicata alla street art. La mappatura, eseguita dall’azienda milanese sull’immagine, consente infatti di visualizzare l’orso in 3D, ovunque e su qualsiasi supporto lo riproduca. «Basta scaricare gratuitamente l’app Bepart sul proprio tablet o smartphone, da PlayStore e AppStore. Inquadrando l’immagine sarà possibile arricchire la percezione dell’opera di una nuova dimensione», spiega Davide Loritano della galleria Square 23 di Torino, che lo scorso novembre ha presentato l’estensione digitale nella Urban G@p della fiera d’arte Paratissima. Riferimento per tanti giovani artisti emergenti lontani dai circuiti mainstream, la manifestazione ha avuto il merito di aver riqualificato tante aree degradate e spazi dismessi di Torino. Dalle botteghe vuote del quartiere San Salvario, agli spazi abbandonati dell’ex villaggio olimpico Moi. Fino al complesso fieristico in disuso Torino Esposizione.

Il murale della Nevercrew è da poco entrato anche nello “Street art Tourin”, che ogni due domeniche del mese propone itinerari guidati a piedi o in bicicletta alla scoperta del muralismo contemporaneo cittadino. «Notevole la risposta dei partecipanti. Restano senza fiato davanti alla grandiosità dell’opera e colpiti dal significato che trasmette», racconta Claudia De Giorgis, dell’associazione Il cerchio e le gocce, che ha lanciato lo Street Art Tourino lo scorso anno. «Un’iniziativa totalmente finanziata con le offerte libere dei partecipanti», precisa l’organizzatrice. Un’occasione per ammirare un’opera dalla forza dirompente, che grazie alla potenza evocativa propria dell’urban art, con semplicità e immediatezza comunica l’urgenza di ridurre l’impatto antropico e le emissioni dei gas serra dei Paesi industrializzati, per evitare ripercussioni sulla salute del Pianeta altrimenti irreparabili.

 

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