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Petrolio al tramonto

Il futuro è senza petrolio. Ormai questa affermazione, affatto utopistica, non si basa più semplicemente sulla “limitatezza” della risorsa, che non è certo agli sgoccioli come si è sostenuto nel corso dei quarant’anni che ci separano dalla prima “crisi del petrolio”. Anzi, grazie alle nuove tecniche, innanzitutto il “fracking”, riesce persino ad aumentare le proprie riserve. No, la “fine del petrolio”, e più in generale la conclusione dell’“era fossile”, si avvicina per l’innovazione tecnologica che consente la trasformazione dell’energia in forme utili all’uomo, a partire da fonti diffuse, rinnovabili e pulite. Questo vale già evidentemente per l’elettricità.

In Italia lo scorso anno oltre il 40% dell’energia elettrica prodotta proveniva da rinnovabili, e nei primi otto mesi del 2015 il solo fotovoltaico ha contribuito per il 10% (un record mondiale fra i grandi paesi industrializzati, di cui dovremmo essere fieri). E nel mondo non solo le “solite” Germania e Danimarca (che si propongono di arrivare al 100% rinnovabile entro 2050), ma anche gli Stati Uniti di Obama investono sempre di più. E la Cina, diventata rapidamente il più grande produttore di rinnovabili al mondo. Questo trend potrebbe da subito estendersi anche al riscaldamento e al raffrescamento domestico – altro fronte nel quale l’impiego dei fossili svolge un ruolo rilevante – se solo ci fossero norme adatte a consentire lo sviluppo delle rinnovabili (nel nostro paese il cosiddetto Conto termico, per il quale si attende il relativo decreto del governo da mesi).

Resta il trasporto, per il quale è vero che immaginare un modello che faccia a meno dei motori alimentati dai derivati del petrolio oggi sembra difficile. Ma a parte le esperienze di produzione di biometano a partire da residui agricoli o da rifiuti, c’è la possibilità di ricorrere sempre di più all’elettricità prodotta da rinnovabili anche in questo settore. Non vanno inoltre sottovalutate le pratiche di nuova mobilità. Senza infine considerare il diffondersi dell’economia circolare, dell’uso efficiente delle risorse e i grandi progressi che si stanno già facendo in tutto il mondo sull’efficienza energetica e sull’intensità energetica: in buona sostanza, ridurre la quantità di energia utilizzata per unità di Pil.

Insomma, il combinato disposto dell’urgenza di ridurre le emissioni di gas serra imposta dai cambiamenti climatici da una parte e le convenienze economiche e geopolitiche dall’altra ci consentono di dire che la rivoluzione energetica che ci porterà a un sistema “low carbon” e infine “fossil free” in un paio di generazioni è già in atto. Certo, come in tutte le rivoluzioni, ci vuole anche che qualcuno svolga un ruolo soggettivo di “attore del cambiamento”, e su questo abbiamo ancora molto da fare. Si pensi, ad esempio, all’inconsistenza di tutti i governi italiani – Berlusconi, Monti, Letta, Renzi – su quest’argomento. Ma la strada è tracciata. D’altra parte non sarà un caso se solo nel corso di quest’anno colossi petroliferi quali Shell e BP hanno perso rispettivamente il 27 e il 17% del loro valore. Oppure che più di un quarto dei fallimenti registrati nel mondo da Standard & Poor nei primi nove mesi del 2015 riguardano società oil & gas. I mercati non si fidano. E noi faremmo bene a impegnarci molto di più nella corsa alle rinnovabili e all’efficienza, perché quello è il futuro che si sta già facendo presente.

Vicepresidente del Kyoto Club
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