Parole senza frontiere

Predrag Matvejevic

Nato a Mostar nel 1932 da madre croata e padre russo, Predrag Matvejevic è stato docente di Letteratura francese all’università di Zagabria, di Letterature Comparate alla Sorbona di Parigi e dal 1994 al 2007 di Slavistica a La Sapienza di Roma. La Francia gli concesse la Legion d’Onore, l’Italia la cittadinanza. Nel 2005, in Croazia, venne condannato per aver messo sotto accusa gli intellettuali che si erano prestati a rinfocolare gli opposti nazionalismi nei Balcani. Da tempo era ricoverato in un ospedale di Zagabria. Lo scorso anno un gruppo di intellettuali, capofila il “nostro” Claudio Magris, lo aveva proposto per il Nobel.

Qui ripubblichiamo l’intervista che concesse a “La Nuova Ecologia” nel 2009, in occasione della presentazione del suo splendido “Pane Nostro” al Festival della letteratura di Mantova nel 2009.

«Credo di aver fatto una scoperta di storia dell’arte, mi sembra utile raccontarla. L’ultima cena di Cristo ha avuto luogo nella Pasqua ebraica: quel giorno il pane doveva rigorosamente essere azimo, senza lievito. I primi pani raffigurati, quelli di Giotto per esempio, erano sottili. Ma col passare degli anni gli artisti se ne sono dimenticati: già in Leonardo sono lievitati, con Tintoretto lievitatissimi, crescono ancora nell’opera di Caravaggio… Si tratta di errori in “buona fede”, che la teologia non ha mai avuto il coraggio di denunciare trattandosi di opere di enorme valore». Predrag Matvejevic è un fiume in piena, entusiasta come uno scrittore agli esordi della sua nuova fatica, “Il pane sacro e profano”, costata 25 anni di lavoro e che dovrebbe uscire a dicembre per Garzanti, stesso editore di “Breviario mediterraneo”, arrivato alla sua decima edizione e tradotto in 22 lingue, arabo e israeliano comprese (il libro è poi uscito con il titolo “Pane nostro”, nda). L’abbiamo incontrato a Mantova, ospite del Festival della Letteratura.

Come mai ha deciso di dedicare un libro al pane?

Sul pane esistono tanti studi ma raggiungono un pubblico ristretto, universitario. Invece il pane nostro quotidiano, sia quello dei credenti che dei laici, è molto più presente. Bisogna introdurre questa presenza in un ambito che non sia solo tecnico. Se poi la storia del pane considerata dal punto di vista del suo ruolo sociale e politico è stata oggetto di studi, quella delle tradizioni che lo riguardano è meno nota. Ed è importante raccontare in che modo il Mediterraneo ha trasmesso e offerto il pane agli altri paesi. Le storie della fede e del pane hanno spesso strade parallele, contigue. E le relazioni tra il Mediterraneo e l’Europa spesso si esprimono in queste contiguità. Le immagini del pane nel mare nostrum, l’osservanza dei costumi, il ruolo che continua ad avere nella vita degli uomini… tutto ciò può contribuire a rafforzare l’idea di un Mediterraneo, uno e plurale, attraverso le sue identità culturali. Questo libro nasce inoltre da una necessità interiore, legata a un mio viaggio nell’ex Urss sulle tracce della mia famiglia paterna. Un cugino mi raccontò che mio zio era morto in un gulag gridando “pane, pane”, come i prigionieri di Auschwitz raccontati da Levi. E anche mio padre, internato in un campo nazista, mi raccontava il bisogno di pane.

La Nuova Ecologia ha avuto il privilegio di leggere parti del libro. “Ciascuno di noi – scrive – porta dentro di sè un racconto del pane”. Uno l’ha appena accennato, ne ha altri?

Ne ho tanti, sono “loro” che mi hanno spinto a fare le ricerche che ho fatto. All’inizio della seconda guerra mondiale, dopo che mio padre venne preso dai tedeschi, mia madre, mia sorella e io restammo senza niente. Anch’io ho vissuto la povertà e il desiderio del pane. Mia sorella si ammalò di tbc e nel ‘41 non c’era penicillina, né altri farmaci. Il dottore diceva: “Dovete nutrirla bene”. Ma con che cosa? Mia madre sparì per qualche giorno e tornò senza denti: li aveva venduti perché in bocca aveva un po’ d’oro, ma quei soldi bastarono per un pollo. Allora mi disse di andare nella zona occupata dagli italiani: “Forse c’è un uomo bravo, chiedi un po’ di pane”. Chiesi al primo, al secondo… finalmente uno di loro mi chiamò per darmi un po’ di pane, e mi disse di tornare l’indomani: ci andai ogni giorno, fino al ‘43. Quando l’Italia capitolò quell’uomo venne a bussare alla nostra porta. L’abbiamo nascosto e siamo andati avanti con il poco cibo che riuscivamo a rimediare. Restò con noi qualche mese, fino a quando non riuscì a contattare i partigiani della Brigata Garibaldi. Lo rividi nel ‘45, a marzo, il giorno in cui Mostar venne liberata. Veniva da noi ogni giorno, sempre con un pezzo di pane… Per lungo tempo è stato l’alimento principale dell’uomo, il resto era un’aggiunta. Oggi ha cessato di essere il cibo di base diventando una componente secondaria.

E sempre più possidenti terrieri sostituiscono il grano con gli agrocarburanti. Che cosa pensa di questo fenomeno?

Che questi carburanti si vendono meglio del grano, che i contadini sono costretti a far posto agli industriali della terra, che l’ingordigia del profitto ha portato l’uomo a coltivare piante strane e innaturali, i cui prodotti lasciano tracce insane e nocive. Dovrebbero sostituire il petrolio ma così si rovina la terra e il destino stesso del pane. Fra qualche decennio l’umanità conterà otto miliardi di individui, due miliardi non avranno pane. Non possiamo non stare dalla parte di chi vede in questa tendenza un crimine contro l’umanità. Siamo tutti testimoni di quanto sta succedendo nel mondo, ne siamo tutti corresponsabili. Nei “Tristi tropici” Lèvi-Strauss ha scritto che “il mondo cominciò senza l’uomo e senza l’uomo finirà”. L’umanità cominciò invece senza il pane ma senza il pane non potrà sopravvivere.

Insiste molto sui legami fra lingua e pane, può spiegarli ai nostri lettori?

Un esempio è più utile di tante parole: hljeb, che significa pane, si trova in tutte le lingue slave, la stessa radice c’è nella parola “gleba” ma anche in “globo”. La ritroviamo nella parola inglese loaf, pezzo di pane, e in lord, colui che tiene il pane… Chi avrebbe mai pensato che gleba e lord avessere una radice comune? Anche “pane” e “padre” hanno la stessa radice, pane che ti nutre, padre che ti protegge. C’è poi compagno, compagnia e companatico. Ancora oggi in Egitto, sia in arabo che in copto, ‘aysh significa allo stesso tempo pane e vita.

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