Parigi, l’accordo è critico

Marcia per il climaNel pomeriggio di ieri è uscita una nuova bozza dell’accordo della COP21 a Parigi, che dovrebbe essere firmato venerdì 11 e prendere atto a partire dal 2020. Tre le criticità che scorgiamo: l’ambizione dell’accordo, la differenziazione delle responsabilità e il finanziamento ai paesi in via di sviluppo.

Ambizione nel contenimento della temperatura
Nella bozza di accordo ci sono tre opzioni per limitare l’incremento della temperatura media globale rispetto all’era pre-industriale, espresse come la volontà di limitare l’incremento: 1) sotto i 2°C; 2) molto sotto 2°C e fare in modo di arrivare velocemente a sotto 1,5 °C; 3) sotto gli 1,5°C. Secondo l’Emission Gap report rilasciato il 1 Ottobre 2015 dal Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (Unep), per contenere la temperatura entro i 2°C rispetto all’era pre-industriale, le emissioni totali di gas a effetto serra, espresse in equivalenti di anidride carbonica CO2, non dovrebbero superare nel 2030 le 42 Gt CO2 (1 Gt = 1 miliardo di tonnellate). Per contenere la temperatura sotto gli 1,5°C, le emissioni non dovrebbero superare le 39 Gt CO2. Raggiungere questi obiettivi richiede una riduzione importante delle emissioni attuali dei gas a effetto serra. Le riduzioni nazionali volontarie annunciate con gli INDCs (Intended Nationally Determined Contributions), benché rappresentino uno sforzo notevole, non sono sufficienti a raggiungere questi obiettivi. La somma degli INDCs porterebbe infatti a 56 Gt CO2 nel 2030, cioè 14 Gt CO2 in più rispetto allo scenario per limitare la temperatura a 2°C e 17 Gt CO2 di troppo per limitare la temperatura media a 1,5 in più rispetto all’era pre-industriale. In termini di sacrifici la differenza tra i due scenari non è molta, e secondo il report dell’UNEP decidere per l’una o per l’altra è soprattutto una questione politica. È una questione politica anche la decisione se l’accordo sarà vincolante o meno. Questo aspetto è legato al successivo, quello della responsabilità dei paesi per le emissioni di gas a effetto serra.

Responsabilità differenziate
Il protocollo di Kyoto, cui l’accordo di Parigi dovrebbe sostituirsi, riconosce che i paesi sviluppati sono i responsabili principali degli alti livelli di gas a effetto serra immessi nell’atmosfera, e prevede delle misure di riduzione più importanti per le nazioni sviluppate, secondo il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”. «Per quello che riguarda la differenziazione delle responsabilità nell’accordo di Parigi – spiega Maria-Eugenia Sanin, professore associato in economia all’Università di Evry Val d’Essonne e ricercatrice in energia e ambiente al Politecnico di Parigi – Ci sono due blocchi: i paesi in via di sviluppo, detti anche collettivamente i paesi del Sud, e i paesi sviluppati, detti anche collettivamente i paesi del Nord. I paesi in via di sviluppo vorrebbero che il principio delle responsabilità comuni ma differenziate fosse inscritto anche nell’accordo di Parigi. Invece i paesi del Nord vogliono che anche i paesi sviluppati condividano questa responsabilità, in particolare la Cina, che ai tempi di Kyoto, nel 1997, era ancora considerata tra i paesi in via di sviluppo, mentre oggi è il paese in testa alle emissioni mondiali di CO2». Per risolvere il problema delle responsabilità, in seno all’UNFCCC è stato deciso di adottare un processo di tipo bottom-up, con delle contribuzioni nazionali volontarie, gli INDCs. «Il problema è che sommando gli INDCs, non si arriva a una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra sufficiente per limitare l’innalzamento della temperatura media a 2°C o 1,5°C rispetto all’era pre-industriale. I paesi in via di sviluppo vorrebbero che fossero i paesi sviluppati a fare uno sforzo maggiore, aumentando le loro contribuzioni alla riduzione tramite gli INDCs» dice Maria-Eugenia Sanin. Questo corrisponde a riconoscere una responsabilità storica da parte dei paesi sviluppati.

Fondo verde
Il terzo punto critico della bozza di accordo riguarda il cosiddetto Fondo Verde per il Clima, il cui scopo è aiutare i paesi in via di sviluppo a sviluppare la loro economia passando direttamente alle energie rinnovabili e saltando la fase di sviluppo economico legata ai combustibili fossili. Nella bozza di accordo è previsto che il Fondo Verde per il Clima sia dotato di 100 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2020. Anche questo punto mette a confronto gli interessi dei paesi del Nord con Sud, dove però con paesi del Sud si intendono i paesi in via di sviluppo Cina esclusa. «Il Brasile e l’India dicono che per sviluppare delle green economy hanno bisogno di un trasferimento di conoscenze; i paesi dell’Africa e altri paesi non ancora sviluppati dicono che hanno bisogno anche di trasferimento diretto di denaro. Quest’ultimo aspetto è forse la parte più difficile della trattativa – spiega Maria-Eugenia Sanin – Per prima cosa c’è un problema di geopolitica: molti paesi emergenti sono caratterizzati da governi non stabili, il che pone la preoccupazione di come saranno effettivamente spesi i soldi. La seconda difficoltà è legata alla politica interna dei paesi sviluppati: come giustificare difronte agli elettori il trasferimento di denaro verso altri paesi?». «Anche se il problema dei fondi è difficile, non è però impossibile. Ad esempio, la Banca Mondiale ha acquisito una certa esperienza negli investimenti verdi tramite il Meccanismo di Sviluppo Pulito (Clean Development Mechanism, CDM). Questo meccanismo ha avuto molto successo in Cina e potrebbe essere utilizzato come modello per la diffusione di fondi tramite il Fondo Verde per il Clima». Il Fondo Verde per il Clima sarà gestito in seno alle Nazioni Unite e già nel 2014 ha cominciato a identificare dei progetti che possono essere suscettibili di ricevere fondi. In parallelo alla COP21, i governi di alcuni paesi sviluppati, alcune banche di sviluppo multilaterale e alcuni fondi climatici multilaterali hanno annunciato di mettere a disposizione dei fondi per i paesi in via di sviluppo già dal 2015. Una lista aggiornata di queste dichiarazioni è stata pubblicata mercoledì 9 dicembre sul sito dell’Unfccc. Un segnale d’incoraggiamento per le trattative in corso?

Laureata all'Università di Firenze (2001), ha conseguito il Dottorato in Scienze Polari all'Università di Siena (2007). Dopo tre anni presso il Center for Coastal Physical Oceanography (CCPO), Old Dominion University (VA, USA), lavora attualmente al Mediterranean Institute of Oceanography (MIO), Marsiglia. Membro del Consiglio di APECS dal 2008. @toskolina
Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *