Washington, 25 settembre 2015, Xi Jinping e Obama

Parigi è solo l’inizio

Parigi è alle porte. È giunto il momento delle scelte forti e ambiziose. Serve un accordo in grado di accelerare la transizione energetica globale verso le rinnovabili, quella transizione che cittadini e imprese hanno già avviato in ogni regione del pianeta. Solo così sarà possibile contenere il riscaldamento del pianeta al di sotto dei 2°C: soglia critica oltre la quale la crisi climatica può raggiungere il punto di non ritorno. Parigi non sarà la destinazione di questo “viaggio”, ma deve essere il luogo dove si decide la giusta direzione di marcia e si mettono in cantiere le necessarie azioni per progredire verso la meta, senza ambiguità.

Zero emissioni

Gli impegni di riduzione finora annunciati sono inadeguati a vincere la sfida climatica. Se attuati sarebbero sufficienti a ridurre di circa un grado il trend attuale di crescita delle emissioni di gas serra, con una traiettoria di aumento della temperatura globale che si attesta intorno ai 2,7°C. Serve, insomma, un cambio di rotta. In Francia i leader mondiali devono concordare un nuovo protocollo legalmente vincolante, che abbia come obiettivo l’eliminazione delle emissioni da fonti fossili, per raggiungere il 100% di rinnovabili entro il 2050. Solo così sarà possibile contenere l’aumento della temperatura sotto la soglia dei 2°C. E non c’è nessuna barriera tecnologica o economica che possa ostacolare il raggiungimento del 100% di rinnovabili, per tutti, entro il 2050. Serve la volontà politica. Tutti i paesi dovranno dotarsi di un piano di azione “Zero emissioni 2050”, che delinei la strategia nazionale per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo dei 2°C e metta in campo gli interventi necessari – in particolare per rinnovabili ed efficienza energetica – di medio termine, da aggiornare ogni cinque anni, in modo da garantire il raggiungimento degli obiettivi intermedi prefissati. Per i paesi più poveri deve essere previsto un sostegno finanziario e tecnico da parte di quelli sviluppati ed emergenti, nel pieno rispetto dei principi di equità e delle “comuni ma differenziate responsabilità e rispettive capacità”. Il rispetto di questi principi è cruciale per garantire che tutti siano protetti dagli impatti dei cambiamenti climatici già in corso, come ha sottolineato nella sua enciclica anche papa Francesco.

Riprendere il filo

Sarà cruciale per il successo di Parigi l’adozione di una roadmap che dia attuazione all’impegno preso nel 2009 alla Cop di Copenhagen: sostenere l’azione climatica dei paesi più poveri con un finanziamento crescente, fino a raggiungere i 100 miliardi di dollari annui entro il 2020. Ma per essere credibile la roadmap non può ridursi a un esercizio contabile che si limita a considerare sotto la veste del sostegno all’azione climatica risorse finanziarie già destinate agli aiuti allo sviluppo. Servono risorse aggiuntive da destinare, specificamente, al sostegno delle azioni di mitigazione e adattamento nei paesi in via di sviluppo. Siamo infatti ancora lontani dall’obiettivo dei 100 miliardi annui. Secondo l’Ocse, nel 2014 gli impegni complessivi ammontavano a 61,8 miliardi di dollari, di cui 43,5 pubblici, fra questi 10 veicolati attraverso il Green climate fund (Gfc). Un contributo fondamentale può venire dai paesi emergenti. Un primo importante segnale in questa direzione è arrivato dalla Cina col lancio del South-South climate cooperation fund, con una dotazione iniziale di 3 miliardi di dollari. Secondo recenti stime Onu, servono 1.100 miliardi di dollari l’anno per finanziare la transizione energetica nei paesi in via di sviluppo. Una quota significativa di queste risorse, in particolare per quanto riguarda l’adattamento, dovrà pervenire nei prossimi decenni dagli aiuti pubblici dei paesi sviluppati ed emergenti in modo da orientare nella giusta direzione gli investimenti privati. Le risorse necessarie possono essere rese disponibili eliminando i sussidi alle fonti fossili e dai proventi della tassazione sulla produzione e il consumo dei combustibili fossili.

Neurath Power Station, North Rhine-Westphalia, Germania
Neurath Power Station, North Rhine-Westphalia, Germania

Basta sussidi

Nel 2015 i sussidi alle fonti fossili, stando all’ultima stima del Fondo monetario internazionale (Fmi), raggiungeranno l’astronomica cifra di 5.300 miliardi di dollari, il 6,5% del Pil mondiale, con un aumento del 10,4% rispetto al 2013. Nella valutazione si considerano non solo i sussidi diretti ma anche quelli indiretti come le esternalità ambientali e sanitarie, non incluse nei sistemi fiscali dei singoli paesi. Il Fmi stima che grazie all’eliminazione dei sussidi diretti e all’extragettito derivante dalla totale inclusione delle esternalità si renderebbero disponibili 1.800 miliardi di dollari (2,2% del Pil globale) senza aumentare il prezzo dell’energia per famiglie e imprese. Nel nuovo protocollo va quindi prevista sia l’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili entro il 2020 che l’aggiornamento periodico – con la definizione di nuovi obiettivi di finanziamento specifici per la mitigazione e l’adattamento – della roadmap di aiuti ai paesi poveri in modo da garantire loro, anche dopo il 2020, quella continuità di risorse necessaria a sostenere i piani di azione nazionali “Zero emissioni 2050”. Se l’Europa vuole davvero essere leader nell’azione contro i cambiamenti climatici, deve sostenere la richiesta dei suoi alleati nei paesi in via di sviluppo, che chiedono di completare la transizione verso un’economia libera da fossili entro il 2050. Fine del secolo sarebbe troppo tardi per le comunità che già devono difendersi dai mutamenti in corso.

21 settembre 2014, People's Climate March, Parigi
21 settembre 2014, People’s Climate March, Parigi

Senza alibi

Per essere credibili serve chiarezza su come si intende dare gambe alla transizione verso un’economia europea libera da fossili. A partire da quali misure aggiuntive verranno messe in campo prima del 2020, quando l’accordo di Parigi sarà operativo. Serve poi chiarezza su come e quando sarà aumentato il contributo europeo di riduzione delle emissioni interne di almeno il 40% entro il 2030. Questo impegno, come dimostrano diverse analisi, non è coerente con la traiettoria di riduzione necessaria per contribuire a non superare la soglia dei 2°C. Entro il 2030 l’Europa deve impegnarsi per arrivare almeno al 55% di riduzione delle sue emissioni come contributo a un accordo globale ambizioso e giusto. Un obiettivo realistico e a portata di mano. Secondo gli stessi dati della Commissione, nel 2013 si è registrata una riduzione delle emissioni del 19% con un trend al 2020 del 24% senza azioni aggiuntive. L’ambiguità sulle misure che l’Ue intende mettere in campo rischia di creare un gap di 6 miliardi di tonnellate nell’attuale impegno di riduzione per il periodo 2021-2030, che si traduce in una riduzione effettiva compresa appena fra il 25 e il 35%, a seconda delle misure adottate. La credibilità della leadership europea si misurerà, inoltre, sull’impegno finanziario a sostegno dei paesi in via di sviluppo nella loro azione di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici in corso. Il giusto sostegno ammonta, come riconosciuto dalla stessa Commissione, a 28 miliardi di dollari l’anno entro il 2020. Finora siamo lontani da questo obiettivo, l’impegno europeo oggi si attesta infatti sui 10 miliardi di dollari. È indispensabile colmare questo gap. Anche qui, le risorse necessarie possono essere reperite senza grandi problemi attraverso l’abolizione dei sussidi alle fonti fossili. Si tratta di ben 221 miliardi di dollari, di cui i soli sussidi diretti ammontano a 68 miliardi: oltre sei volte l’attuale impegno finanziario europeo. Non ci sono alibi. Senza una posizione più ambiziosa difficilmente l’Europa potrà svolgere a Parigi quel ruolo di leadership indispensabile a garantire la sottoscrizione di un nuovo accordo in grado di vincere la crisi climatica e porre le basi per un futuro rinnovabile. L’Ue deve pertanto impegnarsi a garantire un giusto sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo e ridurre senza sotterfugi le sue emissioni ben oltre il 40%. Impegno indispensabile non solo per il successo della conferenza di Parigi, ma soprattutto per indirizzare nella giusta direzione la transizione verso un efficiente sistema energetico fondato su rinnovabili ed efficienza, che faccia da volano per lo sviluppo di una competitiva economia europea finalmente libera dai fossili. La sola in grado di farci superare la doppia crisi, climatica ed economica, creando nuove opportunità dal punto di vista dell’occupazione, dell’innovazione e dello sviluppo di tecnologie pulite. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono permettersi il “lusso” di fallire.

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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