Parchi solidali

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Dagli hotspot allo Sprar. Poi i Cara, i Cda e i Cas. E i Cie, quelli vecchi e quelli nuovi del decreto Minniti. È una geografia in codice quella con cui l’Italia tenta di imbrigliare l’imponente flusso migratorio che sbarca sulle nostre coste. Una giungla di sigle che dovrebbe avere come collante l’accoglienza. Per comprenderla la semplifichiamo: da un lato ergiamo modelli, come la ionica Riace, e dall’altro piazziamo le tante Gorino con le loro barricate, fisiche e culturali. Nel mezzo una miriade di cooperative, enti e associazioni si barcamena per puntellare un sistema, quello dell’ospitalità diffusa, le cui potenzialità – tanto per i migranti, quanto per il territorio – restano sepolte da lungaggini burocratiche e una normativa che pensa molto all’emergenza e poco al dopo. Le buone pratiche però non mancano. E si stanno facendo strada, anche a partire dai Parchi e dalle Aree protette e dall’impegno dei circoli di Legambiente.

Entracque ospitale
Riparano tavoli e staccionate del centro faunistico “Uomini e lupi”. Ripristinano sentieri e paline sulle montagne cuneesi, nel Parco delle Alpi Marittime. Sono i richiedenti asilo ospitati a Entracque, una quarantina di migranti soprattutto africani coinvolti dal giugno scorso nel progetto Parco solidale. «È nato in modo del tutto informale – racconta il presidente dell’ente, Paolo Salsotto – Molti dei ragazzi erano disponibili per del lavoro volontario e noi abbiamo moltissimi terreni abbandonati e sentieri da recuperare». Un’esperienza che Salsotto vuole ampliare: ha appena firmato una convenzione con il circolo Legambiente di Cuneo per avere altri volontari, da affiancare anche ai richiedenti asilo. Un risparmio per le casse del Parco, certo. Ma non è un impegno a senso unico. I migranti seguono corsi di formazione, prendono patentini. Non esiste una formula magica per quella che viene definita come “integrazione”. Ma questi sono piccoli tasselli. E i risultati arrivano. Qualcuno dei ragazzi adesso lavora in aziende della zona grazie al passaparola. Con stage, voucher o un contratto di formazione, 5-600 euro al mese. Poco, ma è un inizio. Tutto ciò, ovviamente, se la richiesta di asilo viene accolta. «La legge purtroppo non tiene conto del percorso che fanno in Italia – commenta Salsotto – È un aspetto che andrebbe cambiato. Sbagliamo a guardare solo il paese da cui vengono».

Modello Ormea
Ormea, dall’altro lato del Parco, ha raccolto a suo modo la scommessa. Anche i 35 migranti ospitati in questo paesino della Val Tanaro hanno lavorato come volontari. Hanno pulito qualche ettaro di castagneti e venduto le castagne, qualche migliaio di euro in tutto. Hanno rimesso in sesto i muri a secco che terrazzano il fianco della montagna. Lavori di cui la zona ha bisogno immediato. L’alluvione di novembre ha lasciato una lunga scia di danni. L’acqua è scivolata tra i boschi abbandonati da decenni, scardinato i terrazzamenti indeboliti dall’incuria del tempo e si è portata via ponti e strade a fondovalle. «Questi lavori non li fa più nessuno – ragiona il sindaco Giorgio Ferraris – Eppure si guadagna come a stare in cassa al supermercato. Un tempo il lavoro in fabbrica era conveniente e le montagne si sono spopolate. Oggi non è più così». L’arrivo dei migranti, forse, ha fatto da innesco. L’idea del sindaco è quella di creare una cooperativa di comunità che tenga insieme le valli Tanaro, Stura e Maira. Rendere di nuovo attraente la vita nelle terre alte. E il progetto del Parco si inserisce appieno. Ma non è l’unica novità. Ferraris si è anche impuntato sulla gestione dell’accoglienza pretendendo che fosse pubblica. Oggi tutto il processo fa capo al Comune. Uno dei pochi casi in Italia, se non l’unico. E con i fondi dello Sprar ha creato sei posti di lavoro aggiuntivi, a vantaggio degli abitanti di Ormea.

l’Aspromonte dialoga
Può diventare un nuovo “modello”? Certo, i progetti che coinvolgono i migranti in lavori volontari in tutta Italia non si contano. Il punto è smettere di considerarli un atto dovuto, in cambio dell’accoglienza. E farlo diventare un sistema. Ci sta provando il Parco dell’Aspromonte, dove sono ospitati una quarantina di migranti dallo scorso ottobre. «Insieme alla Protezione civile, in primavera presidieranno l’intero comprensorio per avvistare gli incendi – spiega il presidente del Parco, Giuseppe Bombino – Con le tante cooperative montane nate in questi anni cureranno la manutenzione dei sentieri, dopo una specifica formazione per lavorare il legno». Questo il punto di partenza, a cui si sovrappone un altro livello, con l’obiettivo di favorire al massimo l’integrazione. Diverse associazioni ambientaliste hanno “adottato” dei sentieri del Parco e con la bella stagione vi organizzano escursioni. «L’idea è di coinvolgere i richiedenti asilo in queste attività – continua Bombino – Far entrare in relazione i ragazzi con gli abitanti e i turisti. L’Aspromonte deve’essere un luogo di dialogo». Anche questo può essere l’innesco di un progetto più ampio, di cui Bombino spera entrino a far parte anche i 37 comuni dell’area e i privati. «L’obiettivo è dare il via a un meccanismo emulativo – conclude – Dare modo a tutti i soggetti di cogliere le opportunità di integrazione». Nel frattempo, i migranti hanno già lasciato la loro “impronta” sull’Aspromonte. Oggi sono ospitati in una struttura legata al Mu.Sa.Ba, il museo Santa Barbara creato dall’artista Nik Spatari che sorge all’interno del Parco. Insieme a lui stanno realizzando una sorta di labirinto vegetale a forma di piede, grande quanto mezzo campo da calcio e formato da piante provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. L’impronta di un’umanità in cammino attraverso confini, muri e barricate, che facciamo ancora fatica ad accogliere.

Senza diritti
Se l’accoglienza è un percorso a ostacoli per i migranti, è anche perché manca una visione complessiva di cosa significhi davvero integrazione. Un problema che attraversa tutto il sistema Sprar per esplodere quando arriva al suo culmine: la cittadinanza. Su questo tasto batte “L’Italia sono anch’io”, campagna per i diritti di cittadinanza nata da 22 organizzazioni della società civile nel 2011 per riportare all’attenzione dell’opinione pubblica, e del dibattito politico, il tema dei diritti di cittadinanza. Nel 2015 la Camera ha approvato un ddl in materia. È arenato in Senato. «Potrebbero approvarlo in due giorni», punta il dito Filippo Miraglia, coordinatore della campagna. Il testo contiene lo ius soli, ovvero il diritto della cittadinanza per nascita, ma “temperato”, cioè a condizione che almeno uno dei genitori abbia un permesso di soggiorno di lungo periodo e un certo reddito. «Ma così si escludono i disoccupati e chi lavora in nero – puntualizza Miraglia – Per noi basterebbe che almeno uno dei genitori sia regolarmente residente da almeno un anno». Non mancano, comunque, gli elementi positivi. Il disegno di legge prevede anche lo ius culturae, che fa diventare italiano chi compie almeno un intero ciclo scolastico nel nostro paese. «La legge – conclude Miraglia – sarebbe comunque un grande passo avanti per milioni di famiglie straniere oggi residenti in Italia». E un segno di speranza per quei migranti ancora in attesa di conoscere il loro destino.n

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