Orso Mario, tutti gli errori

Si possono scrivere e decidere buone strategie di conservazione, e il Piano d’azione per la tutela (Patom) contiene indicazioni e strumenti importanti per la tutela dell’orso, ma se tutti gli interpreti e gli attori istituzionali non recitano la loro parte tutto diventa inefficace

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“Siamo preoccupati di quanto accaduto a Villavallelonga, trovare un’orso in casa non deve essere una bella esperienza e si deve al caso se non ci sono state gravi conseguenze per la famiglia coinvolta, a cui va la nostra vicinanza, e per l’orso Mario che è stato efficacemente allontanato e rimesso in natura dai tecnici e dagli operatori del Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Episodi come questi, con giusto equilibrio, non possono essere sottovalutati perché è forte il rischio che altri orsi confidenti possano creare situazioni simili e non sempre il finale può essere positivo. Ricordiamo, per primi a noi stessi, che appena due anni fa l’orso Biagio è stato ucciso a Pettorano sul Gizio da un abitante del luogo che non ha valutato con la stessa freddezza e consapevolezza del padre di famiglia di Villavallelonga i rischi che correva lui e l’animale. Ma l’incolumità delle persone e la tutela di un orso non possono essere il frutto del caso o della buona stella, occorre fare di più e affrontare con decisione i nodi ancora irrisolti di una strategia di conservazione dell’orso bruno marsicano che ha ancora troppe tessere fuori posto” E’ questo il primo commento di Giuseppe Di Marco presidente di Legambiente Abruzzo e di Antonio Nicoletti responsabile aree protette  e biodiversità di Legambiente, relativo all’episodio verificatosi a Villavallelonga la notte di sabato 29 luglio che ha visto un orso bruno marsicano confidente intrappolato dentro una abitazione, mentre la famiglia composta da quattro persone dormiva. 

“L’orso Mario è dallo scorso novembre che frequenta i pollai dei centri abitati della Marsica, – commentano ancora i due referenti Legambiente – durante una delle sue incursioni notturne probabilmente si è trovato in un vicolo cieco e ha usato la casa come via di fuga, ma senza successo. Si possono scrivere e decidere buone strategie di conservazione, e il Piano d’azione per la tutela dell’orso bruno marsicano (Patom) contiene indicazioni e strumenti importanti per la tutela dell’orso, ma se tutti gli interpreti e gli attori istituzionali non recitano la loro parte tutto diventa inefficace. Abbiamo denunciato da tempo l’assenza ed i vuoti creati dalla Regione Abruzzo in questa strategia, una istituzione fondamentale al pari del Ministero ‘Ambiente e delle regioni Lazio e Molise anch’esse interessate  al Patom. La Regione Abruzzo ha sostanzialmente delegato alle sue aree protette regionali e nazionali la gestione dell’orso, senza fornire a queste gli strumenti necessari per operare bene. A partire dalla non gestione della caccia nelle zone del Patom  esterne alle aree protette, alla mancata definizione delle aree contigue ai parchi e alle riserve, ai ritardi nell’approvazione dei piani dei parchi e di gestione dei siti della rete natura 2000, per non parlare della indisponibilità di risorse tecniche ed economiche per l’orso. L’unica cosa che ha saputo fare in questi anni la politica regionale abruzzese è stato tagliate le risorse e il personale dedicato alla conservazione della natura, avanzare proposte di riduzione dei perimetri dei parchi, fare proposte di legge sbagliate e in contraddizione con normative nazionali e comunitarie. Un fallimento nelle politiche di tutela della natura che mete a repentaglio la conservazione dell’orso, specie simbolo dell’Abruzzo e dell’Appennino centrale”.

“Chiediamo alla regione Abruzzo – continuano Nicoletti e Di Marco – di dimostrare un minimo di responsabilità in questo settore, sia il presidente della Regione ad assumersi direttamente la responsabilità  della tutela dell’orso che non è più una competenza settoriale per cui serve una regia politica vera che fino a oggi è mancata. Chiediamo inoltre che venga affrontata con decisone la dimensione sociale e comunitaria della conservazione dell’orso, coinvolgendo in un  processo partecipato le comunità locali nelle azioni di gestione dell’orso. Siamo consapevoli che occorre ridurre le fonti urbane di alimentazione dell’orso, e per primo i pollai, ma non si può pensare che un’azione di eliminazione di queste strutture sebbene abusive  non passi attraverso una condivisione con i sindaci ed i cittadini, ai quali possono essere anche proposte soluzioni alternative e innovative. Lo stesso lavoro  tocca farlo con gli agricoltori della piana del Fucino che lasciano resti di lavorazione delle carote incustodite che diventano fonti di alimentazione incontrollata per l’orso. Questi cambiamenti di abitudini necessari, per cittadini e agricoltori, non si ottengono perché  è scritto nel Patom ma si possono raggiungere se si mettono in campo azioni e si sperimentano metodi non ancora sperimentati. Se non si interviene su questi punti, il grande lavoro tecnico scientifico messo in atto dai parchi e dalle aree protette abruzzesi rischia di essere inutile a salvare l’orso dall’estinzione. Se il presidente della Regione D’Alfonso vive ancora nella sua terra, e non solo sui social, batta un colpo prima che sia troppo tardi.”

 
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