I nostri boschi un patrimonio da valorizzare

bosco
«Il petrolio finirà, il bosco no. Se gestito bene». È questo il monito e la speranza che lancia Raoul Romano, ricercatore presso il centro Politiche e bioeconomia del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea).

Dottor Romano, come stanno le foreste italiane?
La superficie boschiva non è mai stata così estesa, oltre il 35% del territorio nazionale. Quantità non è però sinonimo di qualità. In termini produttivi, ambientali e paesaggistici i boschi di neo-formazione su terreni agricoli e pascolivi abbandonati, su aree degradate e marginali periurbane, non hanno nessun indirizzo e sono nella maggior parte dei casi boschi dove prevalgono specie alloctone e invasive.

raoul-cvCosa vuol dire gestire un bosco?
Vuol dire rispettarlo. Valorizzarne la natura attraverso specifiche pratiche colturali che garantiscano nel tempo beni economici e servizi pubblici. La storica gestione agrosilvopastorale del territorio italiano ha generato le diversità ambientali e paesaggistiche che oggi conosciamo, tuteliamo e “vendiamo” nel mondo. Inoltre, gestione forestale vuol dire tutela attiva del territorio, biomasse, filiere produttive, occupazione…

La mano dell’uomo è quindi necessaria per la buona salute dei boschi?
Dipende. Vogliamo custodirli, contemplarli o sfruttarli? Il 95% del nostro territorio negli ultimi 5.000 anni è stato fortemente utilizzato ma anche custodito. Le attività agrosilvopastorali hanno costruito il paesaggio italiano e la sua diversità bioculturale. La coltivazione del bosco ha introdotto, mantenuto o eliminato specie a beneficio di altre. In Italia, tranne piccoli lembi, non esiste la foresta “vergine” e la nostra storia economica e culturale ha fondamenta forestali. L’uomo con il bosco ha sempre convissuto e fino ad 80 anni fa si aveva un solo interesse, quello economico. Si era quindi, obbligati a fare una corretta gestione per godere ogni anno degli “interessi” maturati, altrimenti si intaccava il “capitale”. Quindi, la risposta è: dipende da cosa vogliamo domani, con la consapevolezza che le scelte locali di oggi hanno ripercussioni ambientali, sociali ed economiche globali.

I boschi possono aiutarci nella lotta ai cambiamenti climatici. Come?
Sempre con la gestione che si contrappone all’abbandono colturale. Gli accordi internazionali sul clima non parlano di bosco come “oggetto”, ma di bosco come “soggetto attivo”. La gestione forestale sostenibile, la forestazione e la riforestazione sono gli strumenti per la riduzione e mitigazione ai cambiamenti climatici.

Crede che oggi ci sia bisogno di intervenire sulle norme?
Sì. Dobbiamo aggiornare la legge nazionale 227 del 2001 alla luce degli impegni internazionali. Bisogna coordinare e semplificare i vincoli, ambientale, paesaggistico e idrogeologico, al fine di poter garantire quella gestione che risulta essere indispensabile a quella tutela e conservazione che i vincoli stessi perseguono. Prima però dobbiamo sensibilizzare la società all’importanza della gestione forestale e all’uso del legno.

Dobbiamo tornare indietro? Alle pratiche di una volta?
No. La selvicoltura è sempre selvicoltura, anche se sono cambiate esigenze, conoscenze e tecnologie. Oggi dobbiamo pensare che il petrolio, come le altre risorse non riproducibile, prima o poi finirà. Il bosco no, e se gestito correttamente potrà continuare a fornire contemporaneamente beni economici e servizi ecosistemici. Dipende, quindi, da quali sono e saranno le nostre priorità.  

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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