Non solo Tunisia,
ecco l’elenco dei disastri

disastro

L’ultimo disastro ambientale legato alle piattaforme petrolifere è di pochi giorni fa: il 13 marzo la piattaforma della Petrofac vicino alle isole Kerkennah, arcipelago tunisino noto per le sue magnifiche spiagge e a soli 120 chilometri a sud di Lampedusa, ha subìto un incidente, sversando petrolio in mare. In allarme gli abitanti del luogo, l’economia dell’arcipelago si fonda sulla pesca, ma anche gli ambientalisti. Eppure  i media  italiani non ne parlano. «Nonostante il disastro abbia un impatto nel Mediterraneo che è ad oggi il mare più inquinato da idrocarburi di tutti – spiega Giorgio Zanchini, responsabile scientifico di Legambiente – A peggiorare le cose è il fatto che il “mare nostrum” è un bacino semichiuso: il tempo di rinnovamento della massa d’acqua superficiale è di circa 100 anni, sale a 7.000 anni se consideriamo l’intero volume d’acqua».

Il “silenzio stampa” sull’incidente tunisino pesa ancora di più alla vigilia del referendum sulle trivelle del 17 aprile. Eppure appare chiaro a molti quali siano i pericoli per il nostro mare, un bacino che ospita il 20% della biodiversità marina globale e molte aree protette. Senza mettere in conto l’impatto sul turismo e le attività di pesca.

I rischi, infine, non diminuiscono con l’eventuale pulizia post- incidente.  «Addirittura il Piano di pronto intervento per la difesa da inquinamento di idrocarburi, approvato con decreto nel 2010, è netto e mette in allarme. – conclude Zampetti –  Si legge: “In ogni caso le varie tecniche di rimozione, pur combinate tra loro e nelle condizioni ideali di luce e di mare, consentono di recuperare al massimo non più del 30% dell’idrocarburo sversato. Tale percentuale tende rapidamente a zero con il peggioramento delle condizioni meteo-marine. Impossibile operare la rimozione in assenza di luce.” A dimostrazione che anche attuando tutti gli interventi previsti si avrebbe comunque un rilascio di idrocarburi in mare di circa il 70% o più».

Davanti al silenzio dei media di questi giorni abbiamo raccolto l’elenco dei disastri legati a piattaforme ed oleodotti nel mondo, negli ultimi 20 anni. Per non creare confusione abbiamo volutamente eliminato le decine di incidenti di navi petroliere. Ecco qui la lista:

  • 14 marzo 2016 Tunisia, isole Kerkennah, piattaforma Petrofac. L’arcipelago è a soli 120 km a sud di Lampedusa. Lo sversamento avviene in una piattaforma a 7 km dalla costa. Sotto accusa è la Petrofac, compagnia britannica.
  • 5 dicembre 2015 Un vasto incendio divampa su una piattaforma petrolifera nel mar Caspio: tragico il bilancio, di 32 morti. Le fiamme hanno avvolto l’impianto di Guneshli, in particolare la piattaforma n. 10, dove la compagnia di Stato dell’Azerbaigian, la Socar, produce petrolio e gas.
  • 21 maggio 2015 Una “marea nera” investe Santa Barbara, in California: a causa della rottura delle condutture di un oleodotto, circa 80mila litri di petrolio si riversano nel Pacifico. Un vero e proprio disastro ambientale, che ha portato il governatore della California, Jerry Brown, a dichiarare lo stato d’emergenza.
  • 2 luglio 2013 il Perro Negro 6, piattaforma marina di proprietà della Saipem (società della galassia Eni), affonda nelle acque dell’Atlantico, al largo delle coste congolesi. A renderlo noto, la stessa Saipem: l’incidente sarebbe da imputare al cedimento del fondo marino sotto una delle 3 gambe del Perro.
  • 13 agosto 2011 Una tubazione della piattaforma Gannet Alpha nella parte centrale del mare del Nord, a circa 180 km dalla città costiera di Aberdeen, in Scozia, viene danneggiata e una crepa porta alla fuoriuscita di almeno 1.300 barili di petrolio, pari a circa 200.000 litri.
  • 4 luglio 2011 Un oleodotto della Exxon Mobil, in seguito chiuso, riversa oltre 160.000 litri di greggio nel fiume Yellowstone, nel Montana, che attraversa l’omonimo Parco nazionale.
  • 4 agosto 2010 Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum, causa 11 morti. Oltre 500mila tonnellate di petrolio vengono sversate nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante un pozzo a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento inizia il 20 aprile 2010 per terminare, 106 giorni dopo, il 4 agosto.
  • 19 luglio 2010 Due incendi devastano per 15 ore due oleodotti nel porto di Dalian, nel nordest della Cina. I due oleodotti appartengono alla China national petroleum, controllata da Petrochina.
  • 12 dicembre 2007 Incidente avvenuto nella piattaforma Statfjord nel mare del Nord, Norvegia. Il quotidiano norvegese Aftenposten scrive di una perdita di circa 3.840 metri cubi, equivalenti a 3,84 milioni di litri di petrolio.
  • 2 marzo 2006 Un lavoratore della BP Exploration Alaska scopre una grande perdita di petrolio nella parte ovest del campo nel Prudhoe bay oil field, un grande giacimento nel nord dell’Alaska. La fuoriuscita – un milione di litri, la più grande nel nord dell’Alaska – è stata attribuita alla rottura di una pipeline.
  • Gennaio 2000 Nella baia di Guanabara, in Brasile, lo sversamento di 1.300.000 litri di petrolio da una pipeline. Partiva dalla raffineria di Duque de Caxias (Reduc) della Petrobas.
  • 12 gennaio 1998 Una perdita di 40mila barili di petrolio greggio dall’oleodotto che collegava la piattaformala di Mobil Idoho al terminal onshore Qua Iboe in Nigeria. Per Mobil più del 90% del petrolio è andato disperso o evaporato naturalmente, sebbene la perdita ha viaggiato “centinaia di chilometri più  lontano di quanto si aspettasse” e circa 500 barili sono stati trascinati a riva.

 

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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