“Non eravamo angeli”

1966 - l'alluvione di Firenze
1966 – l’alluvione di Firenze

La sera del 3 novembre del 1966, mentre Firenze e con lei tanta parte dell’Italia finivano sott’acqua, stavo tornando col mio maggiolino da Ravenna a Bologna. Approfittando del ponte di Ognissanti, ero andato a trovare i genitori e mio fratello. Guidavo con fatica per via del temporale, ma contento perché il “bottino” della mia visita era stato sostanzioso. Le cose in quel periodo non mi andavano per niente male. Avevo appena iniziato a lavorare all’ufficio studi della Camera del lavoro di Bologna, che mi garantiva piena autonomia economica dai genitori, soprattutto potevo giustificarmi con loro per l’essere fuori corso e lontano dalla laurea in Economia e Commercio. Gli unici aiuti a cui non rinunciavo erano in cibarie varie. Questa volta ripartivo con uno stupendo ragù, due salami e una bottiglia del prezioso Vov che faceva mia madre, con i quali avrei allietato i miei coinquilini: Giancarlo, Marione e l’indiano, un tipo misterioso che quasi ogni mese cambiava nome. Lo avevamo incontrato che dormiva su una panchina e impietositi lo portammo a casa, da cui ovviamente non si mosse più. Oltre al ragù, al Vov e agli insaccati portavo anche l’ultimo 45 giri di Bob Dylan, I want you, regalatomi da mio fratello che era disk jockey. Abitavamo in un appartamento fantastico sui colli bolognesi, vicino alla facoltà di Ingegneria. Ce l’aveva affittato Guglielmina Dondi, che fu attrice nella compagnia del drammaturgo e poeta Sam Benelli. Fu Marione a convincerla ad affittarcelo. Aveva scoperto che Guglielmina era stata un’artista e lei vinse ogni sua resistenza quando le disse: “Sa signora che lei è stata l’attrice più ammirata dai miei genitori?”. In realtà erano contadini di Argelato e di certo non avevano mai messo piede in un teatro. La nostra convivenza era ottima, tutto veniva messo in comune, compresa l’unica entrata certa, la mia, perché il sindacato mi pagava ogni mese 85.000 lire. A Bologna fu una delle prime “comuni”.
Erano anni in cui c’era una gran voglia di stare insieme, e anche questo fa capire perché in tanti corsero a Firenze ad aiutare. Erano tempi in cui la dimensione individuale e la privacy erano sintomo di alienazione: la normalità era invece il vivere collettivo. Da Barbiana don Milani predicava: “Avaro è chi risolve un problema da solo”. Arrivai a casa verso le 11.30 e aperta la porta mi ritrovai faccia faccia con Marione, che mi urlò: “Firenze è sott’acqua!”… Era prevedibile che le piogge di quei giorni avrebbero causato danni, ma che Firenze si trasformasse in Venezia nessuno se lo sarebbe immaginato. Allora pochi sapevano che cosa volesse dire dissesto idrogeologico, tantomeno che ci fossero precise responsabilità alla base dei  disastri. Eravamo i figli del miracolo economico, la cui filosofia era che qualsiasi cosa andava bene, purché segnalasse un aumento del patrimonio, ritenuto sempre scarso di strade, case, capannoni. Ancora oggi, ambientalisti esclusi, pochi si rendono conto che le conseguenze, sempre disastrose, di un’alluvione o una frana sono figlie dell’incapacità dei decisori politici di districarsi nel caos delle lobby, delle ignoranze e soprattutto dalla poca volontà di perseguire un equilibrio fra esigenze immediate e doveri verso il futuro. “Fare” era e purtroppo è ancora la ricetta che perdonava e perdona qualsiasi scempio.
Uno dei paesi più colpiti dall’Arno nel 1966 si chiama Incisa Val d’Arno e quel “Incisa” suona come un intruso, nella valle dove il fiume compie gran parte del suo percorso prima del mare. È lì che accoglie le piogge e sfoga le sue piene, peccato che in pochi decenni Incisa, dal borgo in cui nacque Petrarca, è diventata una grande area metropolitana, al cui fianco scorre l’autostrada del Sole, simbolo del miracolo economico italiano e della motorizzazione di massa, per cui al fiume resta una piccola briciola di territorio. Passammo la notte attorno alla radio per saperne di più, ma la decisione era già presa: andiamo ad aiutare le popolazioni colpite. Ci parve logico rivolgersi al sindacato e quando la mattina seguente vi arrivammo, Andrea Amaro, uno dei segretari, fu ben felice della nostra disponibilità ad andare. Ci consigliò soltanto di andarci equipaggiati. I sacchi a pelo li avevamo, cerate e stivaloni ce li diedero amici pescatori di Comacchio e infine i badili ce li prestò mio zio Pietro, coltivatore a Mandriole, dove c’è il capanno in cui morì Anita Garibaldi. Inoltre mia madre, dopo timidi tentativi di dissuadermi, mi riempì di maglioni, bottiglie di Vov e coperte militari infeltrite, che mio padre, aviatore, teneva in un baule come ricordo di guerra.
La certezza di riuscire ad arrivare arrivò tre giorni dopo e quindi con zaini pesantissimi ci infilammo sul treno delle 7, che veniva da Milano. Con sorpresa vedemmo che era pieno di giovani che scendevano con noi, la maggioranza scout. Dopo quasi due ore giungemmo a Firenze e noi tre ci dirigemmo dove ci avevano detto alla Casa del Popolo: in piazza dei Ciompi, a Santa Croce. Essendo attrezzati e per di più provvisti di una canadese in cui dormire fummo spediti subito a ingrossare la squadra che stava ripulendo strade e cantine. Si lavorava duro, anche dieci ore al giorno, ma la cosa sorprendente è che nessuno riposava più di tanto. Ovunque si formavano gruppi nei quali non mancava mai il ragazzo o la ragazza con chitarra che strimpellava le canzoni dell’ultimo Cantagiro, da Io ho in mente te dell’Equipe 84 a Ma che colpa abbiamo noi, per finire con Come potete giudicar dei Nomadi.
Non ho mai amato essere chiamato “angelo del fango” perché non sono cattolico. Io e i miei due amici, più che allo spirito caritatevole, ci ispiravano al dissacrante personaggio del film Morgan matto da legare, che anticipava quello che sarebbe successo solo un anno dopo. In tutto quel fango, infatti, mise radici una strana pianta che disseminò i suoi semi in quasi tutto il mondo. Fu chiamata contestazione giovanile: stava arrivando il 1968.

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