In nome della Terra

Dal Brasile alle Filippine, passando per il Congo e la Liberia. Cresce del 60% il numero delle persone uccise perché difendevano l’ambiente. Le denunce delle ong. E i silenzi dei governi
ICONA_recensioniUn testimone della devastazione
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Intervista alla figlia di Berta Caceres  di L. M.

L’ultimo caso risale al 20 marzo. Cinque uomini armati entrano nell’ospedale di Parauapebas, nello Stato di Pará, in Brasile. Fermano la security, minacciano il personale. Due restano nella hall, gli altri raggiungono il reparto di terapia intensiva, dove legano infermieri e medici prima di puntare alla loro vittima. Non è un regolamento di conti fra clan rivali: Waldomiro Costa Pereira, 52 anni, era un attivista dei Sem Terra, ricoverato perché pochi giorni prima era riuscito a scampare a un altro attentato. Ma la sentenza di morte emessa non prevedeva appello.

La lunga scia di sangue che sta colpendo il nord del Paese, falcidiando chi continua a lottare per la riforma agraria, sembra senza fine. Con sessantuno morti ammazzati – come denuncia la Commissione pastorale della terra, organismo brasiliano impegnato nella denuncia dei conflitti agrari – il 2016 è stato l’ennesimo anno orribile per il Brasile. La mattanza colpisce indigeni, contadini, sindacalisti. E si concentra nelle zone confinanti con l’Amazzonia. Nella sola Rondonia sono stati ventuno gli attivisti uccisi lo scorso anno. Delitti commessi da mani differenti per un’identica ragione: zittire chi difende la grande foresta dagli appetiti di latifondisti, tagliaboschi, fautori di mega progetti minerari o idroelettrici. Non deve stupire, dunque, che gli ambientalisti siano sempre più una categoria ad alto rischio.

Il Brasile è nel mondo il caso più drammatico per il mix fra l’enorme ricchezza del suo patrimonio naturale, un’oligarchia terriera così influente da aver impedito finora il varo di una riforma agraria, l’emergere di un’imprenditoria rampante legata all’agribusiness. Ma la violenza contro gli ecoattivisti è in crescita in larga parte del pianeta. È la difesa dell’ambiente il fronte su cui oggi si combatte, e si muore, in Colombia, Perù, Nicaragua, Guatemala, Honduras e Messico, ma anche nelle Filippine, in India, Indonesia, Myanmar, Cambogia, Thailandia e Pakistan, e ancora in Congo e Liberia. L’ultimo rapporto di Global witness, l’ong che dal 2004 documenta le violazioni contro le popolazioni indigene nel mondo, registra un forte aumento dei casi di ecologisti, nativi e non, uccisi. Rispetto al 2014 (On dangerous ground, pubblicato nel 2016, riporta i dati del 2015, ndr) sono aumentati del 60%: 185 omicidi, una media di tre a settimana. La stessa ong ha diffuso il report sugli attivisti uccisi dal 2010 al 2015: Brasile (207), Honduras (109), Colombia (105), Filippine (88) e Perù (50) i Paesi più pericolosi per gli ambientalisti. Ma le morti di cui si ha notizia sono soltanto la punta dell’iceberg. “Per ogni omicidio che riusciamo a documentare – scrivono nel loro report – ce n’è qualcun altro nascosto. Purtroppo i nostri dati sono sottostimati. Molti sono avvenuti in villaggi isolati e immersi nelle foreste, per cui è altamente probabile che i morti siano di più”. Che abbiano lottato contro miniere, dighe, centrali, progetti di agribusiness o resort turistici, le esecuzioni di questi eroi dell’ambiente hanno una caratteristica comune: un tasso di impunità che sfiora il 99% dei casi.

Matrici comuni

Una ragione dell’aumento delle vittime si può cercare nella congiuntura economica internazionale. «Dal 2008, in seguito alla crisi dei prezzi alimentari, la terra è considerata un investimento molto redditizio, un bene rifugio quanto altre materie prime preziose – spiega Giorgia Ceccarelli, policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam, la confederazione internazionale di associazioni impegnata contro povertà e disuguaglianze – e questo ha portato ad acquisizioni di terre sempre più su larga scala nei Paesi in via di sviluppo. I motivi possono essere diversi: Stati ricchi che per soddisfare la domanda interna di cibo hanno bisogno di coltivare altrove, il cambio negli stili di vita in quei Paesi a medio reddito che oggi consumano molta più carne ma anche il business dei biocarburanti, incentivato dalle politiche energetiche europee». Come rileva Land matrix, il più grande database di accordi sulle acquisizioni di terra di grandi dimensioni, più del 75% degli oltre 1.500 accordi registrati risultano contratti già in essere, il triplo rispetto al 2012. «E il numero degli accordi siglati nel 2016 è il doppio rispetto a quelli del 2013 – riprende Ceccarelli – Bisogna sottolineare che per il 59% si tratta di terre rivendicate dalle comunità locali, e che solo per il 14% di queste acquisizioni è stato avviato un processo per ottenere il “consenso libero, preventivo e informato” da parte delle comunità, come stabilisce la dichiarazione Onu del 2007 sui diritti dei popoli indigeni. Nella grande maggioranza dei casi si trovano di fronte al fatto compiuto, non sono interpellati né messi a conoscenza di quali siano i piani su quelle terre, che occupano ancestralmente senza averne la titolarità formale». Insomma, le condizioni ideali per inasprire negli anni a venire i conflitti causati dal land grabbing. Insieme ad altre centinaia di organizzazioni nel mondo, Oxfam ha lanciato la campagna Land rights now proprio per richiamare l’attenzione sulle crisi che da anni colpiscono le terre comuni. «Dovremmo impegnarci tutti e di più per difendere quelle persone che preservano gli ecosistemi da secoli – aggiunge Giorgia Ceccarelli – perché se i diritti alla terra dei popoli indigeni venissero garantiti, si potrebbe tutelare l’80% della biodiversità del Pianeta. Una ricerca del World resources institute mostra che la deforestazione nelle terre indigene dell’Amazzonia è meno di un decimo rispetto al resto della regione. Un esempio di gestione e salvaguardia dell’ambiente – conclude – cruciale anche nella lotta ai cambiamenti climatici».

Sono ragioni molto concrete, insomma, quelle che raccontano le storie di centinaia di attivisti uccisi, soprattutto in Sud America. Il caso che ha fatto più clamore negli ultimi mesi è quello dell’omicidio di Berta Cáceres in Honduras ma non bisogna dimenticare quanto accade negli altri Paesi latino americani. Come in Colombia, dove la minaccia per gli attivisti indossa l’uniforme delle Bacrim, le formazioni paramilitari che si oppongono al processo di restituzione agli sfollati interni delle terre espropriate dai gruppi armati, a cui si aggiunge il dilagare delle miniere d’oro clandestine, sempre legate alle formazioni illegali. Un giro d’affari redditizio e inquinante che riguarda in particolare la regione del Cauca, dove il 90% dell’oro viene estratto illecitamente e dove più si muore se si protesta. Oppure in Perù, dove continuano dal 2002 gli omicidi di chi lotta contro la deforestazione. Oltre metà del Paese è coperto dalla foresta pluviale ma il disboscamento illegale procede a ritmi folli per soddisfare la domanda internazionale di legname. Qui a perdere la vita, fra gli altri, è stato Edwin Chota, uno degli ecoattivisti più conosciuti nel mondo, che prima di restare ucciso in un’imboscata nel settembre 2014 aveva denunciato le minacce delle multinazionali al proprio governo. Per il suo impegno ambientalista era spesso paragonato a Chico Mendes, il sindacalista brasiliano che combatteva contro la deforestazione in Amazzonia, ucciso nel dicembre del 1988. Entrambi sono stati giustiziati dalla mafia dei taglialegna.

Non solo Sud America

Unico Paese non latino americano ai vertici della classifica, le Filippine. Qui la questione più rilevante riguarda la coltivazione di palme da olio, in particolare sull’isola di Mindanao, dove è in corso una persecuzione ai danni dei Lumad, e su quella di Palawan. Il governo ha dato in concessione milioni di ettari di terra a multinazionali che non si fanno scrupoli nel ricorso a formazioni paramilitari per terrorizzare e allontanare i residenti: attaccano villaggi e scuole, commettono omicidi e torture senza risparmiare insegnanti e studenti. In tutto questo il premier Rodrigo Duterte, come denuncia Human rights watch, ong internazionale che si occupa di diritti umani, non mostra la minima intenzione di voler porre fine agli abusi e indagare sulle complicità dell’esercito. A sfidarlo pubblicamente, mettendo a rischio la propria vita, è Michelle Campos, l’ambientalista che in una lettera aperta pubblicata da un quotidiano di Manila ha denunciato l’uccisione di suo padre Dionel e di suo nonno per mano di un gruppo armato, una brutale esecuzione consumata davanti ai familiari e all’intera comunità. Dionel Campos guidava una campagna pacifica contro lo sfruttamento delle riserve di carbone, oro e nichel da parte delle compagnie minerarie internazionali e locali.

«Molte delle persone ammazzate – spiega Billy Kyte, responsabile campagne di Global witness – sono semplici cittadini, la cui unica colpa è opporsi allo sfruttamento indiscriminato del territorio in cui vivono, al land grabbing, alle perforazioni minerarie che sfregiano i villaggi, al commercio illegale di legname, alla costruzione di dighe che allagano terre abitate da millenni, alla caccia di frodo di animali protetti». Come Prajob Naowa-opas, che in Thailandia cercava di salvare la sua comunità dalle discariche illegali di rifiuti tossici promuovendo petizioni, raccogliendo firme, bloccando le strade utilizzate dai camion dei rifiuti. Finché non è stato freddato a colpi di pistola in pieno giorno. Quattro persone sono state arrestate per il suo omicidio, fra questi un funzionario del governo. Gli sversamenti sono stati fermati e nel villaggio in cui viveva una statua ricorda il suo sacrificio.

Silenzi d’Italia

Anche l’Italia conta le sue vittime sul fronte della lotta contro l’avvelenamento dell’ambiente. Come Luisa Minazzi, straordinaria protagonista nella sua Casale Monferrato delle battaglie per denunciare l’amianto della Eternit, uccisa da un mesotelioma nel 2010. E come il vicecommissario di Polizia Roberto Mancini e il comandante della Polizia municipale di Acerra, in provincia di Napoli, Michele Liguori, che non si conoscevano ma hanno combattuto nella stessa trincea: la Terra dei fuochi, avvelenata da Gomorra. E che hanno avuto in sorte lo stesso destino: prima abbandonati dalle istituzioni, poi uccisi dai veleni respirati in anni di lavoro sul campo.

Roberto Mancini è stato il primo a indagare, da poliziotto, sui traffici illegali di rifiuti. Una vita, stroncata da una leucemia nel 2014, dedicata a svelare gli intrecci fra imprese, camorra, massoneria e politica. Con le sue indagini, nate grazie alla collaborazione con Legambiente, ha anticipato di vent’anni la “scoperta” del disastro ambientale in quella parte di Campania. Le sue informative, ignorate per oltre quindici anni, sono diventate fondamentali in diverse inchieste e processi sulla gestione ecomafiosa dei rifiuti, a cominciare da quello sugli sporchi affari intorno alla discarica Resit, in provincia di Caserta. “Voglio credere che allora non fossero maturi i tempi e l’opinione pubblica non fosse pronta”, ha detto poco prima di morire.

Il vigile urbano Michele Liguori, oltre a guidare la Polizia municipale, era anche l’unico agente della sezione ambientale di Acerra, l’epicentro del disastro. È morto a 59 anni, anche lui nel 2014. Chi doveva sostenerlo, stargli vicino, offrirgli mezzi e fondi che servivano per combattere la camorra, non l’ha fatto. Gli rimproveravano addirittura un “eccesso di zelo”. Un’intervista video de La Stampa lo mostra nel suo letto a pochi giorni dalla morte. La voce è debole, lo spirito no. Un uomo forte, che solo due tumori sono riusciti a piegare: “Questa è la terra di mio padre e di mio figlio, non potevo far finta di non vedere. A me i vigliacchi non sono mai piaciuti”.

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