Noi ci siamo ancora

Ad un anno dalle prime scosse abbiamo intervistato nove imprenditori destinatari della raccolta fondi “La rinascita ha il cuore giovane”. Tra perseveranza e ostacoli, progettualità e paura. Ecco da dove può ripartire il futuro di questi territori dell’Italia centrale

Foto di Filippo Ronchitelli
Foto di Filippo Ronchitelli

Amelia Nibbi
32 anni, Casale Nibbi (Amatrice)
Ci sentiamo come se avessimo partorito un figlio e questo figlio fosse il terremoto. Non è più possibile progettare nulla nella nostra vita senza fare i conti con il sisma: la nostra agenda delle priorità è totalmente cambiata. Le emozioni che ci assalgono quotidianamente? L’ansia, il terrore, il non saper gestire le emozioni. Perché il fatto di sapere di non avere più cose certe è ingestibile. Conviviamo con la sensazione di alzarsi la mattina e non sapere che cosa succederà.
Prima avevamo una vita abbastanza programmata, ora bisogna continuamente attivarsi per riparare i danni economici del terremoto. Prima una volta ogni quindici giorni andavo al cinema, ora se ho due ore libere mi faccio venire idee per vendere ancora più prodotti, perché non ho più la clientela di prima. Prima vendevo a uno zoccolo duro che veniva ad Amatrice il venerdì, il sabato e la domenica, poi ai negozi di Amatrice, a quelli di Roma e infine alle fiere. Il problema è che lo “zoccolo duro” dei turisti del weekend, che rappresentava la metà delle vendite, non esiste più. E mi chiedo: “A chi vendo l’altra metà della produzione?”.
La solidarietà degli italiani è stata immensa, ha davvero sostenuto chi è rimasto qui. Il problema è che la solidarietà non basta più: ci si è attivati per il mangiare, il vestire e il dormire, ora le urgenze sono altre. Dopo la forte nevicata del 18 gennaio e le scosse successive il caseificio si è definitivamente lesionato.
Abbiamo ripristinato una struttura per avvantaggiarci sui tempi investendo oltre 100.000 euro, che nessuno ci ridarà.
Purtroppo il terremoto sta diventando un trampolino di lancio per alcuni politici locali, che stanno sfruttando l’improvvisa notorietà per farsi largo nella politica nazionale. È questa la cosa che ci fa arrabbiare di più. L’impressione è che ci sia poco ascolto del territorio, anche quando si va all’ufficio della ricostruzione sembra che ascoltino ma in realtà ragionano a modo loro. Vogliono applicare modelli che sono andati bene in altri luoghi, come l’Emilia Romagna, ma che non possono andar bene qui: questo è un territorio di piccole aziende familiari in un territorio difficile, montano. Una bella esperienza di ascolto l’abbiamo avuta con Alce Nero: alla loro proposta di coltivare i cereali gli agricoltori hanno risposto chiedendogli di aspettare un anno, e loro hanno rispettato questa scelta. Ecco, questo per me è il modello. Non si possono prendere le esperienze che hanno funzionato al Nord e portarle qui. Penso che l’unica soluzione sia parlare, confrontarsi. A partire dal sindaco… parli davvero con i cittadini, senza importare soluzioni impraticabili.

Foto di Filippo Ronchitelli
Foto di Filippo Ronchitelli

Lorenzo Battistini
29 anni, azienda Etiche Terre – Bosco Torto (San Pellegrino di Norcia)
Questo “anno con il terremoto” ci è sembrato infinito. Stiamo aspettando altre venti casette a San Pellegrino di Norcia, dovrebbero arrivare entro la fine dell’estate e spero che ci rientreremo anche noi. Da ottobre continuiamo a dormire nel camper e a mangiare nei container collettivi. Un’altra cattiva notizia è che in questa zona, ad oggi, non è ancora tornata l’acqua. Chissà se potremo seminare i fagioli, che di acqua ne chiedono tanta.
Prima del terremoto avevamo un’azienda che si occupava di orticoltura biologica con il box delivery, avevamo anche la tartufaia e coltivavamo zafferano. Già con il primo terremoto ci siamo ritrovati senza terreni su cui lavorare, senza casa: non abbiamo ricevuto nessun aiuto, né container, poi con le scosse del 26 ottobre ci hanno evacuato dagli alberghi. Fortunatamente la Caritas ci ha dato un camper per i restanti giorni della fioritura dello zafferano. Purtroppo i tempi della semina e della raccolta, rispettivamente fine agosto e metà ottobre, hanno coinciso con le fasi più tremende del terremoto, ma come dicevo grazie al camper della Caritas abbiamo finito la mondatura e Ilaria, la mia “socia”, si è spostata ai Castelli romani, dove abbiamo confezionato il prodotto. Abbiamo venduto lo zafferano a Natale e reinvestito in sementi e in un recinto. Abbiamo avuto anche un grande aiuto da Legambiente con la donazione della casetta in legno dove conserviamo gli attrezzi e le cassette di aglio.
Di questo anno sono rimaste sensazioni forti e molto contrastanti, legate alle persone che abbiamo incontrato nel nostro cammino. Ci sono quelli che ti trattano come fossi una pratica burocratica e ti rispondono come se gli avessi chiesto “che ora è?”, ma fortunatamente anche quelli che non sanno nulla di te e che si adoperano con fatti e parole. Come una coppia di signori del Nord, che hanno una grande azienda e non vogliono comparire: sono venuti a vedere la struttura, si sono commossi e ci stanno dando una mano a ricostruire il laboratorio. “Quando avete la possibilità fate quello che abbiamo fatto con voi, augurando tanta felicità” ci hanno detto. Ecco, persone così ci hanno dato tanta energia.
Sono molte le cose che non hanno funzionato in questo sisma: tante informazioni erano sbagliate… Degli architetti ci hanno confessato che nella zona non sono riusciti a concludere nessuna pratica di ricostruzione agricola, rischiamo così di perdere anche i contributi: nessuna azienda della zona ha il conto corrente dedicato che dovrebbe essere aperto dall’ufficio della ricostruzione. All’inizio ci dissero che non potevamo avere il container perché il decreto riguardava solo le aziende zootecniche. E che non potevano neanche mettere a dimora un container nostro perché ci avrebbero denunciato per abusivismo. Questo è il caos in cui ci siamo trovati e con cui ci siamo dovuti confrontare. Fortunatamente ci sono stati tanti acquisti solidali, che ci hanno dato quello che la Regione non sarebbe mai riuscito a darci.

Foto di Valentina Fausti
Foto di Valentina Fausti

Valentina Fausti
22 anni, azienda “Maiale brado di Norcia”
È stata dura e sarà dura per almeno altri dieci anni. L’unica emozione positiva è stata la solidarietà della gente. Non ce ne aspettavamo così tanta. Se le persone non avessero comprato, oggi saremo a fondo. E poi c’è la burocrazia, che ci uccide quotidianamente. Siamo senza laboratorio dal 30 ottobre, abbiamo fatto la delocalizzazione e ancora stiamo aspettando un suolo pubblico per questa destinazione. Se acquistassimo un terreno sarebbe tutto più veloce, per poi però essere risarciti chissà quando… Bisogna investire i propri soldi e per le piccole realtà come la nostra è tutta in salita.
Dal 24 agosto abbiamo inagibili casa, stalla e fienile, il 26 ottobre il sisma ci ha “tolto” l’acqua, il 30 il laboratorio. Ci stiamo appoggiando al laboratorio di un nostro amico a L’Aquila. Qualcuno, fortunatamente, acquista on line, sabato e domenica c’è il nostro punto vendita a Norcia, la “degusteria”, che è agibile e dove vendiamo ciò che produciamo. Viviamo dentro un container che ci ha dato un amico di mio padre. Non abbiamo fatto richiesta per la casetta perché la coibentazione è uguale a quella del container. Abbiamo chiesto quella che si chiama “autonoma sistemazione” per comprarci la casetta di legno, ma il contributo è arrivato fino a dicembre. Per il 2017 hanno finito i soldi. Fortunatamente abbiamo potuto realizzare un sistema di abbeveramento per i maiali grazie alla cisterna che ci ha donato Legambiente. Tutto quello che abbiamo ora è dovuto all’amicizia, alla solidarietà, alle testate giornalistiche che ci hanno fatto tanta pubblicità. Il futuro ci sembra molto oscuro… Almeno però è arrivata l’estate, e questo inverno l’abbiamo sfangato.

Foto di Serena Vittorini
Foto di Serena Vittorini

Valentina Trenta
25 anni, azienda “La terra delle fate” (Arquata del Tronto)
Il terremoto ha stravolto gli impegni quotidiani, rendendoli doppiamente faticosi. Il danno più grave è stata la perdita di diversi capi fra bovini e ovini. I lupi si sono avvicinati al paese, rimasto abbandonato dopo il 30 ottobre. Noi siamo stati costretti ad allontanarci di almeno 70 chilometri e gli animali sono rimasti incustoditi. Il raccolto delle patate è stato interrotto, poiché i terreni coltivati sono diventati irraggiungibili. Il tratto di strada per raggiungerli è un cumulo di macerie.
La lontananza dall’azienda è l’ostacolo più grande. Siamo obbligati a percorrere tanti chilometri, ad avere le ore contate. Durante i mesi invernali, dopo l’abbondante neve, abbiamo impiegato cinque giorni per riuscire a raggiungere gli animali. Ogni giorno è una scommessa con il destino. La speranza che tutto vada secondo i piani si fonde con gli imprevisti, che non sempre riesci a gestire se ti trovi così distante. Ma non abbiamo mai mollato, non abbiamo mai pensato di interrompere l’attività. L’obiettivo è stato sempre lo stesso: tornare alla normalità, nel nostro paese e con i nostri animali. Siamo però sempre accompagnati da sensazioni contrastanti, il coraggio si mescola spesso alla paura di non poter prevedere ogni cosa.
Quello che non potrò dimenticare mai, è stata l’immensa solidarietà che abbiamo ricevuto. Persone comuni che si sono messe a disposizione, aiutandoci in ogni modo. Abbiamo ricevuto una vicinanza e una comprensione, che non credevamo possibile. Certo, il futuro è tutto da scrivere. Ripartire, tornare nel nostro paese, ritrovare il sentimento di normalità non sarà facile, ma crederci è necessario per andare avanti. Ripartiamo convinti che la nostra azienda, insieme alle altre attività, possano dare una mano alla rinascita di Arquata del Tronto.

Foto di Filippo Ronchitelli
Foto di Filippo Ronchitelli

Federica Di Luca
39 anni, Agrinido San Ginesio
Il 30 ottobre il servizio di agrinido e agrinfanzia che ospitava bambini da uno a sei anni, aperto dal 2012, ha dovuto sospendere la propria operatività. Fortunatamente la scossa più grande è arrivata di domenica, quando il nido era chiuso. L’edificio è inagibile al 70%, e questo ha comportato la sospensione del servizio per un mese. Ma con le famiglie, la comunità e l’amministrazione comunale si è deciso che questa attività non potesse rimanere chiusa. Resta agibile il 30% della struttura, corrispondente al piano terra: due stanze, una cucina e due bagni. Da qui abbiamo ripreso a lavorare. E oggi abbiamo la gioia di ospitare 14 bambini fra uno e quattro anni.
Il 6 gennaio c’è stata invece l’inaugurazione della tenda yurta, un’iniziativa che è stata resa possibile grazie alla vostra campagna “La rinascita ha il cuore giovane”. L’idea è nata da un’azione corale, popolare e sociale, che ha permesso l’allargamento del servizio, consentendoci di superare l’inverno. Anche se la neve è stato un duro colpo: dieci giorni dopo l’inaugurazione c’è stata l’ordinanza di chiusura. La yurta, riscaldata da una stufa a pellet, ha retto al carico della neve.
Sono diverse le emozioni che ci accompagnano. Su tutte la fiducia, e la responsabilità che sentiamo, dei genitori come delle istituzioni che hanno deciso di sostenerci. Senza l’impegno di tutti non avremmo potuto riprendere questa esperienza. E non avremmo avuto il coraggio di pensare a un cambiamento di questa situazione. Ora stiamo lavorando perché venga approvata la convenzione con il Comune di San Ginesio, in modo da poter attingere anche alle risorse che la Regione prevede per gli asili nido. La nostra battaglia è far riconoscere che salvaguardare un’esperienza privata come la nostra significa anche difendere la comunità. Parallelamente stiamo portando avanti il progetto di ricostruzione: il gruppo è interdisciplinare e comprende le educatrici, il Comune per la parte tecnica e politica, i genitori con l’associazione “Nella terra dei bambini”, il coordinamento pedagogico della Rete agrinido insieme agli educatori, l’impresa agricola, il pediatra, un rappresentante della comunità locale, poi l’architetto, il geologo, l’ingegnere… In tutta questa operazione abbiamo bisogno di acquistare un lotto vicino all’azienda agricola sul quale si realizzerà l’intero progetto di ricostruzione. Per questo abbiamo avviato una raccolta fondi.

Michele Serafini
28 anni, Arte nomade srl
Con il sisma è cambiato tutto il nostro lavoro. Arte nomade, nata quasi vent’anni fa, è un’impresa che si occupa di eventi culturali. Puntavamo alla valorizzazione dell’entroterra, dal “Festival dell’Appennino” fino a “Terre di teatri”. Per questo abbiamo deciso di continuare a spingere il “Montelago celtic festival”: è un modello, quello del grande evento con area per camping e tende, che può essere utile in altri contesti. Il terremoto ti spinge a subire gli eventi, e progettare un evento culturale in queste zone è un rovesciamento di questa condizione psicologica: è riprendere in mano la situazione. Così abbiamo lanciato il progetto “Epicentro”: l’obiettivo è di portare persone in queste zone anche durante l’inverno grazie a una piattaforma di 15-20 eventi nell’area del cratere. Gli ostacoli che incontriamo sono legati alla volontà di far combaciare la nostra progettualità, a lungo termine, col senso di emergenza permanente.

Alessandro Petrucci
35 anni, macelleria Petrucci
(Arquata del Tronto)
Con la scossa del 24 agosto abbiamo avuto qualche problema ma è quella del 30 ottobre che ha reso inagibile la nostra attività. Se tanti danni sono stati fatti allora dal terremoto, oggi è la burocrazia a continuare a farli. C’è stato un completo immobilismo delle istituzioni: le persone che volevano ripartire subito con le loro attività sono state ostacolate. Nel comune di Arquata non è ripartito nulla, le attività più grandi si sono trasferite ad Ascoli. Quelle piccole, che si identificavano con il territorio, per cui spostarsi era più difficile, non sono state aiutate. Per fortuna avevamo un territorio edificabile vicino a Pescara del Tronto, abbiamo allora deciso di delocalizzare l’attività con il decreto Errani e a fine dicembre abbiamo presentato la richiesta di autorizzazione. Ad oggi abbiamo il container, il terreno e grazie alle donazioni di Legambiente abbiamo comprato un macchinario dove stagionare i salumi. Il circolo dei dipendenti della Banca popolare di Vicenza ci ha invece donato il bancone… Questa delocalizzazione ci costerà 110.000 euro, ma lo Stato ce ne riconosce appena 35.000. Siamo comunque determinati a farlo. Fino a qui è stata una corsa a ostacoli, appena si risolve un problema ne sorge subito un altro. Continuiamo a girare per uffici, a “elemosinare” il nostro diritto a ricominciare a lavorare. Ad oggi ancora non ci hanno dato i permessi: negli uffici della ricostruzione va tutto molto a rilento. Troppo.

Lucia Paciaroni
33 anni, “Con in faccia un po’ di sole”
La nostra attività non ha sede nelle zone terremotate ma siamo un’associazione che si occupa di promozione del territorio e chiaramente il nostro lavoro è stato stravolto. C’è chi pensa che sia tutto aperto e si scontra con l’immobilismo delle istituzioni nel togliere macerie e riaprire le strade. E chi invece pensa che sia tutto chiuso, che nel Parco dei Sibillini tutti i sentieri siano inagibili, mentre noi sui Sibillini stiamo organizzando escursioni. Questo era l’anno in cui avevamo programmato la pubblicazione della nostra guida Alta via delle Marche, ma buona parte del percorso era stato fatto lo scorso anno, nelle zone poi terremotate. Abbiamo deciso comunque di pubblicarla per dare un segnale di ripresa, naturalmente facendo i sopralluoghi per verificare l’accessibilità dei sentieri. Ora vogliamo creare una sezione del nostro sito in cui dare la possibilità di scaricare una mappa interattiva con tutte le attività produttive della Marche aperte. Il nome scelto è “Marche: un’impresa che riparte”.

Federica Angelucci
25 anni, pizzeria Angelucci
(Arquata del Tronto)
Viviamo giorno per giorno, non si può programmare nulla. Come qualsiasi altro abitante sono un po’ scossa. Vivo con la sensazione persistente di tutto quello che è venuto a mancare, non solo a me ma alla mia gente. A tutti noi. La nostra attività con le scosse ha avuto danni al tetto e alla cappa del forno. Ma del mio anno di terremoto voglio soprattutto ricordare la tanta solidarietà delle persone comuni. L’attività sta comunque andando bene, soprattutto a pranzo: ci sono quelli del posto che vengono a recuperare i loro oggetti a casa e in questi giorni gli operatori delle ditte per le casette. La sera invece non c’è nessuno visto che il comune è stato evacuato. Abbiamo deciso di restare perché siamo una famiglia di lavoratori. Portiamo avanti quello che abbiamo. Se non avessimo avuto l’attività, se fosse andata distrutta, forse il discorso sarebbe stato diverso.l

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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