Sono 4,3 milioni le morti premature per inquinamento atmosferico previste da qui al 2030 nei 28 paesi dell’Ue. È questa la preoccupante stima della Commissione alla base della proposta di revisione della Direttiva Nec (National emission ceilings), che fissa il limite massimo annuale delle emissioni consentite in ciascun paese. La revisione in corso deve fissare i nuovi limiti per il 2020, 2025 e 2030.

Attualmente è in corso il negoziato tra Consiglio e Parlamento per trovare un accordo sulla proposta della Commissione. Purtroppo il Consiglio si ostina a chiedere l’introduzione di flessibilità che aumenterebbero il conto delle morti premature. Secondo una stima della Federazione delle associazioni ambientaliste europee si tratta di ulteriori 130.000 morti premature. All’Italia va la maglia nera con 15.000 morti aggiuntive, che si sommano al già tragico primato di 650.000 morti previste sulla base della proposta della Commissione. Seguono Regno Unito con ulteriori 11.000 morti in aggiunta alle 375.000 previste e Spagna con 10.000 morti aggiuntive che si sommano alle 285.000 stimate dalla Commissione.

È veramente incomprensibile che proprio Italia, Regno Unito e Spagna – insieme ad alcuni paesi dell’Est – siano tra i più strenui sostenitori dell’approccio “flessibile”. Il Parlamento non deve cedere alle richieste di flessibilità del Consiglio e difendere con forza la posizione votata a larga maggioranza nella plenaria di ottobre dello scorso anno. Cruciale è il ruolo dell’Italia. L’approccio “flessibile”, senza sostegno italiano, diverrebbe minoritario facilitando un accordo più ambizioso. È giunto il momento di cambiare rotta. Il nostro governo non può continuare a difendere miopi interessi industriali. Sono a rischio migliaia di vite di cittadini italiani ed europei.

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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