Mosaico di pace

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Quando  ho visitato per la prima volta il museo del Bardo, nel 2012, ero l’unico europeo in mezzo a coreani e giapponesi.  La visita dei mosaici romani in Tunisia potrebbe e dovrebbe invece diventare un itinerario classico, da gita scolastica, per gli italiani. Sono un pezzo di storia, della natura e dell’agricoltura, non solo dell’arte e della storia romana. E il “mosaico” romano è un simbolo fondamentale dell’antichità  e mixitè, apertura e diversità di questa terra. Si chiama “Radio Mosaique Fm” l’emittente più ascoltata.

Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile di quest’anno “Je suis Bardo” – il cordoglio, la protesta, la repulsione dopo la strage – è stata la parola d’ordine di una nuova tappa della coscienza collettiva di questi intensi anni tunisini. Mai le correnti integraliste islamiche si sono trovate così in difficoltà nell’opinione pubblica. Sarà una coincidenza, ma questa volta non ho incontrato nessuna donna col burqa. Non che ce ne fossero tante, ma dopo la Rivoluzione erano aumentate e per quanto possa sembrare paradossale era un segno di libertà. Ricordo una lunga conversazione con una studentessa perfettamente poliglotta che parlava di questa sua scelta contrastata dalla famiglia. Aveva un banchetto al Social forum del 2013. A un certo punto mi sembrava di parlare con una punk, ma poi non ha voluto stringermi la mano (dimenticavo, è un’integralista islamica).

Quella che da noi sarebbe definita “sinistra radicale”, il Front populaire che siede all’opposizione nel nuovo Parlamento – fuori da un accordo di governo stile “larghe intese” – non ha partecipato alla manifestazione “Je suis Bardo” contestando l’ipocrisia dell’antiterrorismo degli islamisti moderati di Nahda che hanno governato dal 2011 al 2013. In quegli anni gli unici attentati a Tunisi sono stati gli omicidi di due dirigenti del Front populaire. Per il resto l’attività armata anti sistema è concentrata su alcune montagne occidentali, nella fascia di confine con l’Algeria.

La vita quotidiana di quasi tutta la Tunisia è normale. In Egitto c’è voluto un colpo di Stato per cacciare i Fratelli Musulmani (che comunque sono ben altra cosa rispetto a Isis e simili), in Tunisia gli islamisti di Nahda si sono ritirati dalla leadership di governo ancor prima di perdere le elezioni di fine 2014 e ora sono stati ricambiati e ospitati come minoranza nel governo di Habib Essid. Ricordo la gentilezza quasi untuosa con cui ricevevano i giornalisti europei a fine 2011, per dimostrare che sono uomini di mondo. Del  resto i percorsi dei giovani che sono andati a combattere in Siria o in Libia spesso non hanno coinciso affatto con l’attraversamento di Nahda. Penso al  fratello minore di un  disperso nel Mediterraneo, conosciuto intervistando sua  madre. Vestiva “all’afgana”, era ossessionato da Palestina e Gaza. Chissà se si è spostato verso l’Isis. Sono rimasto stupito di apprendere che un altro giovane che avevo conosciuto, uno studente colto che mi aveva accompagnato a visitare Cartagine e che si definiva islamico «rispettoso della libertà degli altri di non esserlo», sia finito a combattere in Libia. Così almeno dice il rapper che me l’aveva presentato.

Sono altri i problemi della Tunisia, e sono molto simili a quelli comuni a molti paesi del Mediterraneo. Un tasso di crescita del 2 o 3% (strano, loro ce l’hanno) non basta a contrastare la disoccupazione giovanile e le difficoltà delle popolazioni che hanno appena abbandonato o cercano di non abbandonare le zone rurali. Non bastano i  call center  delocalizzati dall’Europa e le poche imprese di trasformazione delle materie prime estrattive (fosfati, persino un po’ di petrolio qua e là) a dare lavoro a tutti. Abdelmajid Dabbar, un grande appassionato di conservazione, fauna, isole e riserve naturali, è appena andato in pensione e dedicherà il resto della sua vita a battersi per gli ecosistemi della Tunisia. «Voi turisti italiani ed europei spesso vi limitate alle mete balneari e archeologiche o alle dune di sabbia più classiche, ma qui abbiamo di tutto, anche quella specie di savana subsahariana che è il parco di Bou Hedma, e i punti di passaggio o di svernamento di centinaia di migliaia di uccelli. Solo l’ecoturismo può darci le risorse per convincere le popolazioni locali a proteggere l’ambiente come una ricchezza». In pieno Sud, nella regione che ha dato il via alla Rivoluzione perché  più svantaggiata, si illuminano gli occhi al giovane Touati Hasnaoui, che resiste all’emigrazione dal suggestivo e cadente villaggio di pietra di Toujane: «Se riusciamo a far sapere ai turisti che si può alloggiare come da  me e mio fratello, cioè con bed e breakfast chez l’habitant e fare i trekking senz’auto ma con l’asino che porta  bagagli, e comprare i tappeti da chi li tesse, salviamo l’economia locale».

Le donne, quando hanno spazio e ci si mettono, sono più brave. Soprattutto al Sud sono però ancora confinate nelle fatiche domestiche e dell’agricoltura tradizionale, quando c’è. Ma a Matmata il ristorante migliore è “Chez Abdul”, che a dispetto del nome è tirato avanti dalla moglie e dalle figlie, una delle quali parla, e non è raro, un buon italiano senza essere mai stata in Italia. «Sì siamo arabi e musulmani, ma anche berberi e soprattutto mediterranei. Facciamo parte del vostro mondo molto più che di quello dei sauditi o del Qatar». 

Paolo Hutter è direttore di Ecodallecitta.it. Giornalista e ambientalista, è stato anche impegnato nel Comune di Milano (consigliere dal 1985 al 1997) e di Torino (assessore all’Ambiente dal 1999 al 2001). A Milano è stato fra i fondatori di Radio Popolare. Segue la Tunisia dal 2011.
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