Missione a metà

Albero della vitaGli insegnanti a guida e a bada parevano assolutamente sproporzionati al lunghissimo sciame incolonnato per due di bimbetti piccoli piccoli, mano nella mano, con la stessa maglietta: “Io sono calabrese”. Non ne perderete qualcuno? Gli chiedo. E quanti siete? “Speriamo di no! Siamo più di trecento e ci siamo sistemati in un piccolo paese a nord di Milano, qui è come stare nel centro del mondo”. Mi sorprende entusiasta ed orgogliosa la bella e forte regina del gruppo. Fatico a reagire a tanta esuberanza, preoccupatissimo come sono del fatto che siamo in cinquanta nel nostro padiglione, quello del biologico. Ma rispetto a questo “centro del mondo” ci troviamo nella più estrema periferia. È uno dei ricordi che affiorano con più forza da questi sei mesi trascorsi fra il Decumano e il Cardo, come si chiamano le due arterie su cui si è sorretta l’Expo di Milano. Già la scelta di dare un nome latino a questi due assi rappresentava la prima stranezza di unamanifestazione che almeno all’inizio abbiamo faticato a decifrare. Ma certo, tanti paesi e architetture stravaganti, tanti stili esotici (e qualche contenuto) in una cornice comoda, spaziosa, grandiosa e anche bella (con alcune eccezioni), tante sorprese in abito tradizionale e volti originali dentro i padiglioni rappresentano una piccola fiera della diversità, alla quale non eravamo abituati. Del resto, chi sa veramente dove si trovino esattamente l’Oman o il Kazakistan? Qualcuno ha
paragonato l’Expo a un grande parco giochi, nel quale la maggioranza dei visitatori cerca solo svago, ma è un parallelo riduttivo.

Risultati immagini per expo 2015 decumanoBrand in vendita
Expo vuol dire esposizione. E in effetti qui tutti hanno esposto e in qualche modo venduto. Semplificando abbiamo visto due grandi categorie commerciali: i paesi con i padiglioni istituzionali che anzitutto vendono se stessi ai visitatori e le imprese private che vendono gelati, cioccolata, caffè, acqua minerale, cibo, ristorazione, benessere… E soprattutto vendono brand, ovvero la propria marca. Il tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è stato il concept sviluppato in modo diverso dai diversi paesi. Qualcuno se l’è sbrigata con birre, patatine fritte e disco-dance (abbassando non di poco il livello complessivo), altri hanno realizzato gigantesche strutture prive di senso. Altri ancora hanno raccontato la propria storia o il contributo che vorrebbero dare all’ambiente e al pianeta. Fra questi il padiglione austriaco, che mette alberi grandi ovunque perché le piante respirano e ci garantiscono benessere, quello tedesco che affida tutto alla tecnologia, quello della Santa Sede che innalza la tavola a comunione fra la gente, l’Oman che ci racconta come ricavare l’acqua dall’aria di notte e che nessuno può essere insieme proprietario della risorsa terra e risorsa acqua. Quello giapponese, appannaggio esclusivo di file di ore e ore (e che io non ho visitato). Quello coreano dedicato alla fermentazione dei vegetali.

Risultati immagini per padiglione biodiversità expoSvolta bio
La partecipazione del settore biologico a Expo ha una storia lunga e controversa. Senza sapere bene cosa fosse, sentivamo nostro il tema e a parte le ruberie e le speculazioni dei soliti cementificatori pensavamo che un tema così grande non potesse passare con noi passivi sulla riva del fiume a guardare perché ci sono i disonesti. La svolta l’hanno costruita la Fiera di Bologna (con il Sana, il salone internazionale del naturale) insieme al ministro e al viceministro dell’Agricoltura: il biologico e la biodiversità, è stata la decisione, ci saranno di diritto in Expo come aree tematiche. A quel punto si era aperto uno spazio, impegnativo ma possibile, praticabile. E gli spazi rappresentano delle opportunità. Così abbiamo portato in una grande tenda pulita e spaziosa, senza frizzi architettonici, oltre cento incontri fra pensatori e attivisti della società sostenibile verso la quale puntiamo. Tutti i giorni abbiamo organizzato racconti e dimostrazioni di cibo fatto con le mani, abbiamo gestito una ristorazione, la sola senza carne, a base di pizze rivoluzionarie, straordinarie colazioni senza burro e uova, cereali e legumi in uno spazio verde di tranquillità e cultura. Abbiamo cercato di mettere insieme mondi impegnati concretamente nel cambiare l’agricoltura e tutto il mondo che le sta intorno, ragionando di orizzonti e paradigmi nuovi, fondati sulla fertilità e sulla relazione: del resto il biologico, molto prima di un mercato, è leva di cambiamento. Ormai alla fine di questo grande sforzo, è utile trarre bilanci. Anzitutto Expo è stato un grande successo per l’Italia poiché ha dimostrato come potrebbe essere fuori dai luoghi comuni che da sempre l’attanagliano: l’Expo milanese è stato un grande esempio di organizzazione, civiltà, pulizia, gestione accurata e attenta. Di code lunghissime e finalmente “normali”. La macchina ha funzionato sempre bene anche quando i numeri hanno superato qualsiasi previsione, la pulizia è sempre stata adeguata, bagni compresi, grande attenzione alle disabilità. E ancora, forse 20mila operatori presenti (comprese tutte le forze dell’ordine, collocate ad est chissà perché dentro container rosa fuxia) sempre disponibili. Hanno funzionato i treni, gli ingressi, la città ospitante. Dobbiamo dare atto al commissario Giuseppe Sala (vero governante e insieme badante del tutto) e al suo staff di essere stati giorno e notte presenti, efficaci, accessibili.

Evento per l'Africa all'ExpoOltre il marketing
Contenuti ne sono emersi veramente pochi, l’interesse degli affittuari degli spazi in Expo era commerciale e soprattutto ognuno su sé e per sé! Per dare sostanza e forza in Expo hanno lavorato molto i diversi nostri ministeri, a partire da quello all’Agricoltura. Ma sempre dentro a luoghi chiusi riservati agli addetti al settore: ci sono stati tanti momenti forti, non solo legati alla Carta di Milano, tanti contributi di grandissima qualità, ma al chiuso, che non hanno permeato la grande kermesse, molto più orientata all’apparire che al concretare. Con grande difficoltà ci sono stati eventi realizzati insieme, fra i paesi. Ma insomma, questo enorme costo/investimento è stato utile? Alla fine saranno 20 o più i milioni di partecipanti. E la maggioranza contenta di aver preso parte a questa “cosa” (in effetti è una “cosa”, nel senso morettiano del termine). Ma il tema dato è stato sviluppato, compiuto? Le risorse, quelle degli Stati, e quindi dei contribuenti, si possono considerare ben spese? Assolutamente no. Come mi ricorda Jonathan Nossiter, bisogna tenere fede alle radici del senso e del significato di ciò che facciamo. I 14 miliardi di tweet al giorno – e tutta la tecnologia che vi è dietro – non contribuiscono a desalinizzare un solo litro d’acqua dove ve ne è tanto bisogno. I tanti miliardi complessivamente spesi da tutti (a parte le vergognose ruberie, di terra innanzitutto, che si sono portati dietro) porteranno giovamento a un pianeta da nutrire? Sposteranno anche solo di un centimetro la cultura dell’estrazione (come la chiama Vandana Shiva), opposta a quella della reciprocità, unica che può portare un poco di equilibrio nella nostra convivenza?

Il padiglione delm Kazakistan a Expo 2015Marketing delle parole
È davvero tempo d’impiegare le grandi risorse che noi produciamo non in marketing delle parole, ancor meno nelle bombe tanto osannate di questi tempi (basta che cadano altrove), ma in opere che puntino con grande innovatività verso la sostenibilità vera, l’equilibrio di un pianeta e una società sempre più una e unica. Quella che a noi piace.

Lucio Cavazzoni, laureato in Sociologia a Bologna, inizia a fare l’apicoltore nel 1978. Cofondatore della cooperativa apistica Valle dell’Idice e successivamente di Conapi (Consorzio nazionale apicoltori), di cui resta presidente fino al 2008. Dal 2004 è presidente di Alce Nero, impresa di agricoltori biologici, apicoltori e produttori fairtrade. Fra i suoi volumi, “I semi di mille rivoluzioni” (Ponte alle Grazie, 2014).
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