Migrare è umano

Hundreds of migrant line-up to catch a train near Gevgelija, Macedonia, September 7, 2015.  Several thousand migrants in Macedonia boarded trains on Sunday to travel north after spending a night in a provisional camp. Macedonia has organised trains twice a day to the north border where migrants cross into Serbia to make their way to Hungary. Since June, Macedonian authorities have said that more than 60,000 migrants have entered the country, and around 1,500 entered just in one day, mainly refugees from Syria.   REUTERS/Stoyan Nenov  - RTX1RG9N

di VALERIO CALZOLAIO e TELMO PIEVANI

Tra sei e due milioni di anni fa l’innovazione che fece divergere le prime specie di primati umani da tutte le altre grandi scimmie scaturì dai piedi e dalla loro meccanica, dalla postura bipede: un’invenzione formidabile ma anche imperfetta, come spesso accade nell’evoluzione. L’abbandono dell’andatura quadrupede comportò una riorganizzazione costosa di tutta l’anatomia. Per scimmie antropomorfe africane obbligate a sempre più frequenti spostamenti in radure infuocate, ridurre la superficie corporea esposta al sole fu un efficace adattamento, così come ergersi in allerta sopra le distese erbose. Il bipedismo ci regalò poi alcuni adattamenti secondari preziosi come la corsa di resistenza sulla distanza e l’uso libero delle mani. Il nostro successo come esploratori planetari trova le sue radici proprio in questa transizione anatomica incompiuta e nei suoi effetti anche tecnologici e culturali. Tutte le specie si spostano, quasi tutte le specie conoscono fenomeni migratori: le specie umane hanno migrato camminando, Homo sapiens è arrivato ovunque proprio e solo camminando. Per molte specie e in tutti gli ecosistemi la migrazione è stata ed è un fattore evolutivo fondamentale, da sempre. Migrando nascono per separazione nuove specie, ci si rimescola e le popolazioni biologiche si rafforzano. Sulla superficie instabile del nostro pianeta, fra incessanti cambiamenti climatici, il fenomeno migratorio è una strategia essenziale di adattamento e di flessibilità. Gli animali migrano in modo irreversibile oppure in modo ciclico e stagionale.

Le specie ominine vissute negli ultimi 6 milioni di anni non hanno fatto eccezione: si sono spostate, hanno vagato per altipiani e vallate dell’Africa orientale e meridionale e poi, con la comparsa del genere Homo 2 milioni e mezzo di anni fa, hanno dato inizio a una straordinaria sequenza di espansioni fuori dall’Africa che le hanno portate in 2 milioni di anni ad abitare in tutti i continenti tranne l’Antartide. Come risultato di questo fenomeno migratorio ripetuto, a partire sempre dal continente africano, Homo sapiens fino a poche decine di migliaia di anni fa ha condiviso l’Eurasia con almeno altre tre forme umane, uscite precedentemente dall’Africa.

Homo sapiens nasce circa 200mila anni fa in Africa. Per oltre il 99% della nostra storia di specie, camminare ha fatto la geografia della nostra distribuzione sul pianeta. Camminando siamo arrivati in ogni continente e ci siamo spostati dentro ogni continente. L’ausilio di tecniche (come la ruota) e di altri animali risale ad alcune migliaia di anni fa, la navigazione via mare riguarda quote percentuali di popolazione solo da pochi secoli, via cielo e rotaie da poco più di un secolo. La migrazione influenza la lenta evoluzione biologica e accelera l’evoluzione culturale (rispetto a quella biologica assai più veloce) della specie camminatrice anche durante il percorso, anche rispetto alle altre specie che s’incontrano per strada (spesso portate all’estinzione da Homo sapiens, soprattutto i grandi mammiferi), anche mentre i continui adattamenti sono fragili e precari. Qui c’è un fattore fondante del fenomeno migratorio per la nostra specie, per l’insieme dei caratteri dei gruppi etnici e dei popoli (e degli stessi geni), che è anche poi divenuta una strategia (con un maggior grado di libertà).

Siamo migranti quindi da sempre, pur con modalità diverse: prima adagio e inconsapevolmente, poi più veloce e avendo l’intenzione di farlo; prima solo sul suolo, poi via strade, mari, cieli; prima soprattutto con spostamenti forzati, principalmente dal clima e da altre impellenze di sopravvivenza, poi sempre più in seguito a una scelta pianificata. Per quanto irregolare e multiforme si può ricostruire un’evoluzione delle migrazioni umane, fin quando l’umanità in più parti del mondo riuscì ad addomesticare piante e animali per accrescere e accumulare la produzione di cibo. La popolazione crebbe come mai prima, le società si stratificarono, nuovi flussi di coloni ripartirono in cerca di altre terre da coltivare, rimescolando di continuo le carte della geografia umana sul pianeta. La costruzione di un atlante geografico e storico globale delle migrazioni umane è un’impresa scientifica e culturale quanto mai urgente.

Il fenomeno migratorio umano è un fenomeno sociale totale, non si misura solo o prevalentemente con lo spazio, la quantità e la durata: contano percorsi, qualità, modalità, velocità, capacità, la trama delle relazioni biologiche e culturali con gli ecosistemi e gli altri gruppi umani, resilienza e entropia, luoghi e momenti del migrare, da quando viene preso in considerazione un movimento, anche all’indietro. Dalla fine dell’ultima glaciazione, con la svolta della coltivazione e dell’allevamento, originatasi in luoghi e tempi differenti, Homo sapiens è stato in grado di alterare per i propri fini espansivi le nicchie ecologiche che incontrava, non limitandosi ad adattarsi agli ambienti ma trasformandoli. Non ha più atteso i tempi dell’evoluzione biologica e si è affidato all’evoluzione culturale e tecnologica riguardo anche il migrare. È cresciuta la capacità migratoria, nel grado di scelta di come quando dove e perché. Sarebbe tuttavia un’illusione pensare di essersi emancipati dai vincoli ecologici: ancora oggi le costrizioni che portano a migrare sono sia politiche che ambientali.

Una sottile ma tenace filigrana si dipana nei milioni di anni, svelandoci i vincoli profondi del fenomeno migratorio umano. Ha scarso senso interpretare i flussi contemporanei come se fossero un evento eccezionale, una contingenza del momento, un’emergenza. Il tempo profondo dell’evoluzione insegna il contrario: il fenomeno migratorio è strutturale e costitutivo della nostra identità di specie. Con questo sguardo largo, nel tempo e nello spazio, possiamo leggere in modo diverso anche l’attualità. Con la nascita dei confini fra Stati nazionali, con le migrazioni di massa intercontinentali via mare, con l’imperialismo e poi la globalizzazione del capitalismo, le migrazioni sono diventate un fenomeno più complesso. Si migra ovunque per sfuggire a nuove forme di violenza di altri umani, per sfuggire agli effetti di un’economia predatoria che altera il clima globale e depaupera gli ecosistemi. Si migra a causa di ecosistemi locali e globale resi instabili da cambiamenti climatici prodotti dalle attività umane negli ultimi decenni. Nel sistema globale dell’informazione, la rete migratoria viene alimentata da bisogni materiali, ma anche da aspirazioni immateriali al movimento.

Si migra con maggiori gradi di libertà. Chi può permetterselo considera coessenziale alla propria vita una piena libertà di migrare, un proprio diritto. Spesso sentiamo prevalere egoismi nazionali e paure alimentate ad arte. Senza cogliere il quadro d’insieme, sociale e geografico. Perdiamo di vista chi continua a non migrare e soffre sempre di più nelle sue terre non avendo il diritto di restare, chi continua a migrare all’interno del proprio paese fra grandi disuguaglianze, chi è costretto a migrare per le troppe emissioni di gas serra. Il nesso fra riscaldamento climatico e migrazioni forzate è accertato. Milioni di migranti originati da disastri climatici e geofisici sono attesi nei prossimi decenni. Un processo così radicato nella storia e nella geografia dell’evoluzione umana può essere governato solo con lungimiranza e il senso alto di una politica intesa come lo stare insieme in vista di un’attività comune e di un futuro aperto. Solo una politica così eticamente e razionalmente motivata potrà distinguere le differenti tipologie di migranti, contrastare il più possibile le migrazioni forzate, riconoscere finalmente appieno l’esistenza dei rifugiati climatici, favorire la libertà di migrare insieme al diritto di restare nella terra in cui si è nati.

Gli autori

Valerio Calzolaio è stato deputato fra il ’92 e il 2001, dal ’96 al 2001 sottosegretario al ministero dell’Ambiente. Parallelamente ha proseguito nell’attività di ricerca, è stato professore di Diritto costituzionale all’università di Macerata. Nel 2011 ha pubblicato il saggio “Ecoprofughi. Migrazioni forzate di ieri, di oggi, di domani” (Nda press).

Telmo Pievani insegna Filosofia delle scienze biologiche e Antropologia all’università di Padova. Ha pubblicato molti saggi di taglio scientifico e divulgativo. Dirige “Pikaia”, il portale italiano dell’evoluzione, collabora con “Il Corriere della Sera”, “Le Scienze, Micromega” e “L’indice dei libri”. 

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *