Mazzette all’opera

Mose

Metà marzo 2015. La procura di Firenze manda i carabinieri del Ros a bussare alla porte di casa di Ercole Incalza, storico dirigente del ministero dei Lavori pubblici, infallibile tessitore di trame di appalti di grandi opere pubbliche. È la fase più eclatante dell’inchiesta denominata, non a caso, Sistema. Gli inquirenti gli contestano i reati di corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti e altri delitti contro la pubblica amministrazione. Un’indagine che è appieno la metafora di un intero sistema di affari e poteri, troppo spesso inconfessabili. Insieme a lui, finiscono nella rete dei carabinieri e sottoposti a misure cautelari anche due imprenditori, Stefano Perotti e Francesco Cavallo, nonché il collaboratore di Incalza, Sandro Pacella.

In totale sono 51 le persone indagate, compresi uomini politici. Inchiesta Sistema perché dietro l’assegnazione di alcuni degli appalti più importanti affidati negli ultimi anni ci sarebbe stata una regia occulta, descritta minuziosamente dai magistrati come un “articolato sistema corruttivo che coinvolgeva dirigenti pubblici, società aggiudicatarie degli appalti e imprese esecutrici dei lavori”. Si tratta della linea ferroviaria Alta velocità Milano- Verona, Nodo Tav Firenze, Alta velocità Firenze-Bologna, Alta velocità Genova-Milano, autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre, autostrada regionale Cispadana, Hub portuale di Trieste, autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. E finanche un’opera al di là delle acque territoriali: l’autostrada libica Ras Ejdyer-Emssad. Secondo il procuratore di Firenze, Giuseppe Creazzo, “il totale degli appalti affidati a società legate a Perotti è di 25 miliardi di euro”. Come emerge in maniera chiara anche dalla vicenda appena raccontata, la corruzione è il principale nemico dell’ambiente e dei suoi abitanti.

La green corruption rappresenta l’immancabile passepartout per aprire ogni porta, inesorabile lubrificante per far girare gli ingranaggi burocratici e mettere in piedi trame criminali capaci di predare e saccheggiare i beni comuni, soprattutto quelli ambientali. Questi ultimi presi letteralmente d’assalto perché i più preziosi. Dalle grandi opere alle ricostruzioni post terremoto, dalla gestione dei rifiuti all’enogastronomia e alle rinnovabili, la corruzione è una presenza costante. Un convitato di pietra capace di ferire a morte anche interi pezzi di economia legale. Il meccanismo è sempre lo stesso: se le leggi portano i lavori dalla parte di chi ha troppa competenza e serietà, oppure se ostacolano un progetto edilizio inutile o troppo ambizioso e impattante o lo smaltimento troppo allegro dei rifiuti, c’è chi offree si presta a soluzioni alternative e sbrigative. Soluzioni possibili grazie a reti corruttive, più o meno stabilmente strutturate, che si alimentano sulla base del meccanismo della reciprocità.

Ieri come oggi, imprenditori, funzionari pubblici, uomini politici, professionisti si ritrovano legati da un sistema relazionale informale costruito al solo scopo di aggirare leggi e regolamenti, vera cifra criminale dell’operare di tali network. Favori in cambio di denaro, di una casa con vista da cartolina, di una poltrona o, come si dice in gergo, di altre utilità. Un binomio indissolubile quello fra ecocrimini e corruzione, che si alimenta di condizioni normative e istituzionali, economiche, sociali e ambientali. Da un punto di vista normativo il legame fra corruzione e reati ambientali è facilitato da un approccio giuridico, definito del “Comando e controllo” (Cec), che affida al legislatore il compito di stabilire standard ambientali minimi e a un portentoso apparato burocratico quello di valutare e controllarne l’effettivo rispetto, caso per caso. Ovvio che qui il rischio è alto, poiché pone nelle mani di alcuni funzionari, incaricati di pubblico esercizio, la sorte di progetti dall’alto valore economico. Un potere discrezionale che troppo spesso finisce nel mercato della corruzione. Ma non è solo un fatto di norme giuridiche e di controlli.

La corruzione, in questo settore come altrove, trova nutrimento nella qualità del capitale sociale che anima i singoli territori. Cioè dal livello di partecipazione e consapevolezza civica, in grado di rafforzare il controllo sociale informale su eventuali violazioni compiute dai decisori pubblici. In molte realtà, infatti, questo capitale sociale appare disgregato, inerme, mentre in altri è servito solo a rinserrare i ranghi dei gruppi criminali di tipo mafioso, che del consenso sociale hanno sempre fatto una struttura portante. Questo aiuta a spiegare, ad esempio, perché in alcune aree del paese la gestione dei beni ambientali non appare condizionata più di tanto dalla corruzione, mentre in altre quest’ultima la fa da padrone. Non basta accusare singoli soggetti o singole norme, così come serve a poco allargare le patrie galere senza capire cosa succede veramente dentro la società e qual è il vero livello di accettazione culturale dell’illecito.

Il ricorso all’ecocrimine, o in genere all’economia informale, non è infatti solo la conseguenza di un basso timore per la sanzione legale ma, come ha argomentato Alessandro Pizzorno, è condizionato dall’affermazione di valori che abbassano drasticamente il costo morale della devianza, così come dello scarso senso dello Stato. Questo rischio, oggi, è diventato sempre più alto in troppe parti del paese, dove le reti criminali, a ogni livello, sembrano orientare indisturbate l’agire economico, politico e amministrativo. Non più solo nelle regioni a tradizionale insediamento mafioso. Le recenti indagini in Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte lo dimostrano inequivocabilmente. Le filiere illegali in ciascuno dei settori ambientali richiedono diversi passaggi burocratici e manipolazioni dei controlli, che possono funzionare solo laddove c’è un solido legame di affinità criminale fra gli operatori e un alto livello di fiducia fra essi. Altrimenti il Sistema non funzionerebbe.

La risposta repressiva non è quindi più sufficiente, il solo bastone non basta. Le radici di questo male vanno cercate in profondità, se non si vuole cadere nella trappola dei censimenti, dei racconti brevi (al limite pure compiaciuti di tanti moralizzatori di professione) e delle facili e sbrigative spiegazioni. Anche mettendo sotto accusa il modello economico vincente, che inneggia a un individualismo utilitarista e amorale in cui non c’è spazio per considerazioni di carattere ambientale, sociale, etico. Secondo questa lente, ad esempio, il consumo critico o responsabile è un nonsense. Così come occorre tenere in debita considerazione il degrado progressivo delle politiche pubbliche, soprattutto di welfare. In definitiva, non esiste lotta efficace alla corruzione e alla sua variante green che non passi dal cambio di paradigma economico, finalmente più giusto, e dal completo rinnovo delle politiche pubbliche e di giustizia sociale, innestate di rinnovata fiducia collettiva, partecipazione e trasparenza. Le risposte meramente repressive rischiano invece di lasciare tutto immutato nella sostanza, efficaci solo per alimentare le fabbriche del malcontento e seminare altra frustrazione. Ne è convinto anche il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, che argomentando dell’emergenza corruzione in Italia ha recentemente avvertito: “Il pericolo più serio per la collettività è una rassegnata assuefazione al malaffare, visto come un male senza rimedi”. È da qui che dovremmo ripartire.

Antonio Pergolizzi, coordinatore Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente

https://twitter.com/apergolizzi
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