Marrakech, la Cop22
entra nel vivo

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Da Marrakech, Mauro Albrizio responsabile Clima e politiche europee di Legambiente

La Conferenza sul clima qui a Marrakech è entrata ieri nella sua fase cruciale. Dopo la prima settimana di negoziati a livello tecnico, in particolare sulla governance dell’Accordo di Parigi, con l’arrivo di ministri, capi di stato e di governo si passa ora al confronto politico sulla sua attuazione concreta.

Non ci si può limitare a concordare un programma di lavoro per definire le nuove regole che governeranno l’Accordo. Come proposto dalla presidenza marocchina, l’attenzione della Cop22 va spostata sull’azione, creando le giuste condizioni per aumentare – sia nell’immediato che nel lungo termine – l’ambizione dei primi impegni sottoscritti a Parigi.    

L’elezione di Donald Trump e la possibilità di un disimpegno degli Stati Uniti, dopo un primo momento di comprensibile incertezza, ha determinato una forte risposta politica da parte di molti governi. A partire dalla Cina, seguita dall’Europa e dalla “Coalizione degli Ambiziosi” insieme al folto gruppo dei paesi meno sviluppati. Senza dimenticare il rinnovato sostegno all’Accordo di Parigi di paesi tradizionalmente poco avanzati nelle politiche climatiche come Australia, Giappone e la stessa Arabia Saudita.

Il primo importante banco di prova della compattezza politica di tutti i paesi che hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi nell’andare avanti con determinazione, anche senza gli Stati Uniti di Trump, sarà la conferma degli impegni finanziari a sostegno dei paesi più poveri nella loro azione di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici in corso.

Se non è ancora confermata la decisone della nuova amministrazione Trump di abbandonare l’Accordo di Parigi. Vi sono, invece, pochi dubbi sul taglio degli impegni finanziari assunti da Obama a sostegno dell’azione climatica nei paesi in via di sviluppo.

A Marrakech sarà pertanto cruciale rendere finalmente operativo il piano di aiuti ai paesi più poveri di 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020, in modo che le comunità più vulnerabili del pianeta possano mettere da subito in campo misure ambiziose di mitigazione e adattamento ai mutamenti climatici in corso.

Segnali positivi sono venuti lo scorso 17 ottobre dall’incontro dei paesi donatori dove è stata adottata la nuova Roadmap al 2020. Con gli ultimi impegni è stata raggiunta la cifra di 93 miliardi di dollari che – secondo proiezioni OCSE – possono mobilitare aiuti sino a 133 miliardi, se i fondi pubblici stanziati riescono ad attivare ulteriori finanziamenti privati.

Purtroppo dei fondi pubblici stanziati (67 miliardi di dollari, di cui 17 europei) solo il 20% è destinato all’adattamento. Risorse ancora inadeguate – si stima che i paesi in via di sviluppo dovranno sopportare costi per l’adattamento tra 140 e 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 –  che vanno almeno quadruplicate secondo quanto proposto dall’Unione Africana.

Richiesta che va accolta per consolidare il clima di fiducia di Parigi tra paesi sviluppati, emergenti e poveri indispensabile per procedere con determinazione nell’attuazione dell’Accordo, anche senza gli Stati Uniti di Trump.

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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