“Il marmo di Carrara non è bene comune”

carrara

 

(Estratto dal Rapporto Cave di Legambiente)

Le Alpi Apuane rappresentano un caso emblematico di convivenza fra il più grande comprensorio estrattivo di pietre ornamentali del mondo e il principale Parco Naturale della Regione. Nel solo distretto di Carrara si estraggono circa 1 milione di tonnellate di marmo in blocchi e 4 milioni di detriti con effetti impressionanti non solo al livello paesaggistico. Il risultato dell’attività dei circa 100 siti estrattivi presenti è tutt’altro che invisibile: cime “mozzate”, crinali incisi, discariche minerarie (ravaneti) visibili a chilometri di distanza, milioni di tonnellate di terre di cava abbandonate, inquinamento delle falde acquifere. A questo si aggiunga la difficile convivenza a cui è sottoposta la popolazione dei comuni limitrofi esposta a polveri, rumore e vibrazioni causate dell’intenso traffico di mezzi pesanti.

Oggi il Comune di Carrara incassa dal marmo meno di 20 milioni di euro l’anno, una bella cifra che però sarebbe rappresenta una frazione di quanto incassato dalle imprese locali.

Dall’aprile 2012, grazie all’apertura della strada dei marmi, il traffico pesante non attraversa più la città di Carrara: un grande sollievo per la popolazione, ma pagato a caro prezzo (120 milioni di euro), e interamente a carico dei cittadini nonostante la strada sia ad uso esclusivo del marmo.

Insomma, il marmo di Carrara non è gestito come bene comune, ma arricchisce pochi: ecco perché, nonostante il suo “oro bianco”, Carrara è il secondo Comune capoluogo più indebitato d’Italia (dato pubblicato dalla Cgia di Mestre).

Negli ultimi anni sono state tentate varie strade per cambiare la situazione. Dal marzo 2015 infatti era stato deciso che le cave di marmo diventassero tutte pubbliche e di proprietà del Comune di Carrara e, grazie alla Legge Regionale 35, tutti i circa 90 siti estrattivi dovevano pagare il canone richiesto.

La Legge prevedeva anche che al loro scadere le concessioni sarebbero state prorogate fino a 25 anni dall’approvazione della legge, alla condizione che i titolari delle cave, entro un biennio, avessero assunto l’impegno con tanto di convenzione a lavorare almeno il 50% del marmo estratto in loco, cioè nei territori delle Apuane.

Purtroppo tutto ciò è stato nuovamente rivoluzionato con la sentenza della Corte Costituzionale del 20 settembre 2016 che ha accolto il ricorso presentato dal Governo, che aveva eccepito la violazione della potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile. Per la Regione, che su questa legge aveva puntato con forza, è una sconfitta sonora. Per gli industriali lapidei è una vittoria annunciata.

Un problema centrale è quello che riguarda i controlli. La stessa Arpat infatti ammette che in una situazione ed in un territorio dove l’escavazione è così intensiva il controllo non è programmabile, special- mente perché le risorse umane attualmente presenti non consentono la ripetizione dei controlli in tempi brevi. Inoltre l’Arpat ha recentemente dichiarato che seppur le cave presenti nell’area rispettino formalmente le Leggi in vigore, gli impatti sono difficilmente contenibili proprio a causa della vastità del fenomeno estrattivo.

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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