Macerie infinite

09/03/2017, Amatrice(RI) - Il centro di Amatrice dopo quasi 7 mesi dal terremoto che ha colpito il centro Italia.
Il centro di Amatrice dopo quasi 7 mesi dal terremoto che ha colpito il centro Italia.

L’emergenza del terremoto continua. Come dimostra la presenza diffusa di macerie. A oggi è impossibile avere dati certi su quante tonnellate siano ancora da smaltire in Centro Italia, dove le scosse di terremoto hanno distrutto interi paesi, da Amatrice a Pescara del Tronto. L’impressione è che il grosso del lavoro sia ancora da fare. Da fonti raccolte da Nuova Ecologia, che non vogliono comparire, le stime oscillano tra 1-2 milioni di tonnellate per le sole Marche. A rendere difficile una quantificazione più precisa, la differenza tra le macerie di edifici pubblici e quelle private, non di competenza dei Comuni ma che sono sicuramente la parte più significativa. Impossibile anche fare confronti con i terremoti passati, poiché le scosse che si sono ripetute da agosto a ottobre hanno interessato un’area enorme, che interessa quattro regioni. A rallentare la soluzione di un problema già complesso, le difficoltà dei Comuni a individuare i depositi temporanei. D’altra parte, il tema delle macerie è delicato. Se si accelerano i tempi si può incappare nel rischio sicurezza o inquinamento ambientale, se si allungano troppo si rallenta la rinascita dei luoghi. Senza dimenticare che alla gestione delle macerie è legata la ricostruzione. Lo sanno bene Legambiente e Fillea, che proprio in questi luoghi – a Muccia, in provincia di Macerata – hanno inaugurato un Osservatorio per la ricostruzione di qualità (osservatoriosisma.it). Partendo proprio dalla gestione delle macerie. Con loro e con il Cosmari, che se ne occupa per la provincia di Macerata, siamo entrati in questa ennesima emergenza.

Per un recupero di qualità

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29 aprile, al via l’Osservatortio per una ricostruzione di qualità a Muccia (Mc) (Foto di Luisa Calderaro)

Fortemente voluto dall’associazione ambientalista e dal principale sindacato delle costruzioni, l’Osservatorio è stato pensato per aiutare i cittadini e monitorare l’andamento della ricostruzione: si vuole mantenere alta l’attenzione, a partire dalla ricostruzione delle scuole e dalla necessità di una gestione virtuosa delle macerie, finalizzata al recupero e al riutilizzo, ma anche della qualità più in generale degli interventi. «Dobbiamo lavorare per la messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, a partire dalle scuole, che possono diventare un grande cantiere di innovazione diffusa» spiega la presidente di Legambiente, Rossella Muroni. «L’osservatorio e lo sportello di Muccia sono stati pensati come strumenti di partecipazione dal basso – dice il segretario generale Fillea Cgil, Alessandro Genovesi – Produrremo analisi e report, lavoreremo sulle segnalazioni, vigileremo sui cantieri, sul rispetto della legalità e dei contratti. Dobbiamo promuovere cantieri modello, dove si estenda l’uso del Durc (documento unico di regolarità contributiva, l’attestazione dell’assolvimento da parte dell’impresa degli obblighi legislativi e contrattuali nei confronti di Inps, Inail e Cassa Edile, ndr), dove si faccia formazione per i singoli lavoratori su sicurezza, nuovi materiali, corretta gestione dei rifiuti e del loro trattamento». L’impressione è che ci sia «una grande confusione e un grande ritardo sulla gestione macerie – sostiene Maria Maranò, nell’Osservatorio per Legambiente – ma si spera possa essere l’occasione per indirizzarla al meglio in senso sostenibile, puntando sul riuso dei materiali nella ricostruzione».

Un percorso a ostacoli

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Muccia (Mc) al 29 aprile (Foto di Luisa Calderaro)

Le competenze in fatto di macerie post sisma sono diffuse, si va dalla struttura commissariale al dipartimento di Protezione civile, ma la responsabilità ricade sulla Regione. A stabilirlo è un’ordinanza dello scorso settembre, in cui viene assegnata alle Regioni “la raccolta, il trasporto in depositi temporanei, il recupero o lo smaltimento dei materiali derivanti dai crolli e dalle demolizioni degli edifici pericolanti”. Nell’ordinanza si specifica che “in queste attività, le Regioni possono avvalersi dell’ausilio dei Comuni”. Con la legge 45/2017, che ha modificato il decreto legge n.189, i Comuni sono stati coinvolti a tutti gli effetti nella gestione, perché “proprietari delle macerie”. Ma si tratta di piccoli Comuni, a oggi svuotati di personale, soprattutto di quello competente su questi temi, così come sono state svuotate le competenze delle Province.

Il lavoro da fare è enorme, e nonostante siano passati mesi dalle scosse più distruttive si procede ancora a piccoli passi. Una conferma arriva da Giuseppe Giampaoli, direttore del Cosmari, il Consorzio obbligatorio smaltimento rifiuti di cui sono soci tutti i 57 Comuni della provincia di Macerata, che sta gestendo le macerie nell’area: «A oggi ne abbiamo smaltite un po’ più di 20.000 tonnellate, ma è una goccia nel mare – spiega Giampaoli – Cosmari interviene solo per le macerie di tipo C, quelle di nessun interesse storico, e di tipo B, quelle a tutela parziale, di cui ci occupiamo con la supervisione della Sovrintendenza, normalmente sotto la direzione di due archeologi. Quelle tutelate sono appannaggio della Sovrintendenza dei Beni culturali, con l’ausilio della Protezione civile». Il primo problema ambientale che deve affrontare il Cosmari è la presenza di amianto. «Alcuni Comuni hanno un censimento sulla presenza di amianto – continua – per chi invece non ha questo tipo di dati facciamo valutazioni in loco. Nelle case è facile da trovare, è nelle canne fumarie, nei serbatoi dell’acqua. Questo tipo di macerie dobbiamo lasciarle sul posto». Il compito di smaltirle è delegato a ditte specializzate. Un altro aspetto è la presenza di tufo. «Per la sua origine vulcanica si rilevano piccole quantità di radiazioni naturali – aggiunge il direttore del Cosmari – che pur non comportando rischi per la salute prevedono modalità di gestione particolari. Per questo è stato richiesto dalla Regione Marche al ministero dell’Ambiente un preciso indirizzo riguardo alle procedure di smaltimento da seguire». Una volta bonificate anche dai possibili effetti personali, le macerie vengono trasportate all’impianto di Tolentino, dove avviene la cernita fra i materiali (plastica, ferro, legno, Raee) e i cosiddetti inerti.

Problemi “temporanei”

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In viaggio dentro Muccia (Mc) al 29 aprile (Foto di Luisa Calderaro)

Il problema più grande è stato individuare i depositi temporanei. Cosmari sta usando l’impianto di Tolentino: una tettoia su un’area di poco più di 1.000 metri quadrati, dove si riescono a lavorare circa 300 tonnellate al giorno. Ma non basta. E infatti c’è il progetto di un secondo impianto di 7.000 metri quadrati, che si vorrebbe attivo per fine luglio. Intanto la Regione Marche ha affittato al Cosmari un’area di stoccaggio nel comune di San Ginesio. Quella dei depositi temporanei è questione spinosa non solo nella provincia di Macerata, come spiega Gianni Corvatta, direttore tecnico-scientifico dell’Arpa Marche: «I depositi sono stati autorizzati secondo le normative vigenti: una procedura veloce, ma sono passati comunque attraverso tavoli tecnici e conferenze dei servizi, in cui sono stati coinvolti tutti gli enti. Le autorizzazioni prevedono quanto la norma dice in merito a queste tipologie di impianti. Si parla quindi di separazione delle acque di prima pioggia, attività per quanto possibile al coperto, piazzali pavimentati, la raccolta e la separazione delle varie tipologie in container o cassoni scarrabili, la verifica della radioattività all’ingresso, la tracciabilità e così via». Oggi sono attive quattro aree di raccolta e cernita: due nel maceratese, due nel piceno, manca ancora quella nel fermano. Il problema più grande, secondo Corvatta, si è verificato nella zona di Arquata di Tronto, dove a vincere l’appalto è stata una ditta romana. «Ci sono stati ritardi nella realizzazione del deposito temporaneo nella zona: l’autorizzazione alla realizzazione dell’area c’era, è stata la ditta che ha ritardato». È del 13 aprile la notizia che Htr Bonifiche ha finalmente completato la realizzazione del deposito temporaneo ad Arquata del Tronto. Nell’attesa, lo scorso inverno ogni giorno otto camion hanno percorso 180 km per scaricare a Roma circa 200 tonnellate di macerie nell’impianto della Seipa, vincitrice insieme a Htr dell’appalto.

«Individuare le aree non è stato semplice, anche perché le zone montane non hanno disponibilità di terreni – afferma Corvatta – Anche la proposta del deposito temporaneo ad Amandola si è scontrata col problema che fosse dentro un Parco». Il direttore scientifico dell’Arpa è comunque ottimista: «A parte qualche problema iniziale, la macchina è avviata bene. Probabilmente andrà aumentata la capacità di lavorazione, se ci fossero altre due aree di deposito saremmo più veloci nella demolizione. Poi può succedere che la demolizione avvenga e che le macerie non vengano rimosse, che restino lì sul posto». Oppure, come racconta un abitante di Tolentino, «può succedere che dopo aver avuto la scheda Fast con l’esito “edificio non utilizzabile” ancora non si abbia la scheda Aedes. Come me ci sono altre quattromila famiglie solo a Tolentino in attesa di capire se la casa verrà demolita o no». Le due schede riguardano le valutazioni tecniche dello stato dell’edificio: quella Fast non sostituisce la Aedes, ma è uno strumento più veloce in quanto può essere redatto anche da tecnici non abilitati. Ma per avere accesso al contributo di riparazione/ricostruzione è propedeutico il possesso di una scheda di agibilità post-sismica Aedes. Insomma, ulteriori e non quantificabili macerie da smaltire.

La priorità del riciclo

Paolo Barberi, presidente di Anpar, associazione nazionale produttori aggregati riciclati, non nasconde la sua disillusione: «Ci saremmo aspettati di essere coinvolti, invece nulla. Nessuno ci ha mai voluto parlare nonostante una lettera in cui davamo la nostra disponibilità a collaborare». Per Barberi andrebbe rovesciato il punto di vista, si dovrebbe ragionare sulle macerie partendo dalla coda. «Bisognerebbe prima chiedersi quali sono le opere che vanno costruite o ricostruite in quei territori… bisogna rifare strade, parcheggi? Per fare queste opere che fabbisogno c’è di materiale inerte, di che qualità? Se devo fare un ponte sull’autostrada per fare calcestruzzo, non posso usare materiali derivanti dal riciclo». Il problema, secondo Barberi, è che «nessuno ha affrontato il riciclaggio delle macerie con un’ottica scientifica ma sempre demagogica. Bisogna prima capire che fare di questi prodotti riciclati, se non si parte dalla coda e dall’imposizione dell’uso di questi prodotti non si viene a capo di nulla. Si perde l’occasione di prendere spunto dall’evento tragico per avviare un sistema di economia circolare».

La demolizione, d’altra parte, è connessa anche alla ricostruzione. «Per attivare davvero una filiera di economia circolare – conclude Maria Maranò di Legambiente – le Regioni devono dare indicazioni su come recuperare gli inerti, per poterli riutilizzare al massimo e non abbandonarli alla discarica. Per la ricostruzione di strade, per farne mattoni… E poi vanno modificati i bandi delle gare d’appalto per incentivare le attività di riutilizzo». All’Osservatorio di Legambiente e Fillea non mancherà il lavoro da fare.

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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