In Spagna il lupo convive con gli allevamenti

lupo iberico

Quando a gennaio di quest’anno è arrivata la notizia dell’abbattimento di tre lupi nella provincia basca di Bizkaya, in Spagna, le associazioni ecologiste locali hanno lasciato una dichiarazione allarmante: “Erano gli ultimi esemplari presenti nei Paesi Baschi ”. In Spagna, a differenza di quanto avviene nel vicino Portogallo, il lupo iberico non è protetto a livello nazionale. Questa sottospecie del lupo grigio (Canis lupus signatus), di cui si contano almeno duemila esemplari,  è protetta soltanto nelle aree a sud del fiume Duoro. Nelle regioni a nord è soggetta invece a politiche di controllo ed ogni Comunità autonoma decide con leggi regionali quanti esemplari si possono abbattere ogni anno. Una stima parla di un totale di circa 200 lupi uccisi annualmente. La specie, che ha rischiato l’estinzione pochi decenni fa, torna così ad essere in pericolo.

Di fronte al crescente numero di lupi abbattuti, i movimenti ecologisti ed ambientalisti spagnoli sono scesi in piazza a Madrid lo scorso 13 marzo per chiedere al governo che la specie venga protetta a livello nazionale. Che il problema esista è un dato di fatto, ma è la sua dimensione a non essere messa a fuoco con obiettività. Negli ultimi decenni, grazie all’aumento della protezione del lupo rispetto al passato, il numero di esemplari è tornato a crescere. Ha fatto ritorno in zone dove era scomparso, come sui monti e sugli altopiani della provincia di Avila, Salamanca e Segovia. È proprio qui che il ritorno del canide ha causato maggiori problemi agli allevatori locali. Ad Avila ad esempio, dove è nata anche una campagna dal nome “Avila libera dai lupi”, ci sono stati molti episodi di attacchi al bestiame, con decine di pecore e vitelli uccisi.

Intervistata a riguardo, la responsabile del settore progetti di “Ecologistas en Acción“, Theo Oberhuber, afferma che c’è molta disinformazione. Se da una parte è innegabile che il lupo può attaccare in certi casi il bestiame, è anche vero che laddove si è approfondito si è visto che ad attaccare erano stati cani incontrollati o inselvatichiti. «C’è stata una perdita di saperi – aggiunge la Oberhuber – dovuta alla scomparsa del lupo per diversi decenni. Al suo ritorno, non ci si ricorda più come veniva gestito e la via più facile è ammazzarlo».

Proprio in Spagna diverse esperienze dimostrano che la coesistenza fra lupo e allevamenti è possibile e che esiste un’alternativa all’eliminazione fisica degli esemplari. Nella Sierra de Culebra, ad esempio, al confine con il Portogallo, gli allevatori hanno ereditato dal passato vecchi metodi di protezione degli allevamenti che si dimostrano molto efficaci. Cani da pastore capaci di allontanare il lupo, recinzioni elettriche per proteggere il bestiame, ed una serie di accorgimenti come la chiusura dei recinti al sopraggiungere della notte. Tutte queste misure permettono di limitare moltissimo o addirittura azzerare il numero di attacchi e di perdite. Si tratta di metodi e pratiche che un tempo erano conosciute in tutta la Spagna, ma che sono state dimenticate nella seconda metà del secolo scorso, quando il lupo è scomparso da intere regioni.

Un altro esempio di coesistenza positiva fra allevamenti e lupo viene dalla Galizia, dove si è saputo inserire anche un ulteriore elemento di protezione della biodiversità: l’utilizzo di asini. La cooperativa agricola Casa Grande de Xanceda, oltre ad utilizzare mastini e recinzioni elettriche, ha inserito nei suoi allevamenti questo animale a rischio di estinzione. Non solo sa difendersi bene dagli attacchi, costituendo un pericolo per il predatore. Grazie al buon udito riconosce il pericolo, ed il suo raglio acuto è udibile a grande distanza, richiamando l’attenzione di cani e pastori.
Queste forme di coesistenza positiva hanno però bisogno di aiuto economico. È per questo che le associazioni ecologiste spagnole puntano, oltre al riconoscimento del lupo iberico come specie protetta, all’erogazione di aiuti per gli allevatori affinché possano proteggere il proprio bestiame. “Prevenire invece di curare” è la parola d’ordine.

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