Nelle ultime ore sta emergendo un consenso sulla necessità di introdurre nell’accordo di Parigi un meccanismo dinamico di aumento degli impegni di riduzione delle emissioni con ciclo quinquennale applicabile a tutti i paesi. Strumento essenziale per verificare e adeguare regolarmente il contributo dei singoli Stati al raggiungimento dell’obiettivo comune di contenere l’aumento globale della temperatura al di sotto della soglia critica dei 2°C.

Infatti, secondo le prime valutazioni, gli attuali impegni, se rigorosamente attuati, sono sufficienti a ridurre di circa un grado il trend attuale di crescita delle emissioni di gas-serra con una traiettoria di aumento della temperatura globale che si attesta verso i 2.7- 3°C. Lo scoglio ancora da superare è la data di avvio della revisione periodica degli impegni. È importante partire subito dopo Parigi, così da poter allineare gli attuali impegni alla traiettoria dei 2°C prima del gennaio 2021, quando il nuovo accordo sarà operativo. Solo in questo modo il processo di aumento degli impegni di riduzione potrà terminare entro il 2018 così da consentire ai governi di avere il tempo necessario per recepire i nuovi impegni nei Piani di azione nazionali relativi al primo periodo di impegno 2021-2025 dell’accordo.

Purtroppo l’Europa continua a opporsi all’avvio della revisione degli impegni prima del 2020, sperando in questo modo di neutralizzare l’opposizione annunciata dal nuovo governo polacco al pacchetto clima-energia 2030. L’attuale impegno europeo – riduzione delle emissioni interne di almeno il 40% entro il 2030 – non è coerente con la traiettoria dei 2°C. Entro il 2030, in linea con questa traiettoria, l’Unione europea deve impegnarsi almeno al 55% di riduzione delle sue emissioni come contributo a un accordo globale ambizioso e giusto.

Un obiettivo realistico e a portata di mano. Nel 2014, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, si è già raggiunta rispetto al 1990 una riduzione delle emissioni del 23%, superando con ampio margine e anticipo l’obiettivo al 2020 del 20%. Tuttavia il trend al 2020 è solo del 24% senza azioni aggiuntive. Appena un punto percentuale di riduzione delle emissioni nei prossimi cinque anni. Una battuta d’arresto dell’azione climatica europea che rischia di comprometterne la credibilità. E inspiegabile anche dal punto di vista economico. Nel periodo 1990-2014 si è registrato un forte disaccoppiamento tra riduzione delle emissioni ed aumento del Pil. Mentre le emissioni sono diminuite del 23%, il Pil è aumentato del 46%. Un segnale inequivocabile che l’azione climatica fa bene all’economia.

L’Europa non può continuare a nascondersi dietro l’alibi polacco. In questi giorni deve impegnarsi a costruire un’ampia alleanza a favore della revisione prima che il nuovo accordo sia operativo. Un impegno indispensabile non solo per il successo di Parigi. Ma soprattutto per indirizzare nella giusta direzione la transizione verso un sistema energetico fondato sulle rinnovabili e l’efficienza, che faccia da volano per lo sviluppo di una competitiva economia europea finalmente libera dai fossili. La sola in grado di farci superare la doppia crisi climatica ed economica, creando nuove opportunità dal punto di vista dell’occupazione, dell’innovazione e del rilancio dell’economia europea.

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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