Livello di guardia

ecoprofughi

Il quinto rapporto di valutazione dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo di esperti sul clima, non lascia dubbi: i cambiamenti nel sistema climatico sono inequivocabili e le cause sono da imputare alle attività umane. L’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, la massa dei ghiacciai ha subito una notevole perdita, le concentrazioni di gas serra sono aumentate e il livello del mare si è alzato. A risentire maggiormente di questa condizione sono le aree più vulnerabili del pianeta, fra cui gli Stati insulari del Pacifico, incapaci di contrastare adeguatamente gli sconvolgimenti e di imporsi con fermezza nel panorama politico mondiale. In alcune zone del Pacifico, la temperatura media dell’ultimo secolo è aumentata di 0,1- 0,2 °C ogni decennio, comportando un’alterazione nelle tendenze degli eventi estremi precipitativi. Impatti visibili anche sugli oceani, che oltre ad aver mostrato un aumento dell’acidificazione subiranno nei prossimi anni un’ulteriore crescita del loro livello. Secondo il gruppo di esperti sul clima, il tasso di innalzamento dalla metà del XIX secolo è stato infatti maggiore del tasso medio dei duemila anni precedenti. In alcune regioni, come le isole di Funafuti in Polinesia, fra il 1950 e il 2009 l’aumento è stato in media tre volte maggiore rispetto alla media globale e si prevede, entro la fine del secolo, una crescita nella sola area del Pacifico di mezzo metro.

«La situazione è irreversibile – conferma Jonathan M. Gregory, fisico dell’università di Reading, autore degli studi sul livello del mare nei rapporti dell’Ipcc – Anche se smettessimo ora di emettere anidride carbonica, il livello del mare continuerebbe ad aumentare per secoli. Tuttavia, minore è la concentrazione di CO2 emessa, prima le emissioni saranno ridotte e minore sarà l’aumento del livello dell’oceano». Di questo passo, trovandosi a circa due metri sopra il livello del mare, l’esistenza stessa delle isole e l’intero ecosistema sarà compromesso dai cambiamenti climatici: la barriera corallina è destinata a sparire in pochi decenni e gli effetti di questa erosione si ripercuoteranno sulle coste e sulle riserve di acqua potabile, già ora minacciata sempre più frequentemente dalle inondazioni che ne accrescono la salinità, rendendola di fatto inutilizzabile. La riduzione della superficie costiera si oppone all’aumento del numero di abitanti, gli uragani peggiorano inoltre la situazione sanitaria già compromessa dalla carenza di acqua e di adeguate tecniche di coltivazione.

«La stagione delle piogge tende a tardare – dice Joseph Elu, presidente dell’Autorità regionale dello Stretto di Torres, un lembo di mare fra Australia e Papua Nuova Guinea – Rispetto agli anni precedenti in cui iniziavano verso ottobre- novembre, ora le precipitazioni arrivano verso gennaio e questo crea molti problemi alle piantagioni. Non c’è cibo e spesso le isole non hanno abbastanza acqua. Stiamo sperimentando periodi in cui la pioggia arriva sempre dopo e sempre meno. Le maree sono più alte e durano circa sette giorni, tre in più rispetto agli anni passati. Quello che ci interessa è sapere come cambieranno i fenomeni precipitativi, ma gli scienziati non sono in grado di prevederlo. Qui il cambiamento climatico è una realtà da più di dieci anni». Secondo gli studi condotti dalla Commissione economica e sociale per l’Asia e il Pacifico delle Nazioni Unite (Escap), i cambiamenti climatici inf luiscono anche sui flussi migratori delle popolazioni, diventando la terza ragione di spostamento dopo quella educativa e lavorativa. Sebbene gli abitanti di Kiribati, Nauru e Tuvalu, Stati insulari fra l’Australia e le Hawaii, siano abituati a trasferirsi per studiare o lavorare, mancano delle norme che diano dignità alla loro posizione di rifugiati ambientali. Se migrare fra gli atolli non può essere una soluzione a lungo termine a causa del consistente sovraffollamento delle città, di contro per alcune isole fino ad oggi non esistono accordi con gli Stati limitrofi, come la Nuova Zelanda e l’Australia, che garantiscano aiuti permanenti.

Secondo le ricerche dell’Escap, solo un quarto della popolazione di Kiribati, Nauru e Tuvalu avrebbe le risorse economiche per migrare e comunque l’impatto culturale senza idonee misure di integrazione avrebbe risvolti pericolosi. Non solo un problema ambientale dunque, ma anche una minaccia all’identità culturale e alla futura stabilità economica. «Le isole dello Stretto di Torres fanno parte del Queensland: i giovani hanno libero accesso alle università e si spostano per studiare – riprende Joseph Elu – Il discorso si fa più complicato con le vecchie generazioni: cercare di comunicare loro che in futuro non avranno più una casa, che la loro isola sarà sommersa e che saranno costretti a muoversi non è banale. Si sentono abitanti dello Stretto di Torres, non australiani».

È insomma chiara la necessità di adottare opportune misure di mitigazione dei cambiamenti climatici. Istituzioni e governi sono chiamati a prendere decisioni puntuali ed efficaci agendo su due fronti: cambiando le abitudini di consumo e di produzione da una parte, promuovendo programmi di adeguamento ai cambiamenti climatici dall’altra. In questo panorama, l’adattamento deve lavorare sinergicamente con la volontà di cambiare il sistema energetico attuale e mondiale: puntare sulle fonti rinnovabili, favorire la sostenibilità delle infrastrutture, incentivare un turismo responsabile attraverso la creazione di aree protette, stimolare la consapevolezza e la resilienza dei residenti. Tuttavia, la mancanza di previsioni e di dati certi per ogni Stato insulare, rende le decisioni a lungo termine piuttosto complesse. È come voler tracciare i contorni di un disegno con un pennarello dalla punta larga: il risultato non potrà mai essere preciso. Alla luce di questi elementi, per molte isole del Pacifico potrebbe essere troppo tardi: non perdere tempo diventa un imperativo.

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