L’Italia divorata

Il ritmo scende a causa della crisi economica. Ma fra novembre 2015 e maggio 2016 altri 52 km quadrati di territorio sono stati “sepolti” da asfalto e cemento. Continua la raccolta firme per scuotere l’Europa. Nuova Ecologia vi dà appuntamento a settembre
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Potrebbe essere l’ennesima occasione persa. La crisi economica degli ultimi anni, infatti, ha calmato gli appetiti dei costruttori del mondo dell’edilizia, tanto che «questo sarebbe il momento ideale per approvare una legge nazionale», racconta Michele Munafò, che cura per l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) il rapporto sul consumo di suolo. «Ma se nessuna norma sarà approvata a breve, il rischio è che appena la macchina economica ripartirà si riprenderà a cementificare a una velocità crescente». Una legge indispensabile per invertire una tendenza, che vede il consumo di suolo in Italia continuare comunque a crescere, anche se con una velocità ridotta rispetto agli 8 metri quadrati al secondo fagocitati negli anni Duemila: dai 6/7 mq registrati dal 2008 al 2013 si è passati ai 4 tra il 2013 e il 2015, fino ai 3 metri quadrati di suolo irreversibilmente persi in ogni secondo nei primi mesi del 2016.

«Purtroppo questo dato positivo non è il risultato di politiche virtuose, che salvo pochissime eccezioni ancora non si profilano all’orizzonte – precisa Damiano Di Simine della segreteria nazionale di Legambiente – ma del dato di crisi economica, che ha colpito più di altri il settore delle costruzioni». Questa fase di relativo rallentamento, insomma, «avrebbe potuto essere utilizzata per introdurre nuove regole capaci di promuovere un diverso sviluppo urbanistico e infrastrutturale – continua Di Simine – ma questo, almeno per ora, non è avvenuto».

I numeri continuano a descrivere un panorama che a ben vedere esclude ogni tipo di festeggiamento. È pari a quasi la metà della superficie di Parigi il suolo che ha perso l’Italia fra novembre 2015 e maggio 2016: ben 52 chilometri quadrati, ovvero poco meno della superficie dello Stato di San Marino, che sono stati coperti da edifici, asfalto e infrastrutture, come rivela la fotografia “scattata” dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, formato dall’Ispra e dalle agenzie regionali. Le conseguenze le vediamo ogni giorno, mentre camminiamo tra le nostre città o campagne è difficile impedire che lo sguardo incontri fabbricati, strade o insediamenti commerciali, sempre più spesso vuoti e abbandonati.

Una legge impantanata

Eppure quella che rischia di essere ricordata soltanto come un’occasione persa potrebbe essere trasformata in una scintilla di resistenza: mancano solo diecimila firme per raggiungere il quorum italiano di “People4Soil”, la campagna europea lanciata da un ampio cartello di associazioni (in Italia da Legambiente alle Acli, da Coldiretti a Slow Food, solo per citarne alcune) con cui si chiede l’approvazione di una direttiva europea contro la “dittatura” del cemento. «Il raggiungimento del quorum avrebbe un peso politico importante – racconta Tiziano Cattaneo, coordinatore europeo della campagna – in quanto verrebbe utilizzato per spingere e sostenere la proposta di legge nazionale sul consumo di suolo», che nel frattempo si è “impantanata” al Parlamento.

Un obiettivo che si potrà raggiungere solo se i cittadini acquisiscono la consapevolezza dell’importanza del suolo. «Il suolo è stato dimenticato dall’immaginario collettivo, tanto da non rendersi più conto di quanto possa essere consumato in modo irreversibile – riprende Munafò di Ispra – Se non c’è consapevolezza di questo, qualunque politica è destinata a fallire». Infatti, costruire capannoni e centri commerciali nell’hinterland delle nostre città non porta solo a distruggere il paesaggio e congestionare il traffico, ma a «perdere tutte le funzioni che il suolo ci potrebbe garantire gratuitamente – aggiunge – dai benefici delle produzioni agricole e della biodiversità all’influenza che i terreni possono avere sul ciclo del carbonio e quindi sul cambiamento climatico. Se non vogliamo farne una questione di risorsa ambientale, ragioniamo sul fatto che le nostre scelte hanno un costo per le tasche di tutti noi», che nel frattempo abbiamo “seppellito” sotto cemento e asfalto più di 23.000 chilometri quadrati del nostro territorio.

Lo scempio continua

Sono le pianure del Nord le aree più colpite, ma anche l’asse toscano tra Firenze e Pisa, quelle del Lazio, della Campania e del Salento, le principali aree metropolitane e le fasce costiere, in particolare quella adriatica, ligure, campana e siciliana. Ma quali sono le regioni dove il cemento la fa da padrone? Lo scorso anno, sempre secondo il report di Ispra, in 15 regioni è stato superato il 5% di suolo consumato, con il valore percentuale più elevato in Lombardia e Veneto (oltre il 12%) e Campania (oltre il 10%). Seguono Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Puglia e Liguria, con valori compresi fra l’8 e il 10%. «Non è sorprendente il record di consumo di suolo in Lombardia e Campania – afferma Di Simine – perché, in generale, il suolo consumato è in relazione con la densità di popolazione, e quindi si aggiunge ed è concausa delle altre principali pressioni ambientali». Calcolando il dato procapite, il rapporto è inverso: le regioni meno densamente abitate sono quelle in cui il consumo procapite è maggiore. La ragione è abbastanza semplice: «Dal rapporto dell’Ispra – spiega Di Simine – abbiamo appreso come circa il 40% del consumo di suolo non sia legato agli edifici ma alle infrastrutture stradali», più estese nelle aree interne che in quelle metropolitane. Guardando agli incrementi percentuali, la maglia nera spetta a Sicilia, Campania e Lazio, dove fra la fine del 2015 e la metà dello scorso anno si sono avuti gli incrementi maggiori, mentre in valori assoluti i cambiamenti più estesi sono avvenuti in Lombardia (648 ettari di nuove superfici artificiali), Sicilia (585) e Veneto (563). «In generale il Nordest (Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia, ndr) presenta dati superiori a quelli attesi dalla densità demografica – conclude Di Simine – per la proliferazione di centri commerciali e capannoni logistici e industriali, nati disordinatamente soprattutto nell’ultimo ventennio».

Il “no” che fa la differenza

Una tendenza che con un secco “no” può essere invertita. Lo sa bene Isabella Conti, giovanissima sindaca di San Lazzaro di Savena. È stata lei a frapporsi fra la lunga mano dei costruttori e un’area agricola del comune alle porte di Bologna, cancellando un progetto di espansione urbanistica e mettendo una croce sulla creazione di 582 alloggi e svariate attività commerciali. «Consumo di suolo e rispetto dell’ambiente: c’è un grande bisogno di affrontare questi temi con concretezza e realismo – racconta la vincitrice del premio “Sterminata bellezza” di Legambiente – per indicare percorsi sistemici per il futuro». E concreto è stato il suo intervento contro l’espansione urbanistica nel suo comune, visto che il progetto insisteva su un’area di ricarica di una falda acquifera, oltre ad essere stato ideato lontano dalla stazione ferroviaria, condannando le strade locali agli ingorghi.

«La riduzione del consumo di suolo ci dà la possibilità di realizzare, sui terreni strappati al cemento, orti urbani e forme di agricoltura alternativa – continua Isabella Conti – creando al tempo stesso nuove forme di socialità e di sostentamento». Una presa di posizione fatta con il sostegno dei suoi concittadini: «Sono tutti a favore della salvaguardia del suolo – racconta la sindaca di San Lazzaro di Savena – così come alcuni costruttori che sono stati in grado di cogliere il cambiamento e capire le potenzialità, anche economiche, della rigenerazione e della bioedilizia». Dall’altra parte della “barricata” ci sono quelle imprese edili «rimaste attaccate a un modello del passato, che non è più in grado di dare risposte soddisfacenti ai nuovi bisogni delle persone e dell’ambiente». Ed è proprio contro questi costruttori che le amministrazioni, anche le più piccole, possono fare la differenza, difendendo territori e paesaggi agricoli. Sempre che possano contare su finanziamenti adeguati. «Alcuni Comuni non hanno risorse sufficienti per realizzare le opere pubbliche – continua Isabella Conti – e l’unico strumento nelle loro mani è cedere parte del loro territorio. La politica deve dimostrare quanto crede nella preservazione dell’ambiente, assumendosi la responsabilità di indicare percorsi pragmatici che aiutino a spezzare questa catena». L’Italia, invece, continua a dotarsi di poche, e poco efficaci, norme regionali finalizzate a “salvare il suolo”, mentre l’assenza di una direttiva europea di riferimento e di una legge nazionale adeguata lascia via libera ad asfalto e cemento. Giusto quello che possiamo evitare, insieme, continuando a raccogliere firme per la campagna “People4Soil”.

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