L’impronta del Niño

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El Niño , il fenomeno climatico che genera un forte riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico, è terminato. Ma i suoi effetti sul clima e sull’agricoltura si vedranno ancora a lungo. Nel 2015 e nei primi mesi del 2016 ha intanto raggiunto un record: far aumentare di tre gradi la temperatura dell’acqua nel Pacifico. Inoltre, secondo la stima dell’agenzia federale statunitense per la meteorologia, National oceanic and atmospheric administration (Noaa), è stato fra i tre più forti mai registrati a partire dal 1950, dopo il “Super Niño” del 1982 e quello del ‘97.

Luca Mercalli
Luca Mercalli

Questo fenomeno atmosferico si presenta una volta ogni due o quattro anni, con un ciclo di vita di circa cinque mesi, durante il quale la temperatura media della superficie dell’Oceano Pacifico centrale sale di almeno 0,5 gradi centigradi per un periodo di tempo mai inferiore ai cinque mesi. I picchi di aumento della temperatura sono stati, negli anni, di 3 o 4 gradi e quando questo avviene le ripercussioni interessano l’intero ecosistema climatico. «Gli effetti non sono omogenei, ma in certe aree più prevedibili, come quelle tropicali – precisa Luca Mercalli, meteorologo, divulgatore scientifico e climatologo italiano – Cambiano la temperatura delle acque, la bassa pressione, la frequenza delle perturbazioni». Le conseguenze più evidenti? «In aree prima siccitose comincia a piovere molto, mentre in zone piovose diminuiscono notevolmente le precipitazioni. Al di fuori delle aree tropicali, ci sono reazioni abbastanza pronunciate anche negli Stati Uniti. Per esempio l’Alaska si scalda, con inverni miti e poca neve e si intensificano le nevicate sulla costa est: Boston, New York, scendendo a volte fino alla Florida».

Nel 2016 oltre 60 milioni di persone in tutto il mondo saranno colpite da fame e povertà a causa della siccità, del crollo dei raccolti e della scomparsa dei pascoli provocati da El Niño appena concluso. Questo l’allarme lanciato a marzo da Oxfam, ong specializzata in aiuto umanitario e progetti di sviluppo. Le aree più colpite da quest’ultimo intenso evento climatico, secondo lo studio della stessa Oxfam Gli impatti su fame e povertà del fenomeno El Niño, sono l’Africa centrale e orientale, l’America latina e caraibica, il Sudest asiatico e le isole del Pacifico. Nella regione del Corno d’Africa, El Niño ha provocato un forte innalzamento delle temperature scaturito in prolungate siccità in alcune aree di Sudan, Etiopia, Eritrea, Djibouti e Somalia. In Africa meridionale, dove già prima della crisi più di 28 milioni di persone erano vittime di denutrizione cronica, l’impatto del Niño sulla produzione agricola sta causando una vasta emergenza umanitaria, che colpisce più di 32 milioni di persone. Fra i paesi interessati dalla forte siccità rientrano Malawi, Zimbabwe, Mozambico, Zambia, Madagascar e Lesotho. «El Niño è reso ancor più micidiale dai cambiamenti climatici – commenta Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia – Ha causato eventi estremi con temperature molto elevate, siccità e inondazioni. A pagarne il prezzo sono le comunità più povere che vivono di agricoltura e allevamento, senza mezzi per fronteggiare shock di questa portata».

L’Africa è il continente più colpito dagli effetti del Niño anche secondo le Nazioni Unite: in tutta l’area, nel 2016, 50,2 milioni di persone si troveranno in condizioni d’insicurezza alimentare. In Asia e nelle isole del Pacifico il fenomeno si sta intrecciando con il più generale cambiamento climatico, che già da tempo sta colpendo le comunità: provocando carestie e precipitazioni insolite e rendendo le foreste sempre più vulnerabili agli incendi. Come in Indonesia, dove oltre 2 milioni di ettari di foresta sono stati bruciati, provocando anche infezioni respiratorie a mezzo milione di persone. In America centrale invece El Niño ha esasperato tre anni consecutivi di siccità, mentre l’insicurezza alimentare sta aumentando in tutto il Centro America, nei Caraibi e sugli altipiani del Sud America, dove i raccolti continuano a seccare. Le inondazioni stanno poi colpendo molti paesi in America del Sud: «La portata del Niño in tutto il mondo è la prova che i paesi ricchi non possono più rinviare il finanziamento delle misure per l’adattamento al cambiamento climatico dei paesi in via di sviluppo – conclude Barbieri – Non sono riusciti a farlo in occasione della Conferenza sul clima di Parigi dello scorso dicembre. Ora però non si può più aspettare».

Il video del Nooa sul Niño 


Negli scorsi mesi si è sentito parlare del fenomeno
El Niño anche in Italia come spiegazione del caldo record: secondo la Nasa si sono registrate le temperature più elevate di sempre per sette mesi consecutivi. «Il caldo dell’anno scorso è stato davvero fuori misura – conferma Mercalli – Un luglio come quello del 2015 non si era mai visto in sequenze di 200 anni di dati. Così come quello del 2003. La causa di questo cambiamento si deve attribuire in modo chiaro e univoco al riscaldamento globale, appunto perché non ha eguali nelle misure di due secoli dei trend della temperatura. Questo caldo anomalo non possiamo insomma correlarlo direttamente a El Niño, i cui effetti in Europa sono molto sfumati. Non ci sono segnali chiari che quando si presenta questo fenomeno le “cose” nel Mediterraneo, in Francia o Germania vadano in un modo piuttosto che in un altro».

Per l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Cnr-Isac), in Italia lo scorso aprile si è classificato al terzo posto dei più caldi dal 1800, con una temperatura di ben 2,8 gradi superiore alla media, mentre a gennaio è caduto addirittura il 17% di acqua in meno rispetto allo stesso mese del 2015. «A preoccupare gli agricoltori però – spiega Stefano Masini, responsabile ambiente di Coldiretti – sono anche i temporali violenti e improvvisi e la grandine che ha colpito a macchia di leopardo le coltivazioni, dalla frutta alla verdura, dal mais all’erba medica. Si tratta di un’ulteriore conferma dei cambiamenti climatici in atto, che nel nostro paese si stanno manifestando con ripetuti sfasamenti stagionali ed eventi estremi, col rapido passaggio dalla siccità all’alluvione. L’agricoltura italiana negli ultimi dieci anni ha subito danni per 14 miliardi di euro a causa delle bizzarrie del tempo».

L’andamento climatico e il surriscaldamento globale, per il meteorologo Luca Mercalli, sono fenomeni molto più significativi da commentare e da indagare in Italia rispetto a El Niño. Senza dimenticare che da sempre il clima genera problemi sulle colture. L’ultima emergenza segnalata da Coldiretti risale a poche settimane fa, a giugno, e riguarda le violente piogge che dall’Abruzzo al Lazio, fino alla Campania, hanno fatto tracimare i fiumi provocando allagamenti dei campi coltivati con danni per milioni di euro. Una perdita che potrebbe portare alla dichiarazione dello stato di calamità nelle zone più colpite. «Campi allagati, verdure distrutte e semine perdute, ma anche frane e smottamenti che ostacolano la viabilità interna – racconta Masini – In Abruzzo si segnalano danni a coltivazioni di ortaggi a foglia larga, carote Igp del Fucino e patate. Campagne sott’acqua anche nel Lazio, dove nel Frusinate sono andate perse le semine appena effettuate e le coltivazioni orticole, mentre in Campania, nel Beneventano, si sono verificati danni ai vigneti di Aglianico e Falanghina».

Come fronteggiare, quindi, questi cambiamenti? «Di fronte al ripetersi di queste situazioni imprevedibili diventa sempre più importante ricorrere alle assicurazioni per avere uno strumento che aiuti a gestire nel modo migliore i rischi. Vanno poi associate altre misure, sempre più diffuse, che riguardano il ricorso a servizi agrometeo mirati e l’introduzione di nuove tecniche, come l’agricoltura di precisione, in grado di rispondere ad andamenti stagionali sempre più irregolari, riducendo sprechi e consumo di risorse».

Vive in una piccola località della Provincia di Torino, inizia a scrivere a 18 anni per un mensile ed un settimanale locali con cui collabora tuttora. Terza al concorso giornalistico “Oltre le righe” di Legambiente edizione 2013, collabora con il giornale “La Nuova Ecologia”. Ha conseguito il master AGI di giornalismo investigativo. Laureata con una tesi in giornalismo e storia delle donne e di genere, è appassionata di temi al femminile
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