Lezione in Laguna

Mose
cantieri del Mose (Foto: Mirco Toniolo / Agf)

di Gianni Belloni

L’ enorme sistema di tangenti che è ruotato intorno al Mose rappresenta un buon punto di osservazione per capire i ruoli esercitati dai diversi attori che hanno fatto capolino in questa “sconcia” rappresentazione. Un’analisi che in buona misura si può ritrovare anche negli altri sistemi corruttivi cresciuti all’ombra delle grandi opere.

POLITICI DI SPONDA. Federico Sutto gestiva per conto di Giovanni Mazzacurati, il grande burattinaio del sistema corruttivo, il rapporto col mondo politico. È lui a consigliare a Mazzacurati di finanziare i singoli politici e non più le segreterie dei partiti come nelle vecchia Tangentopoli, ormai inadatti a orientare le decisioni dei propri dirigenti. I partiti sono ridotti ad alleanze instabili di filiere di potere, dove si assiste a una crescente ricerca di denaro che produce un fitto intreccio tra forti finanziatori e fragili e ricattabili finanziati.

TECNICI DIETRO LE QUINTE. Se nella Tangentopoli degli anni Ottanta e Novanta i cosiddetti tecnici avevano un ruolo di collegamento e intermediazione fra il sistema delle imprese e quello dei partiti, oggi a giudicare dalle vicende emerse dall’inchiesta veneziana i tecnici hanno assunto il ruolo di protagonisti attivi nel rapporto col mondo delle imprese. L’apparato amministrativo-burocratico regionale è attraversato da concentrazioni anomale di potere che hanno talvolta generato palesi situazioni di conflitto di interessi e di incompatibilità di incarichi. Un esempio per tutti la commissione per la valutazione d’impatto ambientale, in teoria organo terzo di consulenza tecnico-scientifica ma in pratica comitato subordinato alla volontà dei vertici politici, come ha documentato l’Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, composto per lo più da politici di seconda fila e da professionisti interessati alle stesse opere che dovrebbero analizzare.

COMITATI NEL GIUSTO. I No Mose sono stati, a Venezia come altrove nel Veneto, una voce fuori dal coro. Gli intrecci criminali che sono emersi nell’inchiesta erano stati intuiti da una combattiva minoranza di attivisti e intellettuali che in questi anni hanno denunciato e combattuto quello che genericamente veniva definito il “sistema Galan”. Ed è solo in seguito all’opera della magistratura che le minoranze che si sono opposte al Mose, così come ad altre opere in odore di cricca, hanno visto riconosciuto il loro punto di vista. Un dato, questo, che dovrebbe far riflettere sul ruolo possibile, e su quello reale, rivestito dalle minoranze, alle volte davvero “profetiche” nel nostro sistema politico. Tanto più alla luce dell’indirizzo maggioritario e ispirato alla governabilità che sembra ormai egemone in questo paese. La città in realtà è stata narcotizzata da un effluvio di finanziamenti, giostrati dal Consorzio Venezia nuova, che hanno riguardato quasi tutti gli ambiti della società. Una marea di denaro che ha creato sicurezza, ammorbidito i toni, offuscato lo sguardo e reso meno stridente la convivenza della città con un monstrum politico-imprenditoriale e istituzionale come il Consorzio.

CIRCUITI D’IMPRESA. Il sistema costruito attorno al Consorzio Venezia nuova garantiva agli imprenditori una rendita di posizione invidiabile: affidamento senza gare della progettazione, esecuzione e manutenzione di lavori. Quanto di più lontano si possa immaginare dal meccanismo “ideale” della libera concorrenza. Sono proprio le posizioni più ricercate da settori non trascurabili dell’imprenditoria: circuiti protetti, reti di reciprocità all’interno delle quali vengono ammorbidite – dalla logica dei favori e degli scambi occulti – le severe leggi del mercato e della concorrenza. L’economista Stefano Solari descrive questo meccanismo come «compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati». Un compattamento nel quale è difficile «discernere l’attività di malaffare». Di fronte a questa tendenza sistemica suonano particolarmente imbarazzanti, e imbarazzate, le felpate reazioni dei rappresentanti degli imprenditori rispetto alle vicende emerse e, soprattutto, la successiva rimozione. Il tema della corruzione brilla infatti per assenza fra i temi avanzati dagli industriali veneti in occasione dell’attuale campagna elettorale per le regionali. Vent’anni di esaltazione acritica del modello imprenditoriale nordestino hanno in realtà sfibrato il ceto imprenditoriale, disabituandolo a un confronto con la realtà e con punti di vista diversi. I ripetuti ossequi ai meriti dell’impresa da parte di quasi tutti i protagonisti del dibattito pubblico a prescindere dai suoi meriti, che ovviamente ci sono stati, hanno reso la stessa rappresentanza delle imprese vulnerabile – anche perché disabituata alle critiche e assuefatta a un clima di ideologico conformismo – e incapace di originali elaborazioni. Affinché anche questa ondata di inchieste sulla corruzione non si risolva nuovamente in farsa sarebbe bene che ciascuno degli attori in scena – cittadino, tecnico esperto, politico, imprenditore – faccia fino in fondo i conti col suo ruolo. Non si tratta di una questione morale, ma della parte – complice e connivente o responsabile e dissenziente – che vogliamo rivestire in questo mondo.

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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