agricoltura

di Beppe Croce, Responsabile nazionale agricoltura di Legambiente

Quali politiche alimentari per il XXI secolo? È questo il tema strategico a cui rimanda lo slogan di Expo 2015, “nutrire il Pianeta”, intorno al quale già da tempo si sarebbero dovuti applicare il nostro governo e la politica a diversi livelli. Passi per le mazzette, la lievitazione dei costi, i padiglioni non finiti, le vie d’acqua irrealizzate. Ma non utilizzare l’occasione di Expo per confrontarsi su questo tema sarebbe il peggior crimine. La Carta di Milano, fortemente voluta e appena presentata dal ministro Maurizio Martina, rappresenta una risposta adeguata? Certo, una dichiarazione d’impegni è sempre utile, meglio ancora se diverrà un Protocollo di Kyoto del cibo, come ha promesso lo stesso responsabile delle Politiche agricole, ossia un atto che impone ai firmatari il rispetto di obiettivi quantificabili e scadenze temporali.

La cosa più importante però sarebbe sfruttare l’Expo non solo per dichiarazioni solenni e pantagrueliche kermesse alimentari. Servirebbe piuttosto un confronto con agricoltori, cittadini, scuole, imprese trasformatrici e distribuzione sul tema dell’alimentazione e del suo rapporto con la salute e con gli ecosistemi. Un confronto anche sui territori. Come ha fatto Legambiente col suo Treno Verde che in due mesi ha percorso l’intera penisola, da Caltanissetta a Milano, sostando in 13 regioni italiane e in 17 città e coinvolgendo migliaia di studenti, 130 “ambasciatori del territorio” e tantissimi cittadini e amministratori locali per parlare di agricoltura, cibo, orti urbani, diritto alla terra, semi liberi da brevetti, paesaggio e biodiversità. Perché chiedersi quanto cibo saremo in grado di produrre per il futuro del pianeta non ha senso se non ci s’interroga su “quale” cibo proponiamo per la salute delle persone e degli ecosistemi. Modi di fare agricoltura e diete alimentari sono aspetti inscindibili del problema, come ha evidenziato Timothy Lang, uno dei migliori esperti europei di politiche alimentari, alla conferenza di Legambiente del 10 aprile scorso sul cibo che ha concluso il viaggio del Treno Verde. E se il modo di fare agricoltura non cambia, se non diventa la “Nuova agricoltura” che decliniamo nel Manifesto presentato due anni fa da Legambiente, non c’è futuro.

Lo conferma un recentissimo studio della Fao, presentato da Nadia El-Hage Scialabba sempre alla nostra conferenza di Milano, che mette a confronto i potenziali impatti al 2050 di agricoltura biologica e agricoltura convenzionale (www.fao.org/nr/sustainability/ sustainability-and-livestock). Uno studio che ha coinvolto 229 paesi, 180 colture e 35 tipi di zootecnia. L’interrogativo di base era: sarebbe in grado l’agricoltura biologica di soddisfare la domanda di una popolazione di 9,7 miliardi con consumi di carne e latticini che cresceranno rispettivamente del 73% e del 54% rispetto a oggi? Ovviamente si assume che il bio consumi più suolo rispetto al convenzionale per fornire le stesse rese. Se nulla cambia quindi, potremmo al massimo convertire al bio il 20% dell’agricoltura mondiale. Allora, ci teniamo l’agricoltura convenzionale e il suo corredo di fertilizzanti e pesticidi? Impossibile, conclude lo studio della Fao. Gli attuali metodi provocherebbero un degrado accelerato di tutti i principali parametri ambientali da cui dipende la vita umana sul pianeta.

Logo dell'Expo 2015 agli ingressi dei padiglioni di FieraMilano Rho in occasione della Bit 2014  Logo Expo 2015 at the entrances of FieraMilano Rho at the Bit 2014

Piuttosto la conversione al bio sarebbe fattibile al 100% (all’80% considerando anche gli effetti del cambio di clima) se eliminassimo i concentrati zootecnici. Se passassimo cioè a pratiche di zootecnia più sostenibili, legate più ai pascoli (che rappresentano i due terzi delle terre agricole mondiali) e meno al mais e alla soia. Perché la causa principale degli attuali impatti negativi dell’agricoltura sull’ambiente è la zootecnia intensiva, bovina innanzitutto. Ma le diete sbagliate, tra cui il consumo eccessivo di carne, sono anche la principale fonte di malattie non infettive (alta pressione, disturbi cardiovascolari, respiratori, tumori…) come segnalava uno studio pubblicato su Lancet nel 2012. Ancora una volta la sostenibilità agricola ci rimanda alla salute alimentare. E noi saremmo il paese della dieta mediterranea, raccomandata dall’Oms, anche se ce la siamo scordata da un pezzo.

Agricoltore

Così per dare sostanza alle idee del nostro Manifesto, confortate da queste analisi autorevoli, in questo viaggio per l’Italia abbiamo costruito tappa dopo tappa due progetti specifici da portare a Milano: Ambasciatori del territorio e Conversione. Vogliamo e possiamo fare in modo che nei prossimi cinque anni le superfici a biologico italiane raddoppino, arrivando a liberare dai pesticidi il 20% dei suoli agricoli utilizzati. Non basta però la buona volontà per ottenere questo obiettivo. Occorre anche investire in ricerca, formazione e soprattutto assistenza tecnica. Molte imprese convenzionali sarebbero già disposte a passare al bio, visti anche i lusinghieri vantaggi economici, ma temono di fallire e perdere raccolti. Ci conforta che anche il viceministro dell’agricoltura Andrea Olivero abbia dichiarato recentemente (in un incontro con le organizzazioni) che il biologico è un’assoluta priorità. E per dimostrare che la “Nuova agricoltura” non è uno slogan, ma qualcosa già in marcia da tempo nel nostro paese, abbiamo raccolto via via lungo il percorso circa 130 Ambasciatori del Territorio. Chi sono? Singoli coltivatori, aziende agricole, cooperative che curano gli ecosistemi naturali e la qualità del cibo, rispettano le condizioni di lavoro e le leggi. E soprattutto sono “ambasciatori” perché rappresentano un modello di economia sostenibile per i loro territori, innovano nel rispetto della storia e della cultura dei luoghi, si fanno animatori della comunità locale.

Tramite loro vogliamo portare i territori dentro l’Expo non per amore della filiera corta, ma per ricordare all’Italia e al mondo che questo patrimonio di biodiversità naturale e culturale è la vera ricchezza su cui costruire il futuro del cibo e nuove relazioni di scambio tra i paesi.

Beppe Croce è Responsabile nazionale agricoltura di Legambiente
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