L’Economia del bene comune al Nesi Forum

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È uno degli speaker più attesi al Nesi forum di Malaga. Si tratta di Christian Felber fondatore del movimento internazionale per l’Economia del bene comune. Il suo discorso è nella mattina di venerdì, la giornata che poi si chiuderà con la “call to action” generale e con i prossimi appuntamenti. La Nuova Ecologia lo ha intervistato.

Nella proposta dell’”Economia del bene comune” il mercato tradizionale muore o si trasforma?
Il mercato è uno spazio per intavolare e coltivare relazioni economiche (nella sua concezione originaria serve a badare al benessere di chi abita “la casa”). Queste relazioni possono essere plasmate in base a valori capitalistici o umani, il mercato in sé non pregiudica alcun modello. A causa dello stretto vincolo tra capitalismo ed economia di mercato molte persone credono che possa esistere esclusivamente un modello capitalista. Non lo condivido. L’Economia del bene comune aspira a un’economia di mercato a) pienamente etica e collaborativa b) veramente liberale (perchè garantisce a tutti gli stessi diritti e le stesse opportunità) c) ridimensionata per lasciare maggior spazio a vincoli economici e non monetari: beni comuni, reti di cooperative di comunità, autonomia (autoproduzione) e cultura del dono.

Qual è la proposta pratica dell’Economia del bene comune?
Si tratta di un modello alternativo tanto al capitalismo quanto al comunismo. L’essenza consiste nell’inversione di fine e mezzo: il bene comune diventa il fine e denaro e capitale diventano il mezzo. Come conseguenza, il risultato economico già non si misura attraverso il Prodotto Interno Lordo, il bilancio finanziario e il reddito finanziario (parametri che misurano i mezzi), ma con il Prodotto del Bene Comune, il bilancio del Bene comune e l’esame del bene comune. Infine l’iniziativa e la creatività economica possono mettere a fuoco il fine – e non i mezzi in primo luogo. Grazie a questa inversione si promuovono valori fondamentali in economia: quanto più le imprese saranno collaborative, solidali, ecologiche e democratiche, tanto più raggiungeranno risultati maggiori.

Non si tratta di una proposta eccessivamente “umana”? Come si confronta con la finanza mondiale?
Al contrario! La finanza mondiale è eccessivamente inumana. Le regole del gioco dell’economia possono favorire comportamenti inumani – l’avidità, l’avarizia, la mancanza di considerazione, le sproporzioni… o i comportamenti umani e sociali: la cooperazione, l’empatia, la fiducia, la solidarietà e la generosità. L’economia del bene comune favorisce, attraverso incentivi legali le virtù, non i vizi. L’altra proposta riguarda la limitazione della concentrazione del potere e delle diseguaglianze.

 Quali sono gli indicatori economici e i parametri per valutare efficienza e sostenibilità?
L’esame del bene comune per gli investimenti (vedi “bontà etica”), il bilancio del bene comune per le imprese e il Prodotto del Bene Comune per le economie nazionali. Questi indicatori avranno effetti positivi o potranno migliorare se le attività economiche – individuali o collettive – non porteranno alla distruzione del pianeta e non toccheranno le generazioni future. Solo se si protegge la base naturale della vita, e quindi un’economia “della verità”, le attività economiche saranno realizzabili e redditizie. La protezione dell’ambiente sarà inerente tanto alla teoria economica quanto al calcolo dei costi e alla misurazione del successo.

È possibile un’economia senza banche e prodotti finanziari o servono altri tipi di banche?
In futuro esisteranno banche e borse del bene comune – entrambe imprese economiche senza fini di lucro. Utilizzeranno il denaro come un mezzo per promuovere il bene comune. Grazie a questo cambio di paradigma le risorse finanziare fluiranno dove devono fluire: per finanziare attività sociali ed ecologicamente sostenibili, giuste, solidali e democratiche. La condizione per richiedere un qualsiasi finanziamento sarà legata a un’approvazione riguardante il benessere comune generato dal progetto per il quale lo si chiede. Le banche e le borse (regionali) del bene comune fanno parte del paradigma “il denaro è un bene pubblico” che significa due cose: il denaro è un mezzo per raggiungere il bene comune e le regole del gioco del sistema monetario e finanziario assumono forme democratiche.

Competizione o cooperazione: la cooperazione è una via d’uscita alla crisi del sistema?
Se i multimilionari cooperassero in forma più solidale con la comunità che ha permesso loro di accumulare fortune, si potrebbe creare maggior bene pubblico e un numero più consistente di posti di lavoro concedendo, in più, l’accesso al benessere a persone che ne sono escluse. Se i “superconsumatori” di risorse naturali cooperassero con le generazioni future il nostro pianeta non verrebbe distrutto. Se le imprese collaborassero anziché massacrarsi, l’economia sarebbe non solo più efficiente ma persino umana. Secondo la neurobiologia e la psicologia sociale il cervello umano è portato alla cooperazione complessa e le relazioni floride sono la fonte maggiormente affidabile per raggiungere la felicità. Mentre la concorrenza aggredisce le buone relazioni, la cooperazione le nutre.

Sta nascendo un movimento intorno all’Economia del bene comune e già ha moltissima risonanza. Com’è nato tutto questo?
Il motivo originario, per quanto mi riguarda, è stata la necessità di comprendere, in profondità, il perché il sistema attuale sta causando tanti danni. Nella mia indagine capii che la differenza tra capitalismo ed economia è la confusione tra fine e mezzo. Il “riassetto” ha prodotto come risultato l’Economia del Bene Comune. Le imprese che cominciarono con me, invece, non accettavano che i comportamenti virtuosi venivano puniti dal mercato. Oggi sono 2.250 imprese, in quasi 50 paesi che appoggiano il modello, più di 400 hanno realizzato il bilancio del bene comune. Ogni giorno si sommano più imprese, università e municipi. A Valencia, il consigliere per l’economia ha emanato un ordine per promuovere le imprese sociali e l’economia del bene comune: un primo passo verso l’implementazione polita.

 

 

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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