L’arte per ricominciare

Foto di Lucia Paciaroni e Luca Marcantonelli

(dal numero di febbraio de La Nuova Ecologia)

Un patrimonio culturale e artistico immenso da salvare. Quello che il Guardian, commentando il crollo della basilica di Norcia, ha definito “appartenente all’umanità” e non solo al nostro paese. Dall’altra parte quella che dovrebbe essere una corsa contro il tempo per salvare ciò che resta. Ma molte opere sono ancora sotto le macerie o a rischio. Ad aggravare la situazione anche le nuove forti scosse di terremoto che a metà gennaio hanno portato al crollo del campanile-simbolo di Amatrice che riportiamo proprio nel momento di andare in stampa. E poi le condizioni climatiche di un durissimo inverno: la neve che blocca i soccorsi, la pioggia che distrugge le opere. E il tempo che scorre che è il più grande nemico, mentre la macchina organizzativa viene definita da più parti “lenta e burocratica”.

Troppa estesa l’area del cratere del sisma e qualcosa non ha funzionato e non sta funzionando in quest’emergenza così cruciale, dopo la salvaguardia delle persone: sui beni culturali, infatti, si gioca una partita davvero decisiva per la rinascita dell’Italia centrale colpita dal sisma. Siamo entrati dentro l’emergenza per capire che cosa sta realmente accadendo.

Se muore un museo

Secondo i dati del Mibact, dopo il 24 agosto le segnalazioni di danni ai beni culturali immobili erano state 2.400, dopo quella del 30 ottobre sono salite a 5.000. Di dati certi e unitari sui beni culturali salvati e ancora da salvare se ne hanno, in realtà, pochi. A fare un bilancio puntuale dei beni culturali mobili, quadri, sculture, tele, pale d’altare, messi in sicurezza è il gruppo di volontariato di Protezione civile Legambiente Marche: sono 1.500 le opere salvate, tra cui dipinti del Tiepolo e di Lorenzo Lotto, in 2.000 ore di lavoro fino alla metà di gennaio.

L’altro dato certo è del comitato italiano dell’Icom (International council of museum): “Al 26 novembre sono 33 i musei colpiti dal sisma: 2 i musei danneggiati nel Lazio, 11 in Umbria, addirittura 22 nelle Marche”. Quello dell’Icom è l’unico dossier fatto dopo il 30 ottobre. Purtroppo però il rapporto non riesce a fotografare lo scenario globale: in queste zone si concentra un patrimonio culturale e artistico che non è solo al chiuso nei musei ma diffuso nelle chiese, in palazzi storici pubblici e privati di alto valore artistico.

Questa è un’emergenza unica, sia perché il cratere è il più grande della nostra storia, coinvolge 128 comuni, sia perché c’è stata poca comunicazione tra i diversi soggetti, istituzionali e non, coinvolti. Ed intanto gli effetti negativi a cascata ricadono sul territorio: «Quando chiude un museo per crolli o perché inagibile non si chiude solo un museo – spiega accorata  Tiziana Maffei, presidente dell’Icom – s’interrompe l’attività di un’istituzione in cui la cultura può portare comprensione dei fenomeni, coesione sociale, senso di appartenenza. C’è il lavoro degli operatori culturali, delle cooperative: si subisce un danno enorme se si considerano le microeconomie del luogo perché si azzera anche l’indotto. E il contraccolpo lo hanno anche musei lontani dall’epicentro del sisma, com’è per i molti istituti marchigiani che hanno subito una flessione di visitatori, non per il pericolo reale ma per l’effetto-contagio. A Camerino l’inagibilità del complesso di San Domenico ha portato alla chiusura del museo universitario, di quello diocesano, del museo civico. Spariscono anche le molteplici  attività educative e di aggregazione che venivano organizzate al loro interno per la comunità. Se muore un museo, muore quindi anche la comunità che c’è intorno».

Bilanci in chiaroscuro

Sul patrimonio diffuso, quello fuori dai musei, la situazione è addirittura peggiore. Sotto la pioggia, ora la neve, il patrimonio in molti casi non è protetto e corre il rischio di danneggiarsi gravemente. In molti si chiedono se nonostante l’unicità degli eventi sismici del 2016 si sia fatto tesoro della grande esperienza del post sisma in Umbria e nelle Marche del 1997. Tutto il sistema di relazioni tra le istituzioni, le competenze acquisite, il rapporto tra Stato, Regioni, Comuni e le strutture tecniche sembrano scomparsi in meno di un decennio. Forse, semplicemente non ci sono più risorse. Nella gestione delle emergenze nel 2012 c’è stato un grande cambiamento ed è la riforma della Protezione civile. Fino ad allora i beni culturali venivano gestiti normalmente dal ministero dei Beni e attività culturali (Mibact) e in caso di calamità dalla Protezione civile. Un caso unico a livello mondiale: in caso di emergenza era a disposizione tantissimo volontariato formato e pronto all’emergenza. Oggi è il ministero stesso a disporre di uomini e mezzi per recuperare le opere e i beni culturali, attraverso l’unità di crisi nazionale e quelle regionali gestite dai segretariati generali. Come quello per le Marche diretto dalla dottoressa Giorgia Muratori con cui abbiamo cercato inutilmente di parlare. La burocrazia e la lentezza sembrano purtroppo le compagne deleterie di questa emergenza. È molto arrabbiato Luca Maria Cristini, direttore dell’Ufficio diocesano per i beni culturali ecclesiastici dell’arcidiocesi di Camerino e San Severino. Fino al momento dell’intervista nella sua diocesi, che ha ben 31 comuni all’interno del cratere, ci sono 330 chiese con segnalazioni di danno su 486 totali. «Che cosa non ha funzionato in quest’emergenza? L’elenco di cause purtroppo è lungo. Tra la vastità del patrimonio, il maltempo e la mancanza di persone sul posto, poiché sono stati tutti convogliati al mare e ci mancano quindi i riferimenti sul territorio. E poi ancora: la burocratizzazione e la lentezza nella procedura di segnalazione dei danni. In più il ministero è senza risorse e ha fatto l’errore tragico di concentrare tutto sulle unità di crisi regionali, che sono quattro, una per regione: ad Ancona, Perugia, Pescara e Roma. Prima della riforma del 2012 – ricorda Cristini – era la Protezione civile a guidare il tutto, per cui a L’Aquila, dopo il sisma, nella Dicomac (Direzione di comando e controllo)  si riunivano tutte le funzioni coinvolte, dai vigili del fuoco fino ai volontari, c’era una vera conferenza dei servizi». Il problema per Cristini è di tipo metodologico e organizzativo. «Al ministero ci sono dei bravissimi tecnici, esperti di un’eccellenza rara, ma non hanno la cultura dell’emergenza e lavorano come se qui ci fosse uno stato di normalità. Ci chiedono di mandare una scheda farraginosa, con informazioni dagli estremi catastali fino alle spese, mentre un campanile sta crollando. Noi ci siamo ritrovati ad avere cento schede da compilare in un giorno». Una lentezza che, secondo Cristini, è costata perdite gravi. Come il polittico di Nocria a Castelsantangelo sul Nera che è finito sotto le macerie. O come, sempre a Castelsantangelo, la chiesa di Santo Stefano o il campanile crollato di Santa Maria in Via a Camerino. «Capisco che nel primo terremoto la focalizzazione dell’emergenza fosse altrove ma dal 30 ottobre nella nostra diocesi delle Marche non c’è stato ancora alcun sopralluogo. Poi siamo in emergenza e al ministero vanno in ferie un mese per il Natale. Le vere colonne portanti di questa emergenza sono stati i carabinieri e i vigili del fuoco, insieme naturalmente al volontariato».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Alma Monelli dell’Ufficio beni culturali dell’arcidiocesi di Fermo: hanno 207 edifici chiusi come beni culturali immobili e stanno trasferendo i beni mobili in depositi di loro proprietà, sul territorio: «Al ministero ci sono persone qualificate ma è la macchina organizzativa a non funzionare – ribadisce anche lei – nonostante le alte professionalità. Con il sisma del 1997 non c’era il segretariato a gestire tutto ma la Regione Marche era insieme alle istituzioni, alla Protezione civile e agli enti proprietari per sapere dove localizzare i beni culturali ad esempio. E poi dal 24 agosto al 30 ottobre c’è stata troppa lentezza».

Critiche che non sono condivise da Michele Picciolo, incaricato per i Beni culturali ecclesiastici della diocesi di Ascoli Piceno: «Non si poteva prevedere la scossa del 30 ottobre, adesso è facile dire che c’è stata lentezza, la verità è che il sisma ha colpito un’area enorme e le risorse umane e di mezzi sono esigue. Eppure ogni giorno abbiamo opere recuperate grazie al lavoro delle squadre dei carabinieri e dei vigili del fuoco, che davvero non possono fare di più. Attivi e bravissimi anche i volontari di Protezione civile Legambiente Marche che hanno messo in sicurezza tantissime opere, lavorando senza risparmiarsi mai». Sono circa 3-400 le opere recuperate nella diocesi di Ascoli tra sculture, pitture, altari. Ma nel momento in cui stiamo scrivendo molte opere sono ancora sotto le macerie. Nel centro di Arquata del Tronto, ad esempio, come ci conferma lo stesso Picciolo.

La battaglia dei sindaci

Alcuni segnali positivi ci sono. A gennaio Legambiente e l’Arma dei carabinieri hanno firmato un protocollo d’intesa per la tutela dell’ambiente ma non solo. Uno dei cinque punti della collaborazione prevede “sinergie a salvaguardia del patrimonio culturale in caso di eventi calamitosi”. «Un’ottima notizia – commenta Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche – che nella nostra regione trova già una bella e proficua collaborazione, grazie al lavoro che abbiamo fatto in supporto delle autorità nel recupero dei beni culturali. Potremmo certo fare molto di più: siamo un esercito pacifico di 300 persone qualificate, sempre a disposizione. È davvero un peccato non sfruttarci al massimo».

L’altro segnale positivo è arrivato dal governo: la richiesta dei sindaci marchigiani di non delocalizzare le opere è stata accolta dal commissario straordinario Vasco Errani. Finora il grande spauracchio è stato il trasferimento delle opere danneggiate alla Mole di Ancona. Franco Capponi, sindaco di Treia, afferma con orgoglio che in queste zone «a Pasqua risorgerà anche l’arte». Cita quello che è stato lo slogan di un convegno organizzato nella sua città da Fondazione Symbola e Legambiente, e che è diventato una promessa e un patto tra sindaci. A Treia, ad esempio, la metà dei musei è inagibile ma l’obiettivo è quello di avere per Pasqua le opere accessibili, rendendo disponibile uno spazio in cui creare laboratori di restauro aperti al pubblico. Così sarà anche in altre città. «La ricostruzione ha un tempo lungo ma bisogna raggiungere delle tappe brevi e per questo abbiamo proposto che a Pasqua, prima festa importante e simbolica, i territori siano finalmente riaperti – commenta Fabio Renzi della Fondazione Symbola – Il patrimonio culturale è non solo leva identitaria per i residenti ma una forte attrattiva per i visitatori».

Ad Amandola la battaglia era cominciata già dal 24 agosto ed è proseguita anche dopo la scossa del 30 ottobre. «Già da metà settembre – racconta il sindaco Adolfo Marinangeli – la sovrintendenza ha cercato di portare via le opere d’arte ad Ancona ma noi ci siamo opposti. Abbiamo dipinti del Trecento e del Quattrocento che fanno corpo comune con la nostra comunità: sarebbe stato sbagliato strapparli da qui. Verranno ospitati nella Collegiata: lì faremo un deposito e una sala destinata al restauro “a porte aperte”». Il sindaco ha firmato una convenzione con l’università di Urbino per il restauro e con quella di Camerino per la parte chimico-scientifica, legata ai pigmenti da usare. I cittadini potranno così vedere le opere e i restauratori a lavoro: ragazzi laureati che saranno lì per uno stage di settimane o mesi, attirando anche il turismo. Si terranno anche degli incontri periodici con la città, non solo per parlare del valore artistico delle opere ma anche del lavoro di restauro.

Un’operazione culturale a 360 gradi. «Si poteva fare di più e molto più velocemente per i nostri borghi – riprende Marinangeli – Noi abbiamo tentato di alzare il livello della discussione perché siamo quasi a cinque mesi dal 24 agosto. Finalmente però c’è stato un confronto con i sindaci». Già da alcune settimane il Comune di Amandola ha attivato un sito, www.amandola.eu, dedicata all’iniziativa “art bonus”, che servirà per veicolare le donazioni per il restauro di alcune importanti opere d’arte e per seguire l’iter virtuale del restauro dell’opera. L’art bonus è il credito d’imposta destinato a tutti coloro che fanno donazioni a sostegno della cultura: consente di portare in detrazione dalle tasse,  in tre anni, il 65% dell’importo donato alla ricostruzione e ai restauri. È uno degli strumenti suggeriti e messi in campo nel MaMa, il Manifesto della marca maceratese. Un appello cui hanno aderito 57 Comuni: primo firmatario è stato Romano Carancini, sindaco di Macerata. «Abbiamo cercato di dare una visione diversa, evitando l’allontanamento ad Ancona. Crediamo che si possa reagire al terremoto creando occasioni per valorizzare tutto il sistema culturale e continuare ad attirare le persone. Tutto questo anche attraverso la promozione del territorio e un marketing mirato». Anche a Matelica, uno dei luoghi più colpiti dal sisma, il sindaco Alessandro Del Priori ha individuato l’area per il museo aperto: «Uno spazio di 2.600 metri quadrati nel centro storico, antisismico e con la videosorveglianza». La reazione dei sindaci non finisce qui. A Osimo, in provincia di Ancona, il sindaco Simone Pugnaloni ha aperto le porte del suo museo civico alle opere dei comuni della rete museale dei Sibillini colpiti dal sisma: ha anticipato la chiusura della mostra di Sgarbi “Le stanze segrete” a Palazzo Campana per permettere l’allestimento di una sorta di “museo d’adozione”. Dal 19 febbraio sarà aperto con cento opere dei musei sibillini. Un’altra buona notizia.

E i soldi?

Mentre proseguono le raccolte fondi delle associazioni e della società civile, come “La rinascita ha il cuore giovane” o l’iniziativa dell’Icom “Adotta un museo”, ancora non si sa quali saranno realmente i finanziamenti destinati al recupero dei beni culturali. Oltre allo strumento dell’art bonus è stata accolta con favore dal ministro Franceschini l’idea di Realacci, deputato Pd e presidente della commissione Ambiente della Camera, di utilizzare per almeno 10 anni, proprio per i beni culturali colpiti dal terremoto, una quota dell’8×1000 destinata allo Stato. «Si tratterebbe di circa 150-200 milioni annui che garantirebbero un flusso di finanziamenti costante nel tempo per le attività di restauro e ripristino – spiega Realacci – Il ministro dei Beni e delle attività culturali si è dichiarato favorevole e si è impegnato a verificare se esistono gli strumenti per attuarla». Si tratta, secondo Realacci, di una sorta di “uovo di Colombo” per un’emergenza di questo tipo. «Questa finalità per i fondi dell’8×1000 dello Stato è già prevista dalla legge e viene incontro anche ad alcuni rilievi avanzati dalla Corte dei Conti sull’impiego di queste somme, il cui utilizzo è da sempre poco trasparente – conclude – È una scelta concretizzabile in tempi brevi e che darebbe un segnale forte per il futuro delle collettività che stanno vivendo il dramma del terremoto». La velocità, anche su questo aspetto, è un fattore decisivo.n

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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