Clima, il rush finale della Cop22

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DA MARRAKECH. Qui a Marrakech siamo oggi al rush finale dei negoziati. Un primo, non scontato, risultato è stato raggiunto. L’impatto – potenzialmente disastroso per il futuro l’Accordo di Parigi appena ratificato – delle elezioni presidenziali americane è stato neutralizzato. Nella Marrakech Action Proclamation (MAP), ossia la dichiarazione politica di tutti i governi che partecipano alla COP22, si afferma senza ambiguità che la direzione di marcia nella lotta ai cambiamenti climatici avviata a Parigi è irreversibile.

Ma non basta a sbloccare i negoziati, incagliati ancora sugli aiuti finanziari ai paesi più poveri per sostenere la loro azione climatica e sul programma di lavoro dei prossimi due anni, che deve portare alla COP24 dove si deve avviare la revisione degli impegni inadeguati assunti lo scorso dicembre a Parigi.

Questioni strettamente intrecciate. Senza un accordo sugli aiuti – in particolare per l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso che stanno colpendo duramente soprattutto molti paesi poveri – non sarà possibile concordare nel 2018 una revisione degli attuali impegni di riduzione delle emissioni da parte di tutti i paesi in coerenza con l’obiettivo ambizioso di 1.5°C dell’Accordo di Parigi.

Non a caso, proprio oggi qui a Marrakech, il Climate vulnerable forum (CVF), che raccoglie tutti i paesi poveri più esposti ai cambiamenti climatici in corso, si è formalmente impegnato – a condizione di un adeguato sostegno finanziario – a rivedere entro il 2020 gli attuali impegni di riduzione delle emissioni attraverso una strategia di lungo termine con l’obiettivo di raggiungere il 100% di rinnovabili tra il 2030 e il 2050.

Un impegno forte ed ambizioso, che richiede una risposta altrettanto forte dai paesi industrializzati e emergenti. In particolare per quanto riguarda l’istituzione di un Fondo per l’Adattamento all’interno dell’Accordo di Parigi e di un impegno di risorse adeguate per l’adattamento, in modo da giungere ad almeno 40 miliardi di dollari l’anno entro il 2020. Non è accettabile, infatti, che attualmente i paesi del G7 più l’Australia, come sottolineano in queste ore i negoziatori dei paesi poveri, destinino appena 3.4 miliardi di dollari l’anno per l’adattamento contro i 67 miliardi annui destinati a sussidiare le fonti fossili.

Serve una rapida svolta. A partire dalle prossime ore qui a Marrakech.

 

 

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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