Tetto fotovoltaico

Energia, la rivoluzione nelle nostre mani

C’era un tempo in cui le rinnovabili erano desiderabili e affascinanti come un futuro lontano. In quel periodo il consenso era così ampio che persino i grandi gruppi energetici ne parlavano bene. Poi, all’inizio del nuovo secolo, la situazione è cominciata a cambiare. La svolta è avvenuta quando la diffusione delle fonti rinnovabili ha marciato a ritmi tali da arrivare a ridefinire il sistema energetico con risultati, ad esempio in Spagna e in Italia, di produzione da energie pulite che superavano il 40% dei consumi elettrici. A quel punto è stato chiaro che era cominciata la guerra contro un sogno che stava diventando realtà. Nel mondo dell’energia oggi si guarda a questi due paesi europei come emblematici di uno scontro epico in corso sul futuro energetico che parla a tutto il pianeta.

La rivoluzione costruita in questi anni attraverso uno sviluppo spinto da incentivi ha prodotto dei risultati, in termini di produzione e miglioramento dell’efficienza, riduzione dei costi degli impianti, tali da mettere in crisi la sopravvivenza degli attori “storici” del sistema energetico. La reazione a questi cambiamenti è stata violentissima, sia nella penisola iberica che in quella italiana, con lo stop a qualsiasi incentivo al solare e tagli retroattivi per gli impianti in funzione. Non solo, in entrambi i paesi sono stati approvati negli ultimi mesi provvedimenti che penalizzano e tassano persino l’autoproduzione da rinnovabili (ossia quella prodotta da un impianto e direttamente consumata, senza passare per la rete), vietando produzione e distribuzione locale. Il governo Rajoy in Spagna ha approvato una legge, ribattezza la “impuesta al sol”, che tassa pesantemente persino le famiglie che utilizzano il solare per i propri impianti. In Italia si è deciso, con altrettanta lungimiranza, di introdurre una tassazione sull’autoproduzione che riguarderà tutti i nuovi impianti, “salvando” così tutti quelli esistenti in stabilimenti, raffinerie e altri impianti che utilizzano fonti fossili con reti private. L’obiettivo è analogo in entrambi gli Stati: fermare le rinnovabili e una prospettiva oggi competitiva, anche senza incentivi, e che rischia di creare altri problemi ai grandi gruppi energetici.

Queste vicende ci riguardano da vicino perché raccontano come questa rivoluzione sia arrivata a un punto cruciale, nel quale l’attuale modello energetico può davvero virare verso un modello distribuito e integrato nei territori. Oggi è possibile continuare nello sviluppo delle fonti rinnovabili, valorizzando appieno i vantaggi che questi impianti possono portare al sistema energetico e integrarli con moderne smart grid e sistemi di accumulo. Ma questa sfida è diversa dal passato perché passa per il superamento di tasse o divieti che oggi bloccano la possibilità di autoprodurre l’energia elettrica e termica di cui si ha bisogno, o per la spinta a progetti che permettono a famiglie, condomini, imprese e comuni di condividere l’energia e ridurre così gli approvvigionamenti dalla rete o, addirittura, diventare indipendenti.

L’esempio più efficace sono i comuni altoatesini già al 100% rinnovabili – da Prato allo Stelvio a Campo Tures – che gestiscono le reti elettriche e termiche, con cooperative di distribuzione, a prezzi molto più bassi del resto d’Italia. Perché nelle altre regioni queste innovazioni non vanno avanti? Semplice, sono vietate per legge. In quei comuni si sta utilizzando una normativa dei primi del ‘900 creata per le cooperative che distribuivano energia prodotta da impianti idroelettici. Può sembrare incredibile, ma nel resto d’Italia è vietato perfino installare un impianto solare in un condominio e distribuire l’energia elettrica a chi vive sotto. Come è vietato in un distretto produttivo condividere l’energia elettrica prodotta da rinnovabili fra aziende che sono vicine. Non solo, questa prospettiva è fieramente avversata dall’Autorità per l’energia elettrica e dal ministero dello Sviluppo economico, con la tesi che se andasse avanti si metterebbe in crisi il sistema, determinando problemi di sicurezza per la rete e di riduzione degli oneri di sistema pagati attraverso le bollette, perché si ridurrebbe il numero dei soggetti allacciati alla rete.

È del tutto evidente che sono scuse, perché non esiste alcun problema di sicurezza e la questione degli oneri è facilmente risolvibile in una prospettiva di crescita della mobilità elettrica e di innovazione in edilizia che sposta i consumi dal gas alle rinnovabili elettriche. Quello che si vuole impedire è che questa prospettiva vada avanti, ma non è con tasse, divieti o coi carri armati che si può fermare un cambiamento che sta diventando realtà in tutto il mondo grazie all’innovazione e alla riduzione dei costi dei pannelli fotovoltaici e che è nell’interesse di famiglie e imprese. Altrimenti la conseguenza sarà che sempre più utenze sceglieranno di staccarsi dalla rete, diventando autonome con impianti da rinnovabili e batterie, come si sta profilando in California attraverso le soluzioni a basso prezzo proposte dalla Tesla per le auto elettriche e l’accumulo.

I vantaggi? Ridurre i 51 miliardi di bolletta energetica italiana, spesi per importare fonti fossili, aiutando famiglie e imprese a risparmiare e a prodursi da soli l’elettricità e il calore di cui hanno bisogno, riducendo inquinamento ed emissioni di gas serra. Inoltre in questa prospettiva si crea più lavoro, perché in un modello distribuito si sposta il baricentro verso gestione e manutenzione con vantaggi per i territori. Si muovono investimenti in ricerca e in innovazione. Sono queste alternative visioni del futuro al centro del referendum che si svolgerà il 17 aprile: da una parte le trivelle e le fonti fossili, dall’altra l’innovazione che ruota intorno a un modello energetico pulito. L’autoproduzione è la leva che può permettere di spingere questa seconda prospettiva. Per questo abbiamo lanciato un manifesto dell’autoproduzione da fonti rinnovabili, sottoscritto da centinaia di sindaci (il riferimento è www.comunirinnovabili.it), e organizzato un’iniziativa pubblica a Roma il 14 aprile nella quale lanceremo un’alleanza di sindaci, associazioni e imprese che condivide questa idea di futuro. L’obiettivo è individuare e superare le barriere all’autoproduzione e alla condivisione locale.

Noi pensiamo che questo tipo di interventi, proprio perché distribuiscono energia pulita, debbano essere aiutati nell’accesso alla rete elettrica (che è pubblica) invece che penalizzati. In altri paesi europei – Germania, Danimarca, Belgio, Regno Unito – vengono riconosciuti i vantaggi che queste innovazioni garantiscono in termini ambientali, economici, sociali e per questo sono supportati con provvedimenti, incentivi, finanziamenti. Dobbiamo far conoscere questa rivoluzione dal basso e far crescere un’alleanza capace di guardare al futuro del pianeta e dell’energia. Perché è proprio il modello distribuito e pulito la risposta alle due grandi sfide che abbiamo davanti: fermare i cambiamenti climatici e dare una speranza ai popoli più poveri della Terra.

Vicepresidente nazionale di Legambiente e responsabile dei settori energia e trasporti. Architetto, dottore di ricerca in pianificazione territoriale e urbana presso l'Università di Roma La Sapienza. È anche ricercatore dell'Università di Pescara. E' autore di diverse pubblicazioni in materia di energia, trasporti, territorio.
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