La Mezzaluna non è più fertile

di Davide Tocchetto

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’incontro con le Marshland è unico e reale. Le conosci fin dai banchi di scuola sotto il nome di “Mesopotamia” o di “Giardino dell’Eden”, come quella parte a sud che completa la Mezzaluna fertile. Fanno parte delle pagine di storia in cui ti spiegano che lì si è sviluppata la civiltà, il pane, la birra, le leggi e la scrittura. Finché un giorno, dopo due ore di viaggio in un taxi sgangherato su strade in continuo rifacimento, dopo aver superato almeno cinque checkpoint militari, appare questa immensa pianura che si sviluppa a perdita d’occhio. Ecco le paludi della Mesopotamia come sono adesso: una ricca vegetazione di typha e phragmites in aree molto vaste, separate da canali e da ampi specchi d’acqua. Si scorgono numerose barche dalla tipica forma affusolata che si muovono velocemente verso nord, lungo le piste d’acqua ricavate tra il verde. Nei canali più larghi, che fungono da porto, si accumulano le imbarcazioni in sosta e le immancabili immondizie incastrate tra le piante.

Lì in mezzo, da qualche parte, assiri, sumeri, accadi, babilonesi hanno pescato, allevato bufali, conquistato terre e costruito case di cannuccia di palude. Hanno vissuto in bilico fra terra, acqua, flora e fauna. Elementi in un equilibro che ormai, dopo una lunga dittatura, due guerre e i recenti fatti legati allo Stato islamico, è minacciato di continuo. Se è un bene che gli equilibri si modifichino perché la natura non è mai immobile, è pur vero che oggi questi cambiamenti sono dovuti prevelantemente a questioni politiche extraterritoriali, che stanno portando a un abbassamento del livello delle acque e a un conseguente aumento della salinità, tale da raggiungere livelli decisamente tossici per le piante e per i pesci. Da una parte la Turchia trattiene molta acqua dal Tigri e dall’Eufrate per esigenze energetiche e agricole, dall’altra famiglie e interi villaggi sono costretti a spostarsi dai luoghi usuali di permanenza. L’assenza di acqua, infatti, non permette loro di pescare e di allevare i bufali adattati all’ambiente paludoso.

Così la strada che divide le Central Marshes dal fiume Eufrate, che abbiamo appena percorso, non è più una semplice separazione idraulica fra due diverse aree delle paludi. Lungo di essa si sono formati nuovi insediamenti urbani abitati da chi, fino a qualche anno fa, viveva nelle zone più interne delle paludi. La strada ha anche una funzione di scambio: qui le donne accumulano masse di canne verdi da vendere mentre i pescatori caricano casse di pesce nei loro furgoncini pronti per partire verso i mercati di Bassora o Nassiria.

Visitando aree più interne o parlando con chi ci vive sembra che il 2015 sia stato l’inizio di una nuova fine. Ampie aree sono desolatamente secche, la vegetazione è morta, il terreno argilloso contribuisce ad appesantire l’aria con le polveri sottili. I bufali d’acqua arrancano su terreni arsi, i pesci si accumulano morti in ampie pozzanghere per loro troppo salate. Alcuni laghi stagionali sono secchi dallo scorso anno e le normali vie d’acqua devono essere sostituite da nuovi tracciati. Chi non si adatta a questa ciclica realtà rischia di perdere tutto, come e già successo in passato. Le richieste locali di acqua per l’agricoltura avevano guidato maestosi progetti irrigui già negli anni Settanta. Saddam Hussein nel 1991 volle mettere in ginocchio i Ma’dan, gli arabi delle paludi, e iniziò il prosciugamento di ampie zone deviando il corso del Tigri e dell’Eufrate. Le considerava un nascondiglio per nemici, per schiavi rifugiati. E considerava i loro abitanti storici un popolo da sopprimere. Poi la seconda guerra del Golfo ha visto le truppe americane attraversarle da sud verso nord, molti manufatti e sbarramenti sono stati smantellati e l’acqua ha ripreso lentamente a defluire nelle zone precedentemente prosciugate. Di acqua nelle paludi, in situazioni normali, ce n’è. Non sono certo i cambiamenti climatici – almeno qui, almeno oggi – a limitarne la disponibilità.

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
Ultimi articoli di

Un pensiero su “La Mezzaluna non è più fertile”

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *