L come Leave

Brexit

E adesso? Spetta anche agli ambientalisti interrogarsi sul futuro dell’Ue dopo la vittoria a sorpresa (ma neanche tanto) del Leave in Gran Bretagna. Se non altre perché larga parte delle politiche ambientali deriva proprio da quarant’anni di esperienza comunitaria autorevole, da quel richiamo verso la tutela dei principi di base della convivenza, dai diritti dell’uomo alla protezione della biodiversità, che ha fatto da baluardo a molti appetiti e sregolatezze locali. Pensate alla minaccia (nel caso dell’Italia assai concreta) delle infrazioni comunitarie riguardanti il più delle volte la gestione dei rifiuti o l’inquinamento atmosferico, al programma Life per la tutela degli habitat, al principio di precauzione, concetto eminentemente europeo, che ci salvaguarda dalla proliferazione degli ogm. O ancora alle direttive sul recupero di materia e l’economia circolare, verso la quale peraltro la Commissione ambiente del Senato si è spesa pochi giorni fa con voto unanime perché durante la discussione in corso a Bruxelles si guardi verso gli obiettivi più ambiziosi. Tanti punti di riferimento in grado di gettare indirizzi e visioni che dall’interno di un singolo paese si fatica a cogliere. 

L’Ue c’era andata vicino, qualche anno fa, a  svolgere una funzione di leadership globale sulla questione climatica. Ricordiamo nel 2009 il pacchetto clima-energia, fortemente sostenuto dalla Merkel, che interpretava in maniera, almeno per quel periodo, avanzata i processi per l’efficienza e l’abbattimento delle emissioni. Era un ponte dopo Kyoto, che aveva fatto immaginare al sociologo tedesco Ulrich Beck proprio intorno a questa sfida il principio d’identificazione del Vecchio Continente. Poi quella spinta si era esaurita, un po’ a causa della crisi, un po’ per l’allargamento verso paesi poco inclini all’innovazione. Oggi questi richiami rischiano d’indebolirsi ancora di più, di soccombere sotto la spinta populista dell’ognun per sé che sa tanto di depredazione delle risorse disponibili, di riduzione dello sguardo non soltanto in termini geografici e geopolitici ma anche storici, in avanti, verso le generazioni future, che poi rappresenta il principio della sostenibilità.

Sarà difficile ricucire il tessuto e ripristinare un profilo di credibilità e robustezza per questa scommessa sovranazionale che è stata garanzia di pace sul Continente come mai prima era avvenuto nella storia e che si misura adesso, in forma spesso contraddittoria, con il dramma delle migrazioni. Se c’è una via forse questa passa proprio per il ripristino di una strategia forte in campo ambientale, nel ritrovare proprio su questo terreno la spinta collegiale dell’Unione e anche un’utilità percepibile per le popolazioni che la compongono. Serve una risposta elevata al messaggio particolarista che arriva oggi dalla Gran Bretagna e mai come adesso occorre mettere al centro del progetto europeo gli obiettivi della low carbon society.

Marco Fratoddi ha diretto La Nuova Ecologia dall'aprile 2005 all'ottobre 2016. Contatti: marco.fratoddi@tiscali.it, 3357417705
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