Ispra: “Aumentano i pesticidi nelle acque”

pesticidi

La presenza di pesticidi nelle acque in Italia? Diversamente sottovalutata dalle Regioni, come emerge dal Rapporto nazionale pesticidi 2013-2014 presentato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Il rapporto contiene i risultati dei monitoraggi effettuati dalle Regioni sulle acque interne superficiali e sotterranee per rilevare eventuali effetti – non previsti nella fase di autorizzazione e non adeguatamente controllati nella fase di utilizzo – derivanti dall’uso dei pesticidi. Va rammentato che questi si distinguono in prodotti fitosanitari utilizzati per la protezione delle piante e per la conservazione dei prodotti vegetali (130mila ton/anno in Italia contenenti 400 sostanze diverse), e in biocidi, ossia, disinfettanti, preservanti, pesticidi per uso non agricolo, per i quali non si hanno informazioni sulle quantità utilizzate e sugli scenari d’uso e sulla distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio. Spesso i due tipi di prodotti utilizzano gli stessi principi attivi. Al momento, non si ha ancora una adeguata conoscenza degli effetti delle singole sostanze e ancor più delle loro miscele, circostanza questa che si riflette sulla normativa vigente.

Dall’indagine Ispra emergono forti differenze da una Regione all’altra, sia per punti di prelievo che per campioni esaminati, tanto per frequenza dei prelievi che per numero di sostanze ricercate. Per queste ultime, ad esempio, si va dalle 167 della provincia di Bolzano alle 3 della Regione Puglia; la media nazionale è 73 sostanze nelle acque superficiali e 72 in quelle sotterranee. Mentre per i punti di monitoraggio nelle acque di superficie ogni 1.000 kmq si va dagli 0,3 del Lazio a 11,5 nella provincia di Trento e per le acque profonde da 1,2 del Lazio a 38,6 della Liguria. Quanto alle frequenze dei campionamenti, nessuna regione è in regola. «Alle Regioni chiediamo di adottare al più presto misure specifiche per la riduzione di presenza nell’ambiente di pesticidi pericolosi per l’ambiente acquatico, nonché di attivare gli osservatori fitosanitari regionali affinché diano assistenza e informazione alle aziende agricole – commenta Daniela Sciarra, Responsabile filiere e politiche alimentari di Legambiente, che aggiunge – quanto al glifosato, come Coalizione italiana Stop glifosato, di cui fa parte anche Legambiente, dopo che lo Iarc (International agency for research on cancer), l’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Oms ne ha denunciato la cancerogenicità abbiamo chiesto ormai da tempo lo stop definitivo al suo utilizzo e l’applicazione del principio di precauzione in difesa della salute pubblica».

Comunque, quasi tutte le Regioni effettuano analisi al di sotto degli standard di legge tanto da rendere, il più delle volte, impossibile un giudizio complessivo. È il caso di Campania (che per di più presenta solo i dati del 2013), Basilicata, Liguria, Puglia, Sardegna, Marche e Friuli-Venezia-Giulia. Ma non va meglio nella verde Umbria, dove c’è un monitoraggio ottimo per le acque sotterranee, insufficiente per le superficiali e si rilevano pesticidi nel 95,0% dei punti e nel 37,6% dei campioni investigati. Così pure nel Lazio, dove non vengono monitorati neppure “i principali corpi idrici di superficie e la densità dei punti della rete sotterranea è tra le più basse” eppure, nelle acque superficiali ci sono residui nell’80,0% dei punti e nel 40,4% dei campioni. E se questi monitoraggi sono da insufficienza, appena un po’ meglio va quello dell’Abruzzo che, in media, fa più campionamenti, mentre non sono pervenute informazioni dal Molise e dalla Calabria. In generale, al centro sud “la copertura territoriale è limitata, o del tutto assente, specialmente per le acque sotterranee, così come è limitato il numero delle sostanze cercate.

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Un comune denominatore è la mancata ricerca del glifosato, una delle sostanze maggiormente usate a livello nazionale e che risulta essere, anche sulla base di dati internazionali, tra i principali contaminanti delle acque. Esso si lega fortemente al suolo dove subisce una degradazione microbica producendo il suo principale metabolita Ampa (acido aminometilfosfonico), due sostanze che restano a lungo nell’ambiente e nell’organismo umano. Ebbene, il glifosato viene monitorato nella sola Lombardia e, dal 2014 in pochi punti dalla Toscana, dove è stato trovato nel 91% delle acque superficiali esaminate. Ma c’è di più, ovunque non si tiene adeguatamente conto di almeno 100 sostanze immesse in commercio in tempi recenti, di cui 32 classificate come pericolose dalla normativa europea, neppure quando la pericolosità è riconosciuta. Totalmente ignorati, poi, gli effetti delle miscele di sostanze. Eppure, è noto che la tossicità di una miscela è sempre più alta di quella del suo componente maggiormente tossico. Ad oggi, la valutazione condotta al momento dell’autorizzazione dei pesticidi non tiene sufficientemente conto dei rischi derivanti dalla poliesposizione, eppure, nei campioni analizzati vi sono, in media, 4,1 sostanze contemporaneamente e si arriva a punte di 48. Miscele di pesticidi a cui siamo tutti esposti attraverso la catena alimentare.

Persino in Piemonte, dove viene condotto uno dei migliori monitoraggi, “l’elenco delle sostanze cercate è basato sui dati di vendita dei prodotti fitosanitari nella Regione, elaborati in base ai criteri di priorità definiti dal Gruppo di Lavoro Arpa/Appa “Fitofarmaci” ma non comprende le sostanze immesse sul mercato negli ultimi anni”. Nello specifico sono assenti glifosato, Ampa e imidacloprid, che sono tra i principali responsabili della non conformità nelle acque. Una situazione analoga a quella della provincia di Ragusa, dove pure si fa uno dei monitoraggi più capillari e si sono cercate ben 129 sostanze. Stessa situazione in Emilia Romagna, dove pure il numero delle sostanze cercate è superiore alla media nazionale. In taluni casi, come in Sardegna, si rinvengono vecchie conoscenze come il Ddt, oppure, nell’area padano-veneta, dove dal 2003 continua ad esserci una forte presenza dei sostanze erbicide (atrazina, in testa) usate soprattutto nella coltura del mais, come triazine e metolaclor. Aumentano funghicidi e insetticidi. Solo in Val d’Aosta “non risultano evidenze di contaminazione”.

Dunque, in media nelle acque superficiali sono stati trovati pesticidi nel 63,9% dei punti di monitoraggio controllati (nel 2012 la percentuale era 56,9). Nelle acque sotterranee sono risultati contaminati da pesticidi il 31,7% dei punti (31% nel 2012) quasi sempre con limiti che superano quelli consentiti per l’acqua potabile. Ma in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna è contaminato oltre il 70% dei punti esaminati delle acque superficiali, in Toscana il 91%. La maglia nera va all’Umbria, con il 95%. Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia 55,4% punti, in Friuli 68,6%, in Sicilia 76%.

Sono state trovate 224 sostanze diverse, un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012). Nelle acque superficiali, la percentuale di punti contaminati è aumentata di circa il 20%, in quelle sotterranee di circa il 10% a causa della presenza di sostanze non revocate dalla normativa in primis glifosato, Ampa e atrazina funghicidi (+72%) e insetticidi (+53%) soprattutto in Veneto, Campania, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia: sostanze talvolta vietate da anni, ma che restando a lungo nell’ecosistema producono tutta una serie di effetti neurotossici, cancerogeni e mutageni e sono tra i massimi responsabili della perdita di biodiversità. Insomma, l’inquinamento da pesticidi non solo è in peggioramento, nonostante dieci anni di monitoraggio, ma è anche un fenomeno in gran parte sconosciuto, a causa della incompleta copertura dei monitoraggi.

 

 

Laureata in scienze politiche indirizzo economico, ha lavorato all'Istat, giornalista pubblicista nel 2004 è stata tra i fondatori del settimanale online "Il foglietto della ricerca", ha ricoperto incarichi istituzionali nei quali occupata di cultura, lavoro, scuola, ambiente, politiche sociali
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