Ipotesi vivente

James LovelockLa nostra esistenza è la prova sufficiente della nostra resilienza» assicura James Lovelock, lo scienziato che cinquant’anni fa modificò il nostro modo di guardare la Terra elaborando la teoria di Gaia. Oggi continua a sostenere che l’uomo ce la farà, anche se dovrà adattarsi a un clima differente, come spiega in A rough ride to the future, il suo ultimo libro. La Nuova Ecologia è riuscita a intercettarlo a Great Torrington, nel sud ovest dell’Inghilterra, in occasione di un evento benefico con l’amico e attivista per la pace Satish Kumar. Scopriamo che a 95 anni non ha esaurito la curiosità né l’ottimismo. Ha invece maturato nuove incertezze sulle tempistiche del mutamento climatico, un po’ in ritardo rispetto agli allarmi lanciati dieci anni fa. Secondo Lovelock, «nessuno oggi può dire con certezza come evolverà il clima», tuttavia l’invito è di prepararci al meglio della nostra resilienza per quello che accadrà sul pianeta nei prossimi decenni.

Si è detto pessimista sulla possibilità di fermare il cambiamento climatico e ha suggerito che sarebbe meglio pianificare una “ritirata sostenibile”. L’ultimo rapporto Ipcc ha confermato le sue opinioni?
Sul cambiamento climatico non sono pessimista ma sono curioso di vedere cosa accadrà. Da scienziato del clima attivo dal 1965, e con molti amici fra gli scienziati di quella comunità, posso solo dire che abbiamo poche certezze a breve termine. La prima è che non possiamo continuare ad aggiungere CO2 e altri gas serra nell’atmosfera senza conseguenze. La seconda è che fino a metà dello scorso decennio non avevamo tenuto conto del ruolo degli oceani: la maggior parte del calore proveniente dal sole va negli oceani, che coprono oltre il 70% della superficie terrestre e assorbono il 99,8% del calore. Attenzione, non dico che il riscaldamento climatico non sia una cosa seria. Ma quando ho scritto The revenge of Gaia (il suo libro più allarmista, del 2006, ndr) sono stato fuorviato, e fu un grande errore, dai dati che venivano dai carotaggi compiuti in Antartide dai colleghi francesi e russi. Con i carotaggi si risalì alle temperature di cinquantamila anni fa e oltre, con la relativa composizione dell’aria. Avevano il quadro completo e ricordo un grafico illustratomi da Stephen Schneider (climatologo statunitense, ndr) che mostrava come fra l’andamento delle temperature e quello della quantità di CO2 nell’aria si potesse tracciare una linea retta. Se continuiamo così, diceva Stephen, nel 2050 la CO2 sarà quassù e le temperature quassù, ovvero un livello spaventoso. Ci credemmo, aveva senso, erano dati reali. Ciò che non considerammo è che il mondo delle ere glaciali era il mondo naturale. Noi umani c’eravamo, ma in poche migliaia, non facevamo niente alla Terra, non entravamo nell’equazione. L’atmosfera cominciò a cambiare quando iniziò la Rivoluzione industriale: il mondo che abbiamo ora non è il mondo di quel grafico. E oggi non possiamo dire con certezza che il livello x di CO2 causerà un determinato effetto. Quello fu il primo errore, il secondo fu sottovalutare la grande massa d’acqua che forma gli oceani. Il riscaldamento globale sta avvenendo senza dubbio, e lo vedremo perché il mare è come un termometro, scaldandosi si espande. Ma per quanto riguarda le previsioni credo che ci siamo un po’ sbagliati. Certo il problema diventerà serio in futuro se non facciamo nulla al riguardo, ma al momento non è il caso di perderci il sonno… Posso dire queste cose perché sono uno scienziato indipendente. Gli scienziati che lavorano nei laboratori del governo qui nel Regno Unito, in Europa, negli Usa, in Russia, non possono, altrimenti sembrerebbero inutili e non si vedrebbero rinnovati i fondi dell’anno precedente. È a causa dei finanziamenti politici che la scienza è così distorta, che è così difficile fare scienza in maniera indipendente. Lo stesso Ipcc è diventato un’organizzazione più politica che scientifica.

Lei ipotizza un futuro in cui le città diventeranno fondamentali. In termini di resilienza potrebbero però rivelarsi contesti fragili su cui fare affidamento: la concentrazione di persone può portare a problemi di distribuzione del cibo, alla propagazione di malattie, a insufficienze nella fornitura di energia. Come migliorare le nostre città? E come iniziare la transizione verso i futuri modelli di distribuzione delle popolazioni?
Potrei sbagliarmi ma penso che le città siano sorprendentemente robuste, solide. Pensa a Lagos, per esempio. L’ebola lì non si è verificato. O Singapore, che ha una temperatura media annuale di 31°, più del doppio della peggior ipotesi per il mondo del 2100. Singapore è ricca e desiderabile e, quel che più conta, l’ecosistema della foresta equatoriale attorno è rigoglioso. La maggior parte delle città europee sono incredibilmente salutari ora se le compariamo al XIX secolo. La riduzione delle malattie è dovuta soprattutto al miglioramento delle infrastrutture, acquedotti e fognature, non alla medicina.

Ha fiducia nelle capacità resilienti degli uomini? Ne avremo a sufficienza per far fronte al cambiamento climatico?
Gli umani sono animali sorprendentemente tenaci, la nostra sopravvivenza e il nostro dominio bastano a dimostrarlo. A mio avviso siamo i più importanti animali viventi perché siamo i primi a raccogliere il flusso di informazioni che provengono dal sole e ad usarle per avanzare il nostro sviluppo. In altre parole, siamo importanti tanto quanto lo furono i fotosintetizzatori comparsi sulla Terra 3,8 miliardi d’anni fa che impararono a raccogliere la luce del sole e a trasformarla in cibo e ossigeno. Senza di loro non ci saremmo. Noi siamo i primi a raccogliere l’energia che ci dà il sole e a trasformarla in informazioni che si spingono fino a cercare qual è la più piccola particella dell’universo. Ecco, dai fotosintetizzatori formati da una sola cellula siamo arrivati a essere ciò che siamo ora. E abbiamo il potenziale per diventare qualcosa di veramente grandioso. La nostra esistenza è prova sufficiente della nostra resilienza.

Negli ultimi anni le sue opinioni a favore del nucleare e di sfiducia verso le rinnovabili hanno scosso il dibattito ambientalista. Per quanto la tecnologia nucleare possa dirsi “sicura” in condizioni standard, abbiamo avuto incidenti che si sono verificati quando quelle condizioni sono venute meno, anche solo momentaneamente. E se i cambiamenti climatici contribuissero a diminuire le condizioni di sicurezza necessarie al funzionamento di centrali nucleari?
Le morti e gli infortuni che annualmente sono causati dall’uso dell’energia nucleare sono meno per terawattora rispetto a ogni altra fonte di energia disponibile (sul tema vedi la replica di Massimo Scalia, ndr). Penso che tutti abbiano paura dell’energia nucleare perché questo grande dono da parte del cosmo, la fonte di energia di ogni stella nell’universo, è stata usata inizialmente come arma di guerra. Abbiamo un senso di colpa collettivo riguardo alla guerra atomica, forse a ragione. Ma penso che dobbiamo essere coraggiosi, stringere i denti e usare il nucleare per la pace. Certe forme di energia rinnovabile, come l’idroelettrica, sono valide seppur pericolose… provi a immaginare cosa succederebbe se la diga delle Tre Gole in Cina venisse distrutta da un terremoto. Ma nel Nord Europa pale eoliche e pannelli solari sono costosi e inefficienti all’assurdo. Finché le cellule fotovoltaiche non avranno l’efficienza delle piante non potremo mai contare soltanto su di loro in Europa. Invece in Africa e Nord America, in parti dell’Asia e in Australia l’energia solare potrebbe essere la risposta. La mia obiezione all’energia rinnovabile è legata principalmente al fatto che vivo in Inghilterra. Stiamo diventando un’unica grande città e per sopravvivere abbiamo bisogno di tutta la nostra terra agricola. È uno spreco usarla per parchi eolici e batterie di cellule fotovoltaiche. Per tornare al nucleare, prima si riferiva a Fukushima. Ma lei o i suoi lettori avete mai considerato cosa succederebbe in Italia con un terremoto di 9,1 gradi su scala Richter? Ricordi: ogni unità della scala Richter è 10 volte più grande di quella precedente. Un terremoto di 9 gradi Richter è 1.000 volte più devastante di uno di 6 gradi. Ci aggiunga uno tsunami con un onda d’impatto alta 30 metri. Questo è ciò che accadde in Giappone nel 2011 e più di ventimila persone morirono, ma nessuna di loro fu uccisa dalle radiazioni nucleari. La centrale riportò danni gravi e costosi, ma solo a causa di un guasto al sistema di raffreddamento di emergenza. Molti giapponesi si sono suicidati come risultato di falsi timori e voci incontrollate da parte di ambientalisti ben intenzionati ma totalmente ignoranti.

Se un governo le chiedesse consiglio su che tipo di ricerca finanziare nei prossimi anni, a cosa darebbe la priorità?
Nel caso poco probabile che accada suggerirei di spendere meno in modelli matematici e di più per monitoraggio e misurazioni, specialmente il monitoraggio degli oceani, perché è lì che va il calore. Scaldandosi l’oceano si espande, come il fluido di un termometro. Questo, unito allo sciogliersi dei ghiacciai, fa alzare il suo livello, a tutt’oggi tre volte più velocemente rispetto a quando abbiamo iniziato a immettere CO2 nell’atmosfera. Il che dimostra che il riscaldamento globale si sta effettivamente verificando. Ciò che non ci dice è dove e quando diventerà spiacevolmente caldo.

L’edizione 2015 dell’Expo è dedicata al cibo, a come sfamare le popolazioni in futuro. Pensa che la produzione di cibo geneticamente modificato diventerà necessaria? E se sì come considererebbe la cosa: un’espressione di resilienza o il segno di una distanza maggiore fra la nostra specie e Gaia?
Gaia è un sistema davvero tenace ed è esistito per almeno 3 miliardi di anni durante i quali eventi ben peggiori dell’uomo hanno minacciato la sua esistenza. Niente di ciò che facciamo rischia di danneggiare Gaia seriamente, ma siamo una minaccia per noi stessi. Cibo, acqua e popolazione sono il problema maggiore ora. E se sia il caso di discutere sul controllo delle nascite per ridurre la popolazione mondiale, sarei senz’altro d’accordo. Altrimenti, essendo un animale inventivo, l’uomo cercherà soluzioni per aumentare il raccolto di cibo, inventerà i pesticidi per eliminare gli insetti, poi dell’altro e via così. Non manca molto perché gli scienziati, anzi gli inventori, producano cibo sintetico. Elimineremo le piante e useremo direttamente l’energia solare trasformandola in cibo. In questo modo la popolazione potrà continuare a crescere. Spero che tutto ciò non accada, ma è uno scenario possibile. Quel che è incoraggiante è che l’emancipazione femminile ha avuto e sta avendo un grande effetto sulla crescita della popolazione, spero continui.

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