«Noi indigeni in lotta per l’umanità»

Candido Mezua Salazar, indigeno panamense, alla Cop21
Candido Mezua Salazar, indigeno panamense, alla Cop21

Gli effetti dei cambiamenti climatici non si traducono unicamente nel moltiplicarsi degli eventi meteorologici estremi. Anche la vita di tutti i giorni può subire importanti conseguenze, soprattutto per chi abita nelle aree maggiormente colpite dalla crescita della temperatura media globale. E il cambiamento può avvenire in modo radicale e repentino. Candido Mezua Salazar vive ad Embera, nello Stato di Panama. A Parigi per la Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, Cop 21, racconta a “La Nuova Ecologia” il suo microcosmo, fatto di un ambiente che diventa via via più ostile.

Candido, perché partecipa alla Cop 21?
Sono il rappresentante per l’America Latina dell’Alleanza Mesoamericana dei Popoli e delle Foreste. Siamo qui per dare voce alle popolazioni indigeni, per raccontare la nostra storia, per far capire al mondo che occorre agire subito per contrastare i cambiamenti climatici. Qual è il suo ruolo a Panama? Nella mia terra sono chiamato a dirigere una comunità che vive in tre regioni nell’entroterra panamense. Vi abitano circa 30mila persone.

Candido Mezua Salazar, indigeno panamense, alla Cop21
Candido Mezua Salazar, indigeno panamense, alla Cop21

E per vivere di cosa si occupa?
Sono un coltivatore di banane. Finché il clima mi consentirà di farlo.

Perché, cosa sta accadendo nella sua terra?
Nella zona dove abito non esiste un mercato. Occorre raccogliere le banane e portarle fino alla prima città dove è possibile venderle. I caschi vengono caricati su un’imbarcazione, che deve percorrere il Rio Ucurganti. Ma negli ultimi anni l’aumento della temperatura ha comportato un forte abbassamento del livello dell’acqua presente nel corso. Il risultato è che l’imbarcazione deve essere meno carica di prima per poter navigare.

Ha potuto quantificare il danno?
Posso dire che negli anni Novanta si potevano trasportare 10mila banane. Adesso non è possibile superare il peso di circa duemila. Quanto tempo le occorre per consegnare il carico? Vent’anni fa, quando risalivo il fiume con mio padre, bastavano 18 ore. Oggi ci vogliono due giorni. Fortunatamente è stato costruito un porto, il che ci agevola almeno in parte. Ma la situazione peggiora di anno in anno.

Non esistono alternative al fiume?
No, è l’unica via percorribile. Da noi non ci sono strade. Non abbiamo neppure l’elettricità. Non avete modo di chiedere assistenza al vostro governo? Esiste una legge, che risale al 1933, che riconosce il nostro territorio. E spiega che lo Stato deve incaricarsi di fornire alla comunità indigena le risorse di cui essa necessita. Ma non mai stato così per noi. Al contrario, alle grandi imprese che centrano alti ricavi viene garantito un forte sostegno economico, ad esempio per il commercio del legname. Ma anche per le esportazioni e per la costruzione di infrastrutture godono di ampie agevolazioni fiscali.

Cosa si aspetta dalla Cop 21?
Siamo qui per trasmettere il nostro messaggio. Ma la cosa importante è che tutte le popolazioni indigene del mondo lo facciano. Vogliamo condividere con voi la nostra preoccupazione per la Madre Terra. L’Alleanza Mesoamericana è qui per ricordare che ogni foresta nelle regioni tropicali rappresenta una naturale riserva di biossido di carbonio, grazie alla propria capacità di assorbimento.

Le foreste sono la soluzione, dunque?
È quello che stiamo cercando di dire al Pianeta: la soluzione è mantenere l’equilibrio della Terra. A patto, però, che i governi assumano decisioni serie e responsabili, qui a Parigi. Decisioni che sappiano rispettare i popoli che vivono nelle zone equatoriali e con essi l’intera umanità.

Vivo in Francia, amo le passeggiate in montagna, le storie di Kapuściński, la neve, le persone appassionate, le descrizioni di Calvino, le canzoni di De Gregori, la Bretagna, Keynes, il peperoncino e il museo Marmottan. Faccio da dieci anni il giornalista economico e ambientale nella speranza di riuscire a lanciare un sassolino nello stagno: scrivere per fare eco all’eco non serve a niente. Detto ciò, il pomeriggio ideale è quello davanti ai fornelli in attesa di cenare con gli amici.
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