In India, nella Dimora delle nuovole

roman korzh  ecoturista

Un luogo dove l’organizzazione matriarcale concede alle donne la proprietà, la terra e il cognome  dei figli. Si tratta di Meghalaya, all’estremo nordest dell’India, fra le “Sette sorelle”: gli Stati del paese incastonati fra Burma, Buthan e Bangladesh, collegati al territorio indiano solo da uno stretto lembo di terra. Regione molto piovosa, con 12 metri di pioggia all’anno supera Londra di venti volte, il suo nome significa “dimora delle nuvole” ed è attraversato da placidi ruscelli che si tramutano in fiumi durante il monsone, capace di trasformare nel giro di poche ore la terra in un’impenetrabile foresta di vie d’acqua impetuose. Ma il popolo khasi, dagli occhi a mandorla e la pelle chiara, che vive lì da millenni, ha escogitato un sistema straordinario per ovviare al problema della viabilità: i ponti viventi. Le radici degli alberi della gomma (Ficus elastica) sono lavorate pazientemente fino a deviarne la crescita naturale da una sponda all’altra dei corsi d’acqua in una delle più riuscite forme di collaborazione fra uomo e natura. I pazienti “ingegneri khasi” intrecciano e tessono trame sospese che superano i quindici anni, tramandandosi i segreti del mestiere di padre in figlio per il tempo necessario a rendere i ponti sufficientemente solidi da sostenere uomini e merci. Alcuni alberi si concedono al transito da secoli: il più famoso, Umshiang double decker, “sorveglia” le laboriose attività dei suoi ospiti da 200 anni. Per attraversarlo bisogna volare fino a Calcutta, dove un treno notturno giunge in 18 ore a Guwahati, la capitale dell’Assam. Meghalaya e le sue colline sono visibili, più a sud, punteggiate da chiese cristiane e presbiteriane, retaggio del proselitismo missionario del XIX secolo.

Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *