Inceneritori, i nodi vengono al pettine

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Si era capito dall’inizio che lo “Sblocca Italia” non fosse foriero di provvedimenti positivi per l’ambiente. Ora i nodi vengono al pettine. Mercoledì scorso, ad esempio, in Conferenza Stato-Regioni si è riaperto lo sgradevole capitolo degli inceneritori. Le Regioni, chiamate ad esprimersi sullo schema di decreto relativo all’“individuazione della capacità complessiva di trattamento degli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e assimilabili in esercizio o autorizzati a livello nazionale”, che prevede di costruire nove inceneritori, si sono divise. Solo cinque (‎Lombardia, Marche, Umbria, Abruzzo e Molise) hanno espresso parere negativo, adducendo diverse motivazioni. Le restanti 15 hanno approvato lo schema, «seppure condizionando il proprio parere positivo – ha spiegato il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini – all’accoglimento di alcuni emendamenti relativi all’integrazione tra piani regionali e piano nazionale». Come dire che la ricognizione effettuata dal governo sui nuovi impianti deve essere soltanto una fotografia del fabbisogno attuale, le decisioni sulla realizzazione degli impianti e la pianificazione spettano però alle Regioni, attraverso i rispettivi piani di gestione rifiuti basati sul trend di crescita della raccolta differenziata. Perciò, al fine di condurre ulteriori approfondimenti l’atto, su richiesta dello stesso Bonaccini, è stato rinviato alla prossima riunione della Conferenza. É stata affrontata anche la parte del decreto relativa al trattamento della frazione organica. Le regioni hanno chiesto che essa sia considerata un rifiuto speciale e che, in quanto tale, non debba più essere necessario per lo spostamento un preventivo accordo tra regioni. Il 29 gennaio dovrebbe tenersi una conferenza straordinaria decisiva.

Tornando agli inceneritori, la Regione Umbria, per la quale era presente l’assessore Antonio Bartolini, ha espresso voto contrario poiché il governo non tiene conto del Piano regionale umbro per i rifiuti, che prevede una raccolta differenziata al 68,6% ed il collocamento sul mercato di Combustibile solido secondario (CSS) per 58mila tonnellate l’anno, portando così il fabbisogno di trattamento termico a 72mila tonnellate all’anno. Un piano che rende quanto mai diseconomica la realizzazione di un eventuale termovalorizzatore, tanto più in una regione che già ha alti livelli di inquinamento in città come Terni. Sulla posizione dell’Umbria hanno inciso non poco gli agguerriti comitati locali. «Occorre pensare a diverse tecnologie anche perché sostenere che bisogna incenerire per chiudere le discariche è un mito da sfatare, dato che per ogni 100 mila tonnellate di rifiuti bruciati ce ne sono 25 mila di ceneri − dice Fabio Neri del Comitato No inceneritori − bisogna estendere il porta a porta a tutti i comuni dell’Umbria».

Anche l’Abruzzo, dove si rischia di costruire un inceneritore, incalzato dai movimenti, ha detto no. «Questi impianti – sottolinea il Forum H2O – devono essere nutriti continuamente, l’esatto opposto di quello che prevede una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti. Un paese civile ed avanzato scommetterebbe sull’economia circolare non su quella insostenibile che scarica gli inquinanti direttamente nei corpi dei cittadini. Ci organizzeremo come abbiamo fatto per Ombrina respingendo al mittente questo ennesimo assalto al territorio abruzzese».

Una posizione condivisa dalle associazioni Zero Waste Italy, Legambiente, WWF Italia, Greenpeace e Fare Verde, che alla vigilia della Conferenza avevano scritto al ministro Galletti: “La nuova Bozza di Decreto, pur riducendo gli inceneritori strategici da 12 a 9 conferma gli assunti erronei pro-inceneritori di quello precedente, a partire da quello principale e più marcatamente sbagliato: pretrattamento dei rifiuti urbani residui (RUR) = incenerimento” e aggiungono “Si continua a puntare sull’incenerimento quando l’andamento della produzione di rifiuti solidi urbani è da anni in calo. E la bozza di decreto presuppone che per corrispondere alle necessità di trattamento del rifiuto, obbligo previsto dalla Direttiva 99/31 sulle discariche, sia necessario far passare il RUR attraverso sistemi di trattamento termico. Ma non è così, e lo ribadiamo”.

Ma non basta. Sempre secondo gli ambientalisti questo provvedimento sarebbe in contrasto con il Collegato ambientale alla Legge di Stabilità 2014 appena approvato dal Parlamento, che prevede una serie di misure sulla prevenzione della produzione di rifiuti, come il ritorno del vuoto a rendere, la promozione del compostaggio di comunità, lo stop al divieto del conferimento in discarica dei rifiuti ad alto potere calorifico. Né si tiene conto del Pacchetto dei provvedimenti sull’economia circolare, appena varato dal Parlamento europeo.

Cosa prevede il piano? La costruzione di nuovi inceneritori, otto nell’ultima versione (rispetto alle previsioni iniziali ne sono stati cancellati tre in Piemonte, Veneto e Liguria, per tener conto di un “equilibrio a livello di macroarea Nord”), tre al centro (in Umbria, Marche e Lazio), due al sud (in Abruzzo e Campania) e tre nelle isole, vale a dire due megaimpianti in Sicilia (Crocetta ne aveva proposti sei di piccole dimensioni) e uno in Sardegna, nonché l’ampliamento di un paio in Puglia e Sardegna. Sono stati rivisti i calcoli solo per le Regioni che hanno appena approvato nuovi Piani e non per chi li ha in itinere. Saranno possibili revisioni periodiche delle previsioni del Decreto, solo “in presenza di variazioni documentate”. Ovvero, non si terrà più conto delle programmazioni regionali ma solo delle variazioni fattuali. 

In futuro, solo le regioni che dimostreranno di avere una “sovraccapacità di trattamenti” potranno dismettere degli impianti. Una norma, questa, che forse era stata pensata per disinnescare il conflitto istituzionale con la regione Lombardia, dove gli impianti sono sovradimensionati già oggi, ma che non è servita ad impedirne il parere contrario. «Visto il “no” di molte Regioni, il governo di fatto ha deciso di bypassarle, inventandosi, ma solo per i rifiuti, le cosiddette “aree macroregionali” − ha dichiarato l’assessore regionale all’ambiente della Lombardia, Claudia Maria Terzi − Questo significa che, dall’Emilia Romagna in su, non serviranno nuovi inceneritori, ma solo perché ci penserà la Lombardia, con la sua capacità, a smaltire il pattume degli altri. La Lombardia, che ha raggiunto livelli di raccolta differenziata efficienti non vuole diventare la pattumiera d’Italia».

Ma il punto più irricevibile del provvedimento in discussione è l’equiparazione fra pretrattamento e incenerimento, un principio che non è rinvenibile in nessuna Direttiva europea e che non tiene conto né dei problemi ambientali che tale approccio può generare, né della strategia dell’Unione europea sull’economia circolare. Insomma, un provvedimento completamente avulso dalla realtà che, da una parte, non tiene conto delle programmazioni poste in essere dagli enti locali e, dall’altro, neppure dell’evoluzione tecnologica in atto, che pone in campo le cosiddette “Fabbriche dei materiali”. Impianti di pretrattamento a freddo, volti al recupero di materia, quanto mai necessari in tempi di crisi. Come giustamente hanno detto i movimenti per l’acqua abruzzesi, è un provvedimento “salvifico per i grandi affari delle multi-utility, con impianti complessi che una volta costruiti bloccheranno per decenni la filiera del riciclo, perché dovranno ammortizzare i costi di costruzione”.

Laureata in scienze politiche indirizzo economico, ha lavorato all'Istat, giornalista pubblicista nel 2004 è stata tra i fondatori del settimanale online "Il foglietto della ricerca", ha ricoperto incarichi istituzionali nei quali occupata di cultura, lavoro, scuola, ambiente, politiche sociali
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