Il Vangelo secondo Delbono

Vangelo di Pippo Delbono - foto di Maria Bratos.02Sulla figura del Cristo esiste un’iconografia infinita, talmente eccedente da provocare un senso di saturazione e quasi rifiuto. Tanto che per prendere ossigeno, si torna spesso a Pasolini, all’autore che più di altri ci ha consegnato le chiavi del sacro scolpito nei volti e nelle pietre del Vangelo secondo Matteo. Non era semplice fare un’altra operazione sul Vangelo, nell’anno del Giubileo.

Pippo Delbono ha osato invece avventurarsi in quel territorio, trovando una sua personalissima cifra. Frutto di un lungo lavoro condotto nelle zone più estreme della marginalità, tra rifugiati, zingari, malati incontrati nelle corsie di un ospedale, il suo “Vangelo” si nutre di un immaginario crudele, dove la violenza non viene solo evocata ma mostrata nel suo punto terminale. “O la bocca della pistola o i piedi della Croce” diceva un personaggio dostoevskijano. Ecco, Il Vangelo secondo Delbono parte da questa oscillazione esistenziale (e le pistole sono un elemento di scena centrale, oltre che inedito), ma per operare una metamorfosi. C’è molto dolore in questo spettacolo, ma è un dolore che si apre ad una non estinguibile domanda d’amore (e bisogna ammettere che nessuno come Delbono ha saputo elaborare sulla scena il motivo dell’amore: desiderato, ucciso, perduto).

Stavolta manca la cifra più sensuale che caratterizzava certi altri spettacoli, è come se il corpo si fosse raggelato. Perché in mezzo è caduta la vera morte: la perdita della madre, che Delbono ha raccontato con un film (Sangue) e alla quale dedica anche questo suo Vangelo. Da buddista, l’artista antepone la joy de vivre al castigo religioso. Solo che questa volta lo spirito dionisiaco si declina in una nota più grave, che trova nel tema dell’orfanismo il suo punto d’origine. E se Cristo domandava con angoscia, dalla croce, “Padre, perché mi ha abbandonato?” (questione esistenziale che tanto ha interessato un filosofo come Kierkegaard), Delbono sembra urlare dalle tavole iconoclaste del suo Vangelo un grido che passa per la linea della carne, del ventre materno: “Madre, perché mi ha abbandonato?”.

(Visto al Teatro Argentina di Roma. Per la tournée, www.pippodelbono.it)

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