I tesori nascosti del museo di geologia

Palazzo-Canevari-museo-geologicoRicordate Giulio Tremonti e la sua “finanza creativa”? Quantomeno, non se ne rammentano vantaggi per il paese. Nella maggior parte dei casi ci sono stati sottratti importanti beni comuni. Uno è il Museo geologico nazionale di Roma, con sede a Roma, Largo Santa Susanna, in uno dei più bei palazzi liberty d’Italia, progettato dall’ex garibaldino Raffaele Canevari. Conservava un insieme di collezioni tra le più prestigiose al mondo, al pari di quelle degli analoghi musei esistenti a Berlino, Londra e San Pietroburgo. Da venti anni, quelle collezioni giacciono imballate e ricoverate in qualche deposito. Il palazzo nel 2005 è andato in vendita all’ennesima cordata di palazzinari che, nonostante i vincoli apposti, architettonico dal 1991 e archeologico dal 2004, ha ottenuto il cambio di destinazione a struttura commerciale. Chissà, forse tanto accanimento serviva a cancellare ogni paragone con governi che bene o male avevano un progetto-paese. E sì perché il Geologico fu fondato da un altro ministro delle Finanze: Quintino Sella. Sì, proprio lui, il sostenitore del pareggio di bilancio a costo di “fare economie fino all’osso”, l’inventore dell’iniqua tassa sul macinato, l’esponente della Destra storica. Pochi sanno, però, che egli fu uno dei massimi esperti di mineralogia del tempo. Sella, giustamente, sostenne fin dal 1860 che – per sfruttare in modo razionale le materie prime, per progettare e realizzare le grandi opere pubbliche, per ricostruire i paesi distrutti dai terremoti – fosse indispensabile conoscere l’assetto geologico del territorio nazionale e realizzare la Carta Geologica del Regno. Così nacque l’Ufficio Geologico nazionale, con la missione di redigere e pubblicare la Carta geologica d’Italia. Ad esso fu annesso uno “speciale gabinetto nel quale verranno disposti e classificati i minerali, i fossili e le rocce raccolte nei lavori di campagna”.

Le preziose teche con le collezioni Paleontologiche che coprono oltre 570milioni di anni e quelle Litomineralogiche, complessivamente oltre 150.000 reperti, donati dai più grandi studiosi di fine ‘800 o provenienti da altri musei, unitamente ai plastici e alla strumentazione tecnica che, dalla seconda metà dell’800 agli anni ’70 del ‘900, erano stati utilizzati per la redazione della Carta Geologica sono finiti sparsi, dapprima nei depositi della Protezione civile a Castelnuovo di Porto, Monterotondo e Lungotevere dei Papareschi, poi nei sotterranei dell’Ispra in Via Brancati. I plastici, eseguiti tra 1875 e 1915, hanno grande importanza storica perché fino al 1870 la documentazione cartografica relativa al territorio italiano era pressoché inesistente, specialmente per il meridione d’Italia. Essi furono la prima rappresentazione dell’assetto demografico e geomorfologico del paese e risultarono utilissimi in circostanze eccezionali come il terremoto di Casamicciola (Ischia) del 1883. Nell’insieme, le collezioni consentono, soprattutto, di ricostruire la storia del nostro territorio, del nostro sistema minerario e industriale. Un patrimonio in passato esposto in vetrine internazionali quali le Esposizioni internazionali come quelle di St. Louis, di Vienna del 1873, di Parigi del 1878 o di Anversa del 1885. Collezioni e materiali cui vanno aggiunti: la cartografia storica, la biblioteca (150 mila pubblicazioni e 50 mila cartografie), la fototeca comprendente 63.000 fotogrammi relativi a coperture aerofotogrammetriche del territorio italiano.

Un unicum che secondo gli esperti vale diversi milioni di euro e che giace imballato da vent’anni. Come è potuto succedere? Molto c’entrano le vicende, il valzer di provvedimenti che hanno condotto all’istituzione dell’Ispra. E sì perché il Museo ha sempre seguito le sorti del Servizio Geologico nazionale, passato nel 1986 sotto le ali del neonato Ministero dell’Ambiente, poi accorpato nel 1989 con altri servizi per costituire quel Dipartimento per i servizi tecnici nazionali dipendente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, confluito, infine, nel 1999 nell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici). Ed è proprio in quel momento che il Palazzo di Largo Santa Susanna non essendo più sede del Servizio Geologico nazionale perde lo status di proprietà demaniale. Ma mentre un braccio governativo era intento a ridisegnare l’architettura dei servizi tecnici nazionali, l’altro nel 1994 disponeva il restauro di Palazzo Canevari, stanziava 9,5 miliardi di vecchie lire e svuotava l’immobile, approvava il relativo progetto. Il cantiere però già nel 2001 si fermava per le solite questioni di morosità della Pubblica amministrazione. Nel 2003 Tremonti individuato un lungo elenco di beni da cartolarizzare previo cambio destinazione d’uso, sottoscrive una preintesa con l’allora Sindaco di Roma Veltroni (solo successivamente sottoposta al Consiglio Comunale competente per materia) che in cambio avrebbe avuto l’ex manifattura tabacchi a Ostiense da destinare alla realizzazione di Campidoglio II.

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Nel frattempo, l’edificio di Largo di Santa Susanna è entrato in un’operazione immobiliare che comprendeva anche la “valorizzazione” o meglio la trasformazione dello scalo di San Lorenzo in centro commerciale, di un’area edificabile a Valcannuta e la conversione del Poligrafico a Piazza Verdi in hotel a 5 stelle e residenze. E i reperti? Giacciono sempre imballati e chissà in quale stato dopo 20 anni. I vertici di Ispra (già Apat), succedutisi dal 1999 in poi – unica eccezione l’ex direttore Giovanni Damiani che provò, invano, ad acquisire l’attuale grattacielo Inail di via Giulio Pastore all’Eur e ad adibire il piano terra a nuova sede del Museo geologico – non si sono mai adoperati per reperire un immobile da destinare a tale funzione.

Tuttavia, dal 2008 l’ente, o meglio alcuni volonterosi, hanno realizzato nel sito Ispra un museo virtuale che presenta una selezione delle collezioni. Ma c’è una novità. Nei mesi scorsi, sotto l’edificio liberty di Piazza Santa Susanna è stata rinvenuto un tempio del VI secolo avanti Cristo, l’epoca dei Sette Re di Roma. Un ritrovamento talmente importante da ridisegnare la mappa della Roma del tempo. Ora l’immobile dopo varie vicissitudini è al 75% di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti che intende realizzarvi uffici per i propri dipendenti, pur facendosi carico degli scavi e promettendo la fruibilità dei reperti per il pubblico e, allora, perché non riportarvi la sede del Museo Geologico come richiesto da anni da autorevoli istituzioni quali Unesco, Accademia dei Lincei, Società Geologica Italiana e molte altre? Perché, non creare un polo nazionale delle Scienze della Terra, un presidio per l’educazione alla tutela del territorio nel paese più dissestato d’Europa?

Laureata in scienze politiche indirizzo economico, ha lavorato all'Istat, giornalista pubblicista nel 2004 è stata tra i fondatori del settimanale online "Il foglietto della ricerca", ha ricoperto incarichi istituzionali nei quali occupata di cultura, lavoro, scuola, ambiente, politiche sociali
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