In guerra sul palco

la prima la migliore

Nel mondo del teatro capita ancora di trovare segni di una sana disubbidienza, di anacronismo felice. Come quello di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari – coppia artistica che mischia nelle proprie lingue e provenienze il Sud e il Nord Italia – che con il loro ultimo spettacolo, La prima, la migliore, arrivano in scena con una domanda semplice e un ritmo calmo del pensiero. A che cosa servono le guerre? E soprattutto, a chi servono? E come dobbiamo esprimere la nostra rabbia? Possiamo noi artisti intervenire in una forma nuova che non sia quella di un pacifismo solo dichiarato? Di quali strumenti ci dobbiamo dotare? Liberamente ispirato a un capolavoro dell’antimilitarismo novecentesco, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, scritto nel 1929 sui temi della Grande Guerra, La prima, la migliore ritaglia alcuni momenti della tragedia della giovinezza sacrificata, sulla soglia di una scena minimale e in chiaroscuro che diventa di volta in volta terreno di battaglia, ospedale, casa, piazza di adunanza e imbroglio politico, spazio intimo di confessione. Ancora una volta Gianfranco Berardi riflette sul vizio di dare la morte e sulle sue raffinatissime maschere che si appoggiano all’ideologia e alla politica affaristica. Riuscendo a cucire su se stesso anche la tendenza contraria, quella di un animo innocente che chiede libertà e giustizia. Gabriella Casolari si muove con delicatezza nei suoi vari ruoli, che vanno dal grottesco al materno. In contrappunto, la chitarra di Davide Berardi, che costruisce con i canti dialettali un’atmosfera nostalgica, concedendosi anche un momento di vera attorialità nel combattimento scenico con il fratello: bellissima scena che rende reale, palpabile, la tragedia della guerra che separa i fratelli e porta l’insensata esperienza della morte nelle trame dell’età acerba. “La sfida è stata quella di comprendere come, nonostante l’evoluzione, alcune dinamiche – propaganda, manipolazione ideologica, smarrimento generazionale – si ripropongono con forza ancora oggi”, dichiarano gli autori.

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