Gli affari frenano la verità

Giulio Regeni

Dati gli ultimi sviluppi internazionali, la verità sul caso Regeni sembra essere sempre più lontana. E sì perché, dopo che l’altro ieri erano state rese note le analisi dei posizionamenti delle cellule telefoniche, sarebbe emerso che il ricercatore italiano è stato preso il 25 gennaio in piazza Tahrir, zona controllata dal generale Khaled Shalaby, e non tra la sua abitazione e la metro di Dokky. Circostanza che confermerebbe la tesi del depistaggio da parte degli investigatori egiziani e che fa il paio con le dichiarazioni rese dalla Sicurezza Nazionale del generale Shalaby stesso: la sera del 25 gennaio in piazza Tahrir sarebbero stati arrestati 19 egiziani e uno straniero (poi divenuti due nei giorni successivi, un turco e uno di nazionalità indefinita).

Shalaby è lo stesso uomo che ha dato varie versioni, tutte inattendibili e molte oltraggiose, della morte di Giulio: dall’incidente stradale, al traffico di droga, al delitto maturato in ambienti gay, alla rapina. E proprio a quest’ultima tesi è sembrato tornare ieri, con una confusa dichiarazione, il presidente egiziano Al Sisi che, da un lato, ha accusato i media egiziani (in Egitto vige una delle leggi più restrittive al mondo per i media per la quale pubblicare qualcosa di diverso dalle dichiarazioni ufficiali del governo è considerato un grave reato) e, in particolare, i social network di aver creato un caso pubblicando menzogne, dall’altro, ancora una volta, scagiona i propri servizi di sicurezza. Per il presidente egiziano, Giulio Regeni sarebbe stato ucciso da “gente malvagia” per creare problemi all’Egitto nelle relazioni internazionali. Ha poi ribadito «stiamo affrontando questo problema nel modo più trasparente, abbiamo invitato l’Italia ad inviare i propri investigatori sul campo per prendere parte ai passi compiuti dagli inquirenti egiziani, gli italiani siano con noi e partecipino a tutti gli sforzi che si fanno − ha poi concluso − Attribuiamo grande interesse a questo caso in particolare, in quanto abbiamo relazioni molto privilegiate con gli italiani». Dichiarazioni che seguono a quelle dei giorni scorsi del ministro degli esteri Sameh Shoukry, che sembrava aprire uno spiraglio sulla possibilità di consegnare i tabulati telefonici dopo l’approvazione di un’apposita legge costituzionale che consentisse di violare la privacy degli egiziani e, comunque, ribadiva che, per concludere l’inchiesta occorreranno tempi lunghi. Una diversa disponibilità, per quel che può contare, è emersa da alcuni deputati egiziani che, dopo un incontro con alcuni europarlamentari, si sono impegnati a chiedere una seduta del loro Parlamento dedicata alla drammatica vicenda di Giulio Regeni.

Ma perché questo ritorno a dichiarazioni palesemente false? L’Egitto non teme ritorsioni dall’Italia? Probabilmente no, perché ad oggi il nostro paese avrebbe solo preso in esame la possibilità di porre limitazioni a scambi e turismo e di sospendere alcuni accordi bilaterali nei settori della cultura, del turismo e dell’università, che vedono ogni anno molti studenti italiani ed egiziani recarsi dall’altra parte del Mediterraneo. Al contempo, però, ha fatto di tutto per non ledere, con l’azione diplomatica, gli importanti rapporti economici esistenti tra i due paesi (interscambi commerciali per cinque miliardi l’anno, 14 miliardi di appalti per la costruzione di opere pubbliche affidati ad aziende italiane, senza contare il maxi giacimento di gas dell’Eni a Zohr). D’altronde, se non scende in campo compatta l’Europa, appare assai difficile rompere gli accordi economici già in essere. Ma proprio mentre l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione, Federica Mogherini, lavorava per una richiesta di verità forte e ferma dell’intera Ue, ecco che, proprio in Europa, qualcuno sembra pronto a subentrare all’Italia in quei rapporti economici.

Infatti, mentre il Foreign Office britannico – sotto la spinta di una petizione promossa dagli ambienti accademici britannici (Regeni era un ricercatore di Oxford) e firmata finora da 10mila persone – ieri ha chiesto verità e giustizia sul caso, il presidente Hollande, lunedì prossimo, volerà al Cairo con una folta delegazione di imprenditori francesi al seguito. Grazie alla mediazione saudita, starebbe per chiudere contratti per 16 miliardi di euro che riguardano soprattutto la vendita di armi, e di tecnologie nucleari. Criticato in patria, ha dichiarato che chiederà ad Al Sisi di far luce sul caso del giovane ricercatore italiano. Resta il fatto che per gli stati della civile e democratica Europa, una giovane vita e la sistematica violazione dei diritti umani di un paese partner commerciale sembra valere meno di lucrosi contratti.

Laureata in scienze politiche indirizzo economico, ha lavorato all'Istat, giornalista pubblicista nel 2004 è stata tra i fondatori del settimanale online "Il foglietto della ricerca", ha ricoperto incarichi istituzionali nei quali occupata di cultura, lavoro, scuola, ambiente, politiche sociali
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