Giro del mondo senza aerei

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Un lavoro che gli andava stretto, la sensazione che mancasse “qualcosa” e tanti progetti da realizzare. A 26 anni Carlo Taglia decide di comprare un biglietto aereo di sola andata e di spostarsi senza aerei. Passano 528 giorni da quel momento. Dall’esperienza nasce il libro Vagamondo: il giro del mondo senza aerei.

È partito a ottobre 2011, comprando un biglietto aereo di sola andata per il Nepal. Il suo viaggio è durato 18 mesi. Com’è nata l’idea di fare il giro del mondo senza aerei?
Dopo anni di viaggio e lavoro fra Spagna, Australia e Pakistan ho provato ad adattarmi a una vita da ufficio in Italia per tre anni. Ma ero nel fiore della giovinezza, a 26 anni sentivo che stavo sprecando gli anni migliori: non ero soddisfatto della mia vita. Sentivo il tempo sfuggirmi via, non ne avevo mai abbastanza per dedicarmi a ciò che volevo davvero. Avevo troppi tarli nella testa che mi tormentavano. Ho dovuto ascoltarli e affrontarli una volta per tutte. Già avevo provato lo straordinario stato mentale che dona il viaggio, così decisi di affrontare un’esperienza più complicata del solito. Sono le esperienze più dure quelle che ti fanno crescere e imparare di più. Amo viaggiare con calma, godermi i paesaggi e le culture che cambiano lentamente. Non voglio perdermi ciò che sta in mezzo fra una tappa e l’altra. Il vero viaggio è via terra, più intenso oltre che più sostenibile.

Come ha organizzato l’itinerario e quanto tempo ha dedicato a ogni tappa?
Non mi sono organizzato prima di partire, l’itinerario è venuto da sé in base alle possibilità che avevo per proseguire via terra o via mare. Quando sono partito non sapevo se ci sarei riuscito, mi sono solo detto che fosse giusto provarci. È stato un viaggio diverso dagli altri: dedicavo qualche giorno a ogni tappa. In 18 mesi ho percorso 100mila chilometri.

Quanti paesi ha visitato? E c’è un luogo che le è rimasto più impresso di altri?
Ho visitato 24 paesi, lasciandone molti per i prossimi viaggi. Già 24 in 18 mesi sono troppi. Bisogna goderseli con più calma. Il paese che più mi ha colpito è l’India con la sua straordinaria Varanasi. L’ho trovato il paese più estremo, nel bene e nel male. Quell’antica e millenaria cultura ha cambiato la mia percezione della vita e del mondo. A volte è travolgente: scatena tante intense reazioni opposte. Ma da quella cultura ho imparato tanto sull’umanità e non solo. Ho imparato un approccio più olistico e sano alla vita, e questo mi ha portato a cambiare alcune abitudini. Ora mi sono messo a studiare sanscrito. L’India è una scuola di vita, se ti adatti all’India ti adatti a tutto.

Come ci si prepara a un viaggio senza aerei, anche dal punto di vista economico?
A mio parere occorre crearsi una buona base economica prima di partire. Oppure avere l’opportunità di gestire dei lavori in movimento. Io, dopo aver preso una buona liquidazione, ho seguito due lavori diversi. Lungo il viaggio ho anche lavorato temporaneamente su una barca e in un ostello per risparmiare qualcosa.

Quali sono stati gli aspetti più impegnativi?
Affrontare malesseri fisici, stare male ed essere soli. Per esempio quando ho contratto la malaria mi sono dovuto trascinare con 40 di febbre in un ospedale in Laos. Oppure ho dovuto affrontare il mal di montagna per arrivare a 6.000 metri. Ho avuto anche molta difficoltà ad adattarmi al cibo: prima di partire sono diventato vegetariano e non è stato possibile seguire una dieta equilibrata. Spesso mi sentivo debole e non ero fisicamente al massimo delle forze. Ho dovuto scontrarmi con me stesso. La solitudine è una tappa fondamentale per conoscersi e affrontare ciò che ci tormenta, è inevitabile per lavorare su se stessi e trovare serenità. Il mio rapporto con la solitudine è cambiato: prima era dolorosa, ora è rigenerante. Una volta mi identificavo nei miei pensieri, ora invece ne sono diventato un attento osservatore e sviluppo ciò che mi appartiene spegnendo ciò che è superfluo. Non mi identifico più nella mia mente ma in qualcosa di più grande.

Che percezione si ha della natura viaggiando così lentamente?
È stupendo vedere la lenta metamorfosi della natura viaggiando lentamente. Si può godere di più sfumature e si rimane spesso sorpresi da tanta bellezza. Mi sono definitivamente reso conto dello straordinario paradiso in cui viviamo.

Dalla sua esperienza è nato “Vagamondo”. Cosa vuole trasmettere ai lettori?
Dopo 18 mesi di giro per il mondo, tutto cambia velocemente. Sono più consapevole di chi sono, di cosa voglio, del mondo in cui vivo. Voglio trasmettere questo: imparare dalle esperienze, positive e negative. Accendere una scintilla di passione. Il viaggio può essere una straordinaria medicina e una grande scuola di vita.

 

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Carlo Taglia ha lavorato per anni a Torino in una società che produce impianti fotovoltaici. A 26 anni ha lasciato il lavoro per girare il mondo senza aerei. Da lì è nato il suo libro “Vagamondo” (2010), la sua ultima pubblicazione è “La Fabbrica del Viaggio” (2016).

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