Giocando si studia

 

Produrre energia, in Ghana, è un gioco per bambini. Sono 42 le scuole dotate di una piccola giostra in grado di immagazzinare elettricità e ricaricare decine di lampade a Led, illuminando le serate degli alunni nei villaggi più periferici del paese. Il progetto è dell’ong statunitense Empower playgrounds, che in questo modo permette a circa diecimila bambini di studiare anche dopo il tramonto. Infatti, in questo Stato dell’Africa Occidentale, sulla linea dell’Equatore, fa buio già alle 18 e sono moltissime le aree non ancora collegate alla rete nazionale di energia elettrica. L’unica fonte di illuminazione sono le lampade a kerosene, ma oggi per alcuni qualcosa sta cambiando, in modo sostenibile e divertente.

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L’idea, semplicemente geniale, di produrre energia con il gioco dei bambini è di Ben Markham, ex vicepresidente Ricerca e sviluppo della compagnia petrolifera Exxon Mobil. Una volta andato in pensione, Markham ha passato assieme alla moglie diciotto mesi come missionario mormone in Ghana, “per restituire un po’ della propria ricchezza”, ha dichiarato. A colpirlo, nei villaggi, era l’oscurità delle case e delle aule scolastiche e la mancanza di giochi per i bambini, comunque pieni di entusiasmo e sorridenti. “E se potessimo catturare parte della loro incontenibile energia e trasformarla in luce per le classi e le case?”, pensa Markham. Con la collaborazione degli studenti dell’università Brigham young, anche questa legata alla chiesa mormone, viene sviluppata negli Stati Uniti una semplice giostra che ruotando mette in moto delle turbine e ricarica una batteria. Il tutto con la sola forza dei bambini. Con la loro energia si ricaricano poi delle lampade a Led equivalenti a lampadine di 25 watt, che durano fino a 40 ore per ogni ricarica e la cui vita complessiva è stimata sui cinque anni. La tecnologia è stata portata in Ghana e così è nata l’ong Empower playgrounds, che significa “parchi giochi che forniscono energia”.

«Il nostro lavoro consiste nel visitare le scuole dove sono installate le giostre almeno una volta al mese, in un monitoraggio costante del progetto. Siamo sempre in viaggio, perché operiamo in molte regioni del paese, dal nord al sud», spiega Isaac Darko-Mensah, responsabile dell’ong statunitense in Ghana. «Siamo solo due dipendenti full time perché in effetti questa tecnologia non pone grossi problemi – aggiunge – Una volta installata, funziona bene. Solo all’inizio c’è stata qualche difficoltà, ma ormai è collaudata. Ora il nostro obiettivo è arrivare a cinquanta giostre per la fine del 2015, poi ci fermeremo per valutare i risultati ottenuti finora e capire come proseguire».

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Tutto liscio, quindi, nella realizzazione pratica del progetto. È il sorriso con cui ti accolgono i bambini che “dice tutto” per Darko-Mensah. «Dovete pensare – racconta – che operiamo in villaggi dove l’elettricità manca completamente, in tutte le 42 comunità in cui lavoriamo. In generale, le persone vedono il nostro progetto come un’opportunità, lo considerano un regalo. È vero però che non tutti capiscono che i benefici vanno ben oltre al gioco». Il fatto di poter utilizzare le lampade a Led per studiare dopo il tramonto permette agli alunni di migliorare il proprio rendimento. Nelle ore di luce, infatti, i bambini non sono impegnati solo a scuola, devono aiutare la famiglia nei campi e in altre attività. «Il risultato che vediamo immediatamente è la grande motivazione degli alunni ad andare a scuola, perché possono giocare, e si impegnano perché hanno la luce per studiare anche quando fa buio. Ma per valutare il reale impatto sul livello di istruzione in questi villaggi servirà più tempo», puntualizza il responsabile dell’ong. In Ghana, il sistema scolastico è molto competitivo: solo il 50% degli studenti viene ammesso alle scuole superiori, ma se consideriamo le aree più povere, dove manca l’elettricità, la percentuale scende a meno del 10%.

Nell’isola di Pediatorkope, anche gli adulti hanno chiesto la luce a Empower playgrounds. Così è nato il nuovo progetto pilota dell’ong, Light a village: è stata installata una piccola centrale con pannelli solari e chi vuole può acquistare una batteria da ricaricare. «Ha funzionato, per questo replicheremo il progetto in un’altra isola – continua Darko-Mensah prima che la comunicazione via Skype si interrompa improvvisamente, per riprendere qualche minuto dopo – È mancato il wifi… la corrente salta di continuo in Ghana, anche dove si è serviti dalla rete nazionale. Negli ultimi tre anni è diventata una vera e propria emergenza nazionale, non solo nelle regioni periferiche dove lavoriamo: in tutto il paese abbiamo elettricità per dodici ore, poi manca per le successive ventiquattro». Recentemente ci sono state diverse manifestazioni per chiedere una soluzione alla crisi energetica, che rischia di bloccare l’economia. Negli ospedali che non possono permettersi generatori, le ostetriche fanno nascere i bambini alla luce degli smartphone, mentre molte persone stanno perdendo il lavoro perché le fabbriche, senza corrente, chiudono. Ad Accra il 16 maggio scorso sono scese in piazza assieme agli operai persino le star del cinema, che in Ghana difficilmente prendono posizione in politica, e sui social network è stato lanciato l’hashtag #DumsorMustStop. Il termine “Dumsor” è formato dalle parole “dum” e “sor”, che nella lingua twi significano “off” e “on”, riferendosi ai continui blackout di corrente. Mr Dumsor è anche il soprannome che i ghanesi hanno dato ironicamente al loro presidente John Mahama, in attesa di una soluzione, possibilmente rispettosa dell’ambiente e intelligente come quella proposta da Empower playgrounds.

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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