Giappone in orbita contro i rifiuti spaziali

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Giappone in orbita contro i rifiuti spaziali. L’operazione Ramazza Spaziale è partita venerdì scorso dall’isola giapponese di Tanegashima con il lancio del razzo H-IIB che ha messo in orbita la navicella Kounotori.

Il Consiglio nazionale delle Ricerche americano ha lanciato l’allarme definitivo già cinque anni fa: «Siamo ormai a un punto critico: ci ritroviamo con abbastanza detriti in orbita da poter collidere continuamente e formare altri detriti, elevando il rischio di incidenti alle astronavi”. È chiamata in gergo la “Sindrome Kessler”: sostiene infatti Donald Kessler che se anche non mandassimo più nessun oggetto nello spazio i detriti si riprodurranno all’infinito collidendo tra di loro.

La Stazione spaziale internazionale ha già rischiato l’evacuazione per una emergenza nell’agosto del 2011. Ma le probabilità si moltiplicano: del resto l’anno venturo celebreremo i sessant’anni dal lancio dello Sputnik e da allora il traffico non s’è più fermato. Sono 17mila gli “oggetti” che abbiamo lanciato e continuano a essere monitorati da Terra: e solo il 7 per cento sono satelliti funzionanti. Due terzi volano quasi sulla nostra testa, sotto i 2mila metri, e i detriti larghi più di 10 centimetri sarebbero 23mila. Secondo la Nasa sono milioni quelli così piccoli da non poter essere tracciati. La Royal Institution di Londra ne ha invece contati 20mila di una grandezza che può variare da una mela a uno scuolabus: e provate a immaginare che cosa succede quando lo scontro nel cielo arriva a 25mila chilometri all’ora. Capito perché non ci resta davvero che attaccarci alla corda spaziale? San Kobayashi, anzi Kobayashi San, salvaci tu.

Sono dieci anni che la Jaxa, Japanese Aerospace Exploration Agency, si prepara alle grandi pulizie. Inseguendo un’idea semplice e ambiziosa: perché non attaccare i detriti alla corda? È stato allora che l’idea del lazo spaziale ha portato gli ingegneri dell’Agenzia a bussare al più grande costruttore di reti e di corde del Giappone. “La corda usa la nostra tecnologia di reti a intreccio” dice Katsuya Suzuky alla France Press “ma è stato davvero duro intrecciare materiali così sottili”.

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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