Gela, la mobilitazione continua

Foto di Andrea Turco, MeridioNews
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Continua, a due settimane dall’inizio, la mobilitazione intorno al petrolchimico di Gela. Ieri è cominciato l’invio di centomila cartoline al premier Renzi, con gli slogan “Gela vuole vivere”, “#matteocambiaverso” e la scritta “Salute e Lavoro” sul francobollo, mentre proseguono i blocchi stradali, otto giorni dopo il corteo e lo sciopero cittadino indetto dal Comune. La causa è il mancato rilascio delle autorizzazioni ministeriali per l’implementazione degli accordi con l’Eni sui nuovi investimenti, che dovrebbero rilanciare l’economia di un territorio impoverito e inquinato, cresciuto all’ombra dell’industria petrolifera.

Alle proteste aderiscono tutti i settori sociali. Studenti, impiegati pubblici e liberi professionisti, al cui fianco si sono schierati diversi politici e numerosi rappresentanti della chiesa locale: “Gela non deve morire, senza lavoro non c’è dignità”, recitava lo striscione in testa all’ultima manifestazione. Gli impianti della multinazionale italiana, in effetti, sono fermi da oltre un anno, dopo aver accumulato 200 milioni di perdite, con centinaia di operai destinati all’esubero. La loro unica fonte di reddito è la cassa integrazione ormai agli sgoccioli. Per questo il sindaco di Gela, Domenico Messinese, insieme al presidente della regione Sicilia, Rosario Crocetta, mercoledì scorso si è recato al ministero del Lavoro, intenzionato a ottenere l’estensione straordinaria degli ammortizzatori sociali.

Foto di Andrea Turco, MeridioNews
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Il sindaco aveva dato fin da subito pieno sostegno alla vertenza degli operai, imboccando la strada del dialogo con Eni. Scelta pagata però a caro prezzo, con l’espulsione dal Movimento 5 Stelle, comunicata a fine dicembre con una breve lettera della direzione regionale, motivata anche dal fatto che Messinese “ha avallato il protocollo di intesa tra Eni, ministero dello Sviluppo economico e Regione Siciliana. Un accordo che il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle ha osteggiato con tutte le sue forze non solo perché in aperto contrasto con i sui principi, ma anche perché contrario alle più accreditate politiche di tutela ambientale, energetiche, occupazionali e di economia turistica”.

All’accordo, concluso nell’ottobre 2014, non mancano aspetti controversi: il punto centrale è la conversione dell’attuale raffineria in una “green refinery”, destinata a produrre biodiesel e alimentata con olio di palma. Su questo aspetto il coordinamento nazionale No Triv si era già espresso due anni fa con un comunicato in cui si evidenzia come “l’olio di palma venga procacciato mediante la pratica selvaggia del land grabbing, inglesismo che indica l’accaparramento selvaggio, da parte di pochi, di terreni agricoli nei Paesi in via di sviluppo, che produce impatti sulla deforestazione, sulla degradazione del suolo, sugli ecosistemi e, soprattutto, sulla sicurezza alimentare delle popolazioni private dei loro terreni agricoli”. Un’osservazione suffragata da recenti studi del gruppo di ricerca internazionale Ejolt, (che ha realizzato anche un dossier sulla multinazionale italiana) sebbene al riguardo l’Eni possa vantare una certificazione Iscc, riconosciuta dall’Ue, a garanzia della sostenibilità ambientale e sociale degli olii vegetali che importa.

«Ma per la nostra visione di economia circolare e di sostenibilità le vere bioraffinerie sono altro – spiega Sofia Mannelli, biologa esperta di agroenergie e presidente dell’associazione Chimica Verde Bionet – dal momento che esse dovrebbero essere integrate sul territorio, in quel concetto di “rigenerazione territoriale” che valorizza il rapporto fra industria e settore agricolo e impiegando filiere locali. La scelta di importare olio di palma non va in questa direzione, anche se ci rendiamo conto che i numeri in gioco nel caso di Gela sono impegnativi».

Foto di Andrea Turco, MeridioNews
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Sul territorio rimangono intanto i lasciti dello stabilimento ormai esaurito. Già nel 2009 uno studio dell’Arpa  sugli abitanti di Gela aveva evidenziato che “circa il 20% del campione ha valori [di arsenico] superiori a quelli considerati di fondo, in alcuni casi molto alti”. Lo studio “Sentieri” inoltre nel 2011 aveva riscontrato “aumenti di mortalità per tumore polmonare e malattie respiratorie non tumorali”, per i quali era stato possibile “attribuire un ruolo eziologico all’esposizione ambientale associata alle emissioni di impianti specifici (raffinerie, poli petrolchimici)”.

Su questo il cane a sei zampe non sembra intenzionato a cambiare strada: la settimana scorsa è stata ripetuta la promessa, risalente al protocollo d’intesa del novembre 2014 fra governo, istituzioni locali e parti sociali, d’investire nell’area 2,2 miliardi di euro, ma l’80% dei fondi sarebbe destinato a nuove trivellazioni in mare. Tanto da saldare gli interessi del movimento anti-trivelle e della Fiom: «Sostenere il “no” alle trivellazioni nel mare non vuol dire solo tutelare l’ambiente – sono le parole di Maurizio Marcelli, responsabile ambiente e salute del sindacato, che i No Triv riportano in una lettera di pochi giorni fa agli operai di Gela – ma anche affermare che è possibile una nuova idea di sviluppo, fondata sulle energie rinnovabili che non modificano il clima e non determinano danni alla salute e in un contesto di vera democrazia, dove le istanze dei cittadini e delle persone non siano cancellate a favore degli interessi dei grandi gruppi finanziari» . Mentre il risanamento ambientale rimane una chimera: Con le bonifiche travagghiu per tutti, col protocollo Eni ‘ni futti (Con le bonifiche lavoro per tutti, col protocollo Eni ci fotte) recitava la scorsa settimana, con sprezzante ironia, il cartello di un manifestante.

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