Fuori dal coro

di ROBERTO CALARI *

menogiornalimenoliberi

Avrebbe dovuto essere l’occasione per una riforma dell’intera filiera editoriale quel tavolo di confronto aperto mesi fa dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria, Luca Lotti. Ma presto si è capito che seguire la strada di una riforma complessiva avrebbe portato a tempi molto lunghi, unendo temi e urgenze differenti fra loro. Una riforma del contributo diretto all’editoria era però sempre più indispensabile.

Negli ultimi due anni i tagli indiscriminati, a bilanci delle imprese già definiti, hanno provocato la chiusura di tante testate, con una grave responsabilità di governo e Parlamento. Una forte riduzione del pluralismo, che in Italia vede un importante tessuto di cooperative di giornalisti, pubblicisti o poligrafici, voci autonome di realtà autogestite, no profit e non condizionabili, e di periodici locali o connessi a particolari aree di informazione e aggregazione sociale, come quelli di area cattolica o di altre confessioni, o ancora quelle testate che affrontano tematiche di genere, connesse all’ambiente, alla cultura, allo sport. La stessa vicenda dei contributi diretti per l’editoria, relativi al 2014, arriva ti alle imprese solo a fine 2015 e in dimensioni limitate rispetto al fabbisogno complessivo, conferma che c’è stata una sottovalutazione politica delle conseguenze, per la democrazia, che la drastica riduzione della contribuzione diretta all’editoria avrebbe comportato.

A fronte del disimpegno della politica tanti territori sono oggi privi di una realtà che possa raccontarne criticamente la vita economica e sociale. La riforma in discussione dovrebbe ricreare le condizioni per avviare una fase di investimento e impegno sul ruolo del pluralismo e sulla necessità di un intervento dello Stato per correggere e integrare quello che il mercato non può garantire. Se si vuole assicurare ai cittadini un’informazione plurale, locale e nazionale, di genere e su specifici aspetti della vita economica e sociale, bisogna che lo Stato intervenga con strumenti e risorse adeguate. Un sostegno che richiede alle imprese che accedono ai contributi efficacia ed efficienza, pieno rispetto dei Ccnl di riferimento, regolarità contributiva e retributiva, tracciabilità dei movimenti amministrativi, capacità di reperire una parte significativa delle proprie risorse dalla vendita delle copie e degli abbonamenti e dalla pubblicità. Si deve inoltre pensare a come promuovere nuove start up o testate digitali, che con le opportune specificità che la normativa dovrà individuare potranno arricchire le opportunità di informazione locale professionale, nel rispetto delle regole e dei contratti. Grazie alla mobilitazione e alla sensibilità democratica di tante persone e associazioni e al forte valore di informazione svolto dalla campagna #menogiornalimenoliberi si è arrivati al “no”, non affatto scontato, del Parlamento alla proposta del M5S che prevedeva l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali. È importante sottolineare che quel voto è stato accompagnato da due proposte di legge che di fatto hanno ripreso i contenuti emersi dal lavoro di confronto svolto col governo e la commissione Cultura della Camera. Ora, nel procedere verso un testo di legge unificato, c’è la necessità e la possibilità di un ampio lavoro di modifica e integrazione dei testi originali: dalla costituzione del fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione ai criteri per accedere al contributo diretto all’editoria cartacea e online.

Vorremmo fosse chiarito nel testo la scelta della non divisibilità degli utili come elemento discriminante per l’accesso ai contributi e l’individuazione della forma giuridica cooperativa come la più idonea a garantire indipendenza e autonomia nella governance delle testate. Vorremmo fosse riconosciuta la nostra funzione sociale. E che fosse sottolineata la necessità di incentivare l’innovazione digitale, come connubio fra modalità e linguaggi che possono alimentarsi a vicenda senza prevedere fin d’ora che la carta debba essere destinata a sparire. Vorremmo riferimenti chiari per l’entrata in campo dei giornali online, per cogliere positivamente la scelta di ridurre a due anni il periodo necessario per una start up di cooperative di giornalisti, pubblicisti e poligrafici per accedere al contributo pubblico. Vorremmo il ripristino del diritto soggettivo nell’erogazione dei contributi, la certezza che a fronte del fabbisogno maturato vi sia l’impegno certo di risorse da parte dello Stato, ponendo fine alla pratica delle percentuali sul totale del fabbisogno e ai tagli indiscriminati ex post di questi ultimi due anni. Vorremmo fossero rafforzate le condizioni in base alle quali le testate locali indipendenti o i giornali e periodici nazionali no profit possano essere in grado di avere un maggior accesso alle risorse pubblicitarie. Infine vorremmo sottolineare un terreno che riveste per noi una rilevanza strategica: inserire nella legge una formulazione tesa a incentivare “la lettura dei quotidiani e dei periodici online nelle scuole di ogni ordine e grado” ma anche la promozione della lettura, che necessita azioni di alfabetizzazione ai media, indispensabili per coltivare i lettori di domani.

* Roberto Calari è il presidente di Mediacop

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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