In fuga dal clima, tutte le responsabilità

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Cambiamento climatico e migrazioni, consumo di suolo e modelli di sviluppo agricolo, debito ecologico tra nord e sud, paura della diversità e diversità come ricchezza. Si è parlato di questo, ma anche del ruolo che l’Europa potrebbe svolgere sul doppio fronte del taglio delle emissioni climalteranti e delle politiche migratorie e di accoglienza, oggi a Roma, alla prima Conferenza internazionale dedicata al fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici promossa da Legambiente con la partecipazione di SDSN, Azione Cattolica Italiana, Caritas Italiana e con il sostegno di Poste Assicura.

Ad aprire i lavori, moderati dal giornalista Gad Lerner, il Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense, Sua Eminenza reverendissima, Monsignor Enrico dal Covolo, che nel ringraziare Legambiente per cercare di “spezzare il muro di indifferenza globalizzata” che si erige intorno alla questione dell’impatto dei cambiamenti climatici su intere comunità, ha voluto ricordare che l’Enciclica Laudato Sì è “un libro di testo su questi argomenti”. Monsignor Enrico dal Covolo ha sottolineato la sfida educativa contenuta nel discorso di Papa Francesco, e la necessità di cambiare abitudini e stili di vita, perché la questione climatica e il conseguente fenomeno migratorio interpellano “la nostra responsabilità individuale e collettiva”.

Nonostante i numerosi studi non esistono stime certe relative al numero dei profughi per cause climatiche; non esistono definizioni riconosciute del migrante ambientale e, di conseguenza, non esistono piani di intervento adeguati al fenomeno: i migranti ambientali non rientrano nella figura di rifugiato riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra, per cui a livello di protezione internazionale non hanno alcun diritto e questo fa sì che il sistema internazionale di protezione sia del tutto inadeguato ad affrontare quanto sta avvenendo in questi anni. Non esistono nemmeno previsioni certe sul numero dei migranti ambientali entro il 2050. Di certo, sappiamo che il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è di rilevanza primaria e di intensità superiore ai profughi da guerra. Secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (IOM) nel 2014 la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa.

“Siamo di fronte ad un cambiamento storico sia sul piano sociale e antropologico che geopolitico – ha commentato la presidente di Legambiente Rossella Muroni – ed è per questo che servono visioni politiche lungimiranti. La solidarietà e lo spirito di accoglienza, che pure sono valori belli e importanti, non bastano a trovare le soluzioni. Di contro, rintanarsi nella logica del fortino assediato, come tanti in Europa stanno facendo, frena la nascita di nuove soluzioni politiche capaci di governare il cambiamento in corso. La rivoluzione energetica e la lotta per contrastare i cambiamenti climatici rappresentano l’antidoto strategico più sicuro per costruire una seria giustizia climatica a livello globale e per creare nuove occasioni di lavoro, premessa indispensabile per ridurre la povertà, marginalizzare le cause di conflitto, ridurre i flussi migratori e provare ad invertire quella che in modo così incisivo Papa Francesco ha definito ‘La terza guerra mondiale a pezzi’”.

Sul consumo di suolo e l’impatto dei modelli di sviluppo agricolo sulle migrazioni è intervenuto Damiano Di Simine, coordinatore in Italia della campagna Salva il suolo/People for soil. “Le migrazioni, interne e internazionali sono in larga misura connesse ai grandi processi di concentrazione delle terre coltivate – ha detto Di Simine – che marginalizzano sempre di più, fino a rendere economicamente insostenibile, l’agricoltura svolta da imprese familiari e spingono centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le terre e affollarsi nelle città”. In questo fenomeno, che secondo Di Simine spiega molte delle migrazioni interne e internazionali che riguardano soprattutto Sudamerica, Africa Sud-sahariana e Estremo Oriente, si innesta anche quello del land grabbing: ovvero l’acquisto di enormi lotti di terre agricole da coltivare soprattutto a produzioni intensive e coltivazioni energetiche, da parte di potenze straniere, con conseguente espulsione forzata dei contadini locali, spesso privi di titoli di proprietà delle terre. A questo fenomeno, manifestatosi soprattutto a partire dalla crisi del 2007, sono ascritti contratti di acquisto di terre per almeno 80 milioni di ettari (come dire 7 volte l’intera SAU italiana) e l’emigrazione forzata di almeno 12 milioni di persone che da quelle terre dipendevano.

Per questo ha aggiunto Damiano Di Simine “è sempre più urgente che a livello internazionale al suolo fertile venga riconosciuto il valore di ‘bene comune’ da cui dipende il benessere e, in molti casi, la sopravvivenza di intere comunità: su questo Legambiente è impegnata a livello europeo con la campagna ‘Salvailsuolo’, che tale riconoscimento richiede attraverso una direttiva comunitaria. Infatti l’Europa, che oggi resiste all’ingresso dei migranti, ha la sua parte di responsabilità nei processi di concentrazione e di espopriazione delle terre su cui questi flussi si innestano: infatti l’intera UE, con i suoi 160 milioni di ettari agricoli, in realtà dipende per il 50% dei propri fabbisogni da importazioni di prodotti agricoli e mangimi prodotti da coltivazioni intensive in Paesi extraeuropei: per questo è importante che l’Europa preservi la fertilità dei propri suoli e prevenga l’accaparramento delle terre in altri continenti”.

Sul tema dei migranti pesano pregiudizi e luoghi comuni: si teme l’invasione, la diffusione del terrorismo, della malavita e delle malattie; si teme che l’emergenza si traduca in minaccia per la nostra economia. In realtà, tutti gli studi confermano che non si tratta di un’emergenza ma di un cambiamento geopolitico e demografico strutturale che condizionerà i prossimi decenni.

“L’immigrazione c’è da quanto è nato il mondo, l’uomo si è sempre spostato” ha commentato il Presidente dell’Ucoii Izzeddin Elzir. Le migrazioni attuali non sono frutto di una libera scelta ma obbligate da diversi motivi, che occorre cercare di curare, a cominciare dalla crisi climatica e ambientale di cui, secondo Izzeddin Elzir, siamo i diretti responsabili. Tutti insieme, in rete, dobbiamo elaborare un processo culturale che ci consenta di rivedere sia le nostre modalità di consumo, sia le nostre politiche di gestione dell’immigrazione.

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